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giovedì 1 giugno 2017

UDIENZA DEL PROCESSO SULL'OMICIDIO DI ANGELO MARIA PIRAS A LULA (01/06/2017)

Di Giampaolo Carboni.

Con le arringhe degli avvocati Mario Lai e Angelo Manconi nel pomeriggio di quest'oggi si è chiuso il processo a carico di Nico Piras e Alice Flore, marito e moglie di Lula, di trentacinque e trent'anni, accusati di aver ucciso Angelo Maria Piras (quarantenne), fratello e cognato degli imputati, assassinato la mattina del 25 gennaio 2015 nelle campagne del paese. Il 29 giugno, dopo eventuali repliche, la Corte d’assise del tribunale di Nuoro, presieduta dal giudice Giorgio Cannas (a latere Antonella Useli Bacchidda) si ritirerà in camera di consiglio per poi emettere la sentenza. Di condanna all’ergastolo, come sollecitata dal pubblico ministro Andrea Ghironi e della parte civile, rappresentata dagli avvocati Giovanni Colli, Paolo Canu e Francesco Mossa; o di assoluzione con la formula più ampia, per non aver commesso il fatto, richiesta invece dagli avvocati della difesa. Un processo delicato e complicato, basato esclusivamente sull’uso delle intercettazioni dalle quali, secondo l’accusa, sarebbero emersi importanti indizi di colpevolezza a carico dei due imputati. Impianto accusatorio che dopo le varie udienze celebrate davanti alla Corte d’assise, ieri gli avvocati di Nico Piras ed Alice Flore hanno smontato fornendo ai giudici togati e popolari una nuova lettura dei fatti.
Il numero di fucilate L’avvocato Manconi, difensore di Nico Piras, è partito dalla morte della vittima ripercorrendo la deposizione e l’analisi fatta in aula dall’anatomopatologo Vindice Mingioni. «Il 25 gennaio – ha detto il legale – l’allevatore viene colpito da cinque fucilate sparate da un’unica arma. Il fatto che sul luogo del delitto siano stati trovati quattro bossoli è facilmente spiegabile: il killer ha usato una doppietta che espelle i bossoli a due a due, a seguito di un’azione manuale. Chi ha sparato la mattina del 25 gennaio non aveva ragione di eliminare il bossolo dopo l’ultima fucilata». Quindi si è ritornati alla mattina dell’omicidio, quando nella casa degli imputati le microspie azionate dall'abbaiare dei cani, registrano i movimenti degli abitanti sin dalle quattro e quaranta. «La ricostruzione fatta dal Pm – ha aggiunto l’avvocato Lai – prende per buono ciò che dicono i carabinieri che asseriscono di conoscere il sardo. Il fatto che Nico abbia detto di non essere uscito di casa e si trovasse invece nel cortile, non significa che abbia mentito. Certo è che quella notte in casa Piras nessuno ha dormito: Nico per le ferite riportate dalla violenta rissa col fratello e il piccolo Pietro per via della febbre alta. Alice doveva badare ad entrambi. Per l’accusa, invece, il non dormire era legato al fatto che marito e moglie erano intenti a preparare la trappola mortale per Angelo Maria». «Per fare questo però – ha proseguito il legale – la coppia ha acceso i faretti esterni e parlato liberamente senza il timore di poter essere sentiti da qualcuno. La verità è che sono state fatte indagini superficiali dettate e governate dal pregiudizio con gli inquirenti che sentono rumori che non ci sono e traducono il sardo a modo loro. Tutto – ha continuato – è finalizzato ad attribuire a Nico Piras l’omicidio del fratello solo perché il giorno prima dell’omicidio avevano litigato. Sorvolano sul fatto che i due fratelli il 24 gennaio avessero fatto pace e che si sarebbero dovuti incontrare l’indomani per sistemare tutto. Tra l’altro di questo fatto erano a conoscenza, sia la moglie dell’ucciso che il suocero di Nico. E se è vero che Angelo Maria aveva paura del fratello perché quella mattina non ha preso precauzioni? Certo è che se Nico avesse denunciato subito la zuffa col fratello, adesso non sarebbe imputato». Per questo motivo mi viene da indicare causali alternative che si allontano dai dissapori con la famiglia d’origine – ha sostenuto Angelo Manconi – La prima relativa a Mondino Melone che aveva offerto 25mila euro per far uccidere Angelo Maria. Il fatto che all’epoca fosse in carcere non vuole dire nulla. Inoltre, non bisogna dimenticare le fucilate esplose contro l’abitazione dell’ucciso e, ancora – ha proseguito il legale – gli eventuali collegamenti con la morte del padre, a cui la vittima, ancora bambino, assistette. Altro elemento che per la difesa striderebbe con la ricostruzione fatta dagli inquirenti è l’esito dello stub che era risultato negativo, ma anche la cosiddetta “prova regina” del giorno della festa di carnevale a Ottana, quando Nico Piras rivolgendosi all’amica Grazia Deiana, durante un discorso aveva detto “lo sai bene cosa ho fatto a mio fratello”. Frase che per l’accusa era una confessione, ma con la quale l’imputato altro non voleva che riportare alla memoria un fatto passato, di alcuni anni addietro, in cui lui aveva ferito Angelo Maria con una colpo di pistola al piede. Quindi le scarpe ritrovate nel casolare diroccato «Il fatto inquietante – hanno sostenuto i due avvocati – è chele scarpe siano state ritrovate dopo dieci giorni e l’una a fianco all’altra. L’unica traccia biologica riconducibile all'imputato si trova all’esterno e non all’interno. Tra l’altro Nico Piras calza quarantadue mentre quelle scarpe sono numero quarantatré. Il maresciallo Brandano – ha aggiunto la difesa – parla di scarpe nuove ma quelle sequestrate hanno un’enorme lacerazione ai lati. Di chi sono dunque?». Le conclusioni «Signori giudici – ha concluso la difesa – all'incompletezza delle intercettazioni non si può dare significato. Per condannare una persona occorre avere prove certeche in questo processo non cisono. Rileggete e riascoltate tutto, poi decidete».

© Riproduzione riservata.

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