martedì 16 luglio 2024

IL SEQUESTRO A MAMOIADA DI ATTILIO MAZZELLA (09/07/1975)

Di Redazione.


Il proprietario del villaggio Telis Attilio Mazzella venne sequestrato attorno a mezzogiorno e mezza di quel giorno insieme al suo autista e dipendente in località Sa Conca 'e Bachis nell'agro di Mamoiada. Il Buttau venne rilasciato lo stesso giorno del rapimento mentre il Mazzella, nonostante i familiari avessero pagato un riscatto mai precisato anche se attorno ai cinquecento milioni di lire, non è mai stato rilasciato.

ORA IL BANDITO SARDO HA ALZATO IL PREZZO (05/11/1975)


Attualmente in Sardegna ci sono quattro persone sequestrate: Attilio Mazzella da Tortoli, rapito il 9 luglio, Tonino Ceselia da Dorgali, rapito il 19 luglio, Mimmia Builitta da Nughedu San Nicolò, rapito il 16 ottobre (poche ore dopo il rilascio sui monti del Gennargentu del trentino Ennio De Vecchi, che aveva trascorso cinquantadue giorni in mano ai banditi), e l'Ing. Carlo Travaglino, milanese, funzionario dell'Anic rapito a Orgosolo il 28 ottobre. Mazzella ha già battuto tutti i record di durata del sequestro in Sardegna, se si escludono quei rapimenti che si sono conclusi quasi certamente con la morte delle vittime delle quali, comunque, da anni non si sa più nulla (e in molti casi era stato pagato in buona parte il riscatto). Siamo tornati ai periodi peggiori, più bui del banditismo sardo, quel marzo del '68, ad esempio, quando vi furono contemporaneamente, come oggi, quattro ostaggi nelle mani dei banditi. Se si esaminano le statistiche si può avere l'impressione che le cose vadano meglio, sotto certi aspetti. Riferiamo alcuni dati della provincia di Nuoro che, come si sa, fa testo in fatto di criminalità. Negli anni 73-'74 e '75 fino al 20 ottobre gli omicidi sono stati rispettivamente: 16, 16 e 7; i tentati omicidi 16, 23 e 9; le rapine 7, 10 e 4; i sequestri per estorsione 4, 4 e 4. Si è ucciso meno, si è rapinato meno, ma si è continuato a sequestrare con la medesima intensità numerica. E la situazione è peggiorata se si considera la qualità dei sequestri, l'illecito ricavo che se ne è fatto. Mentre in passato ci sono voluti otto anni per raggiungere la somma di un miliardo con i proventi dei sequestri, i familiari dell'industriale De Vecchi hanno dovuto versare un miliardo tondo per ottenere la libertà del loro congiunto. I banditi-pastori si sono aggiornati, hanno deciso di alzare di colpo il loro fatturato rivolgendosi ad una clientela continentale (due mesi prima per il trentino Maffei erano stati pagati" 700 milioni). «Non illudiamoci che il banditismo sardo stia estinguendosi — dice il vicequestore dott. Antonio Fiori — anche se notiamo delle punte basse per certi reati: l'andamento è sempre stato ciclico. Ora il banditismo si evolve, si adegua alle nuove condizioni di vita, modifica ì reati sfruttando i migliori messi di comunicazione e di trasporto». L'avv. Giannino Guiso osserva: «Direi che le condizioni socio-economiche sono peggiorate. L'insediamento brutale dell'industria come ad Ottana ha creato illusioni, certi pastori hanno venduto il gregge e poi non hanno trovato da occuparsi in fabbrica. La mentalità consumistica ha causato uno squilibrio che necessariamente porta o porterà un incremento della criminalità». Anni fa era frequente l'assalto alle corriere; ad Oniferi bloccarono addirittura un treno, come nel Far West. Ora non più. I banditi hanno capito che c'è troppo rischio e scarso vantaggio; puntano sul sequestro nel quale il rischio è minimo e anche se l'impegno della custodia dell'ostaggio è lungo, l'enorme ricavo finale ripaga tutto. «E' mutata la tecnica operativa nelle trattative — dice un ufficiale dei carabinieri — anche i banditi-pastori si sono affinati. I processi servono come lezione: non si fanno più incontri con emissari di giorno, dopo che una banda fu scoperta appunto per uno di questi incontri diurni. Fanno fare a chi deve portare il denaro centinaia e centinaia di chilometri in auto, per tutta l'isola, per poi. in un punto qualsiasi dell'itinerario, sbucare da dietro un cespuglio, bloccare la macchina e prelevare il riscatto». Sono mutate anche le composizioni delle bande. Prima per un sequestro bastavano quattro-cinque uomini, adesso sono dieci o dodici. Ci sono quelli che agiscono, rapinano, custodiscono e ci sono quelli che, in luoghi magari molto distanti, tengono i contatti con i familiari. C'è sempre una mente e una manovalanza, ma i responsabili dell'ordine pubblico sono concordi nel ritenere che non vi sia una mente sola. «Le bande mutano di composizione, si formano, operano, si dissolvono, si ricompongono in diversa maniera con scambio di elementi. A volte basta un incontro in un bar per decidere un sequestro». I custodi dei sequestrati sono quasi sempre i latitanti che sono i padri della criminalità. Il fenomeno della latitanza è antico: in Sardegna c'erano 439 latitanti nel 1830, addirittura 864 nel 1843. Adesso sono 38 in provincia di Nuoro, una cinquantina in tutta l'isola. Ciriano Calvisi di Bitti è latitante da 13 anni (il record fu di Giovanni Tolu, che restò alla macchia per 30 anni, dal 1850 al 1880). La Barbagia di Orgosolo, di Fonni, di Mamoiada è quasi sempre il teatro nel quale i reati di sequestro hanno il loro svolgimento. Anche quando qualcuno viene rapito in provincia di Sassari o di Cagliari è sempre in provincia di Nuoro, in Barbagia, che viene rilasciato, perché è qui che è stato custodito. Il terreno montagnoso si presta, ricco com'è di grotte e di macigni enormi, a volte sovrapposti, i cui interstizi sono altrettante vie per raggiungere vuoti interni che costituiscono ripari sicurissimi. Oppure le tane sono all'interno di grandi cespugli di lentisco o di mirto, apparentemente impenetrabili. Più volte i sequestrati hanno raccontato, dopo la liberazione, di avere udito le voci dei carabinieri mentre passavano vicinissimi al nascondiglio in cui erano costretti sotto la minaccia delle armi. E come in Barbagia avviene la custodia dei sequestrati, così molto spesso fra i sequestratori c'è almeno un orgosolese. Orgosolo sta attraversando un relativo periodo di tranquillità: negli ultimi tre anni vi si è registrato soltanto un paio di delitti; furono 13, ad esempio, nella sola annata del '54. Significa forse che la criminalità sta scomparendo in questa terra orgosolese? No, rispondono con sicurezza gli uomini delle forze dell'ordine che hanno una lunga esperienza in Sardegna. «Se non si ammazzano tra di loro è segno che certi contrasti atavici non sono più sentiti dai giovani — dice il vicequestore Fiori —; che nei giovani c'è una trasformazione. Ma il mutamento avviene unicamente per rimanere compatti e poter lavorare meglio nell'attività del crimine». E un ufficiale dei carabinieri: «La mancanza di omicidi può significare che c'è qualcuno che li tiene uniti e questo qualcuno può essere un latitante. I latitanti hanno interesse che nella loro zona non succeda nulla di grave per evitare le grosse battute delle forze di polizia che li disturberebbero costringendoli a continui spostamenti». Tutto sommato, dunque, anche se certi reati sono in diminuzione, non si può dire che la criminalità sia in regresso. «E come potrebbe esserlo — afferma il professor Raffaele Camba, criminologo dell'Università di Cagliari — se non si è fatto niente per prevenirla, se si è continuato nella solita routine repressiva? Di tutto quello che suggerì, anni fa, la commissione parlamentare d'inchiesta sulla criminalità della quale anch'io facevo parte come deputato liberale, non è stato realizzato nulla. Si era suggerita, fra le altre cose, l'abolizione della pastorizia nomade, prima causa della criminalità, attraverso la ristrutturazione fondiaria: e poi la creazione di cooperative agro-pastorali, il riordinamento dei quadri della magistratura con un adeguato numero di magistrati e di cancellieri, ma tutto è rimasto sulla carta. Non possiamo meravigliarci se la delinquenza sarda continua con il solito suo ritmo, se segue i consueti cicli, se si ammoderna passando dalle antiche "bardane" (gli assalti dì cavalieri armati ad un paese ma anche i furti delle pecore son entrambe definite con questo nome) ai sequestri dei continentali con trattative sofisticate. Per debellarla non serve la repressione, occorre la prevenzione che però ci si ostina a non attuare»

Nell'aprile del 1976 la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Nuoro emise un ordine di cattura nei confronti di Giovanni Cadinu ed Annino Mele entrambi di Mamoiada. Il 18 novembre del 1982, in esecuzione del mandato di cattura emesso dal giudice istruttore presso il Tribunale di Tempio Pausania furono tratti in arresto Giuseppe Cherchi di Orune nonché Luigino Cadau ed Alberto Balia, entrambi di Mamoiada. 

I predetti vennero anche citati nel mandato di cattura emesso dal giudice istruttore del Tribunale di Tempio Pausania, nel quale figuravano anche l'orunese Giovanni Talanas oltre a Enzo Cadinu, Mario Meloni e Gesuino Vitzizzai tutti e tre di Mamoiada. In data 16 ottobre 1984, in ottemperanza al mandato di cattura emesso dal giudice istruttore del tribunale di Tempio furono altresì tratti in arresto Diego Cadinu, Graziano Cadinu, Marcello Cadinu e Raffaele Mele. Per tale fatto criminoso furono inoltre indagati Matteo Calia di Lula, Claudio Cadinu di Mamoiada e Raffaele Serra di Lollove.

Tutti gli indagati, pur essendo imputati per il medesimo fatto criminoso, non furono inclusi nel processo della cosiddetta Anonima gallurese bis, per quanto si fosse in attesa di giudizio a causa dei conflitti di competenza sorti tra i collegi giudicanti. Tutto ebbe inizio all'apertura del dibattimento allorquando il Sostituto Procuratore Dottor Giovanni Antonio Mossa, rappresentante della pubblica accusa, sollevò un'eccezione. Il processo non poté essere celebrato a Sassari poiché il reato più grave, ovvero sia l'omicidio di Attilio Mazzella, sarebbe avvenuto (secondo quanto dichiarato dal pentito Alberto Balia) in agro di Oliena od Orune. Di conseguenza, ad occuparsi del caso giudiziario sarebbe toccato alla Corte d'Assise di Nuoro.

Gli inquisiti furono quindi rinviati a giudizio e giudicati dalla Corte d'Assise di Sassari in data 2 dicembre 1985 e dalla Corte d'Appello di Cagliari il 29 novembre 1986 e nel novembre 1987 dalla Corte di Cassazione le quali emisero le sottoindicate sentenze:

Alberto Balia sedici in primo e secondo grado confermati in Cassazione

Claudio Cadinu assolto in primo grado,  assolto per non aver commesso il fatto in secondo grado confermato in cassazione

Diego Cadinu assolto in primo grado,  assolto per non aver commesso il fatto in secondo grado confermato in cassazione

Enzo Cadinu otto anni in primo grado,  assolto per insufficienza di prove in secondo grado confermato in cassazione

Giovanni Cadinu trent'anni in primo e secondo grado confermati in Cassazione

Graziano Cadinu assolto in primo grado,  assolto per non aver commesso il fatto in secondo grado confermato in cassazione

Luigino Cadinu ventinove anni in primo grado, diciotto nel secondo, a nuovo giudizio per la Cassazione

Marcello Cadinu assolto in primo grado,  assolto per non aver commesso il fatto in secondo grado confermato in cassazione

Matteo Calia assolto in primo grado,  assolto per non aver commesso il fatto in secondo grado confermato in cassazione

Giuseppe Cherchi dodici anni in primo grado, assolto per insufficienza di prove in secondo grado confermato in cassazione

Annino Mele trent'anni in primo e secondo grado confermati in Cassazione

Raffaele Mele non imputabile perché minorenne all'epoca degli episodi, i giudici lo estromisero dal processo

Mario Meloni assolto in primo grado,  assolto per insufficenza di prove in secondo grado confermato in cassazione

Raffaele Serra assolto in primo grado,  assolto per non aver commesso il fatto in secondo grado confermato in cassazione

Giovanni Talanas trent'anni in primo e secondo grado nuovo giudizio in cassazione

Gesuino Vitzizzai sei anni in primo grado,  assolto per insufficienza di prove in secondo grado confermato in cassazione

La Corte di Cassazione oltre a confermare la sentenza di secondo grado per Giovanni Cadinu, Annino Mele, Alberto Balia, Mario Meloni, Enzo Cadinu e Gesuino Vitzizzai, dispose pure il rifacimento del processo contro Giuseppe Cherchi, Luigino Cadinu e Giovanni Talanas. L'8 novembre 1988 la Corte d'Assise d'Appello di Roma assolse sia il Cadinu che il Talanas.

I presunti autori del grave fatto delittuoso Marcello, Diego e Graziano Cadinu, Matteo Calia e Raffaele Serra, furono assolti dalla Corte d'Assise di Nuoro per non aver commesso il fatto in quanto estranei al delitto in relazione al sequestro-omicidio di Attilio Mazzella. Sostanzialmente, i giudici della citata Corte d'Assise, accolsero la tesi d'innocenza degli imputati propugnata dalla difesa e dallo stesso Pubblico Ministero.

I cinque presunti correi, condannati inizialmente a pene severe, chiesero un indennizzo di cento milioni di lire ciascuno allo Stato per i diciotto mesi trascorsi in carcere da innocenti. Nell'istanza inoltrata alla Corte d'Appello di Cagliari i predetti sottolinearono di esser stati definitivamente assolti nel 1991, per non aver commesso il fatto, dalle imputazioni di sequestro ed omicidio a danno di Attilio Mazzella, loro formulate nell'ambito dell'inchiesta bis sulla Anonima Gallurese. Essi specificarono, infatti, che per quelle accuse, risultate peraltro infondate, erano stati arrestati il 16 ottobre 1984 e scarcerati nell'aprile del 1986 per decorrenza dei termini massimi della custodia cautelare.


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