Di Redazione.
16/03/1978:IL SEQUESTRO DELL'ONOREVOLE ALDO MORO
L'agguato di via Fani (o strage di via Fani) fu un sanguinoso attacco terroristico ufficialmente compiuto da militanti delle Brigate Rosse il mattino del 16 marzo in via Mario Fani a Roma, per uccidere i componenti della scorta di Aldo Moro e sequestrare l'importante esponente politico della Democrazia Cristiana. Questo tragico fatto di sangue degli anni di piombo, portato a termine con successo dai brigatisti rossi, fu il primo atto del drammatico rapimento dell'esponente politico che si concluse dopo cinquantacinque giorni con il ritrovamento del cadavere di Moro nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Michelangelo Caetani. Le modalità precise dell'agguato (denominato in codice all'interno delle Brigate Rosse Operazione Fritz), i dettagli operativi, le circostanze precedenti e successive all'attacco, le responsabilità, i componenti del gruppo di fuoco terroristico, l'eventuale presenza di altre componenti estranee alle Brigate Rosse o di connivenze e aiuti esterni, sono tutti aspetti della vicenda aspramente dibattuti in sede processuale, parlamentare e pubblicistica, sui quali rimangono oggetto di discussioni e dubbi.
In quel giorno a Roma era previsto il dibattito alla Camera dei deputati ed il voto di fiducia per il quarto governo presieduto da Giulio Andreotti; si trattava di un momento di grande importanza: per la prima volta nella storia repubblicana il Partito Comunista Italiano avrebbe concorso direttamente alla maggioranza parlamentare che avrebbe sostenuto il nuovo esecutivo. Principale artefice di questa complessa e difficoltosa manovra politica era stato il presidente della Democrazia Cristiana, il partito italiano di maggioranza relativa, l'onorevole Aldo Moro.Con un faticoso lavoro di mediazione e sintesi politica, Moro, che aveva intrapreso approfonditi colloqui con il segretario comunista Enrico Berlinguer, era riuscito a sviluppare il rapporto politico tra i due maggiori partiti italiani usciti dalle elezioni del 1976, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano. Aldo Moro aveva dovuto superare forti resistenze interne al suo partito e contrasti tra le varie forze politiche; fino alle ultime ore erano sorti nuovi problemi legati alla composizione ministeriale, giudicata insoddisfacente dai comunisti, del nuovo governo guidato da Giulio Andreotti. Aldo Moro era inoltre obiettivo, oltre che di attacchi politici, di manovre scandalistiche che miravano a minarne l'autorevolezza. Nel quadro delle indagini sul cosiddetto "scandalo Lockheed", era stato ventilato sulla stampa che il famoso Antelope Kobbler, il misterioso referente politico principale coinvolto nella transazione finanziaria con l'industria aeronautica statunitense, avrebbe potuto essere proprio Moro. Il mattino del 16 marzo 1978 il quotidiano la Repubblica pubblicava in terza pagina un articolo in questo senso con il titolo: "Antelope Kobbler? Semplicissimo, è Aldo Moro", altri importanti quotidiani nazionali riportavano le stesse notizie. La presentazione delle dichiarazioni programmatiche del nuovo governo Andreotti alla Camera dei deputati era stata fissata per le ore dieci del 16 marzo e fin dalle ore otto e quarantacinque gli uomini della scorta dell'onorevole Moro erano in attesa, fuori dalla sua casa in Via del Forte Trionfale al civico settantanove, che l'uomo politico uscisse dalla propria abitazione per accompagnarlo in Parlamento. Aldo Moro scese qualche minuto prima delle nove e venne accompagnato dal maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, suo fedele collaboratore da molti anni, all'auto di rappresentanza dove si sedette sui sedili posteriori. Subito dopo il piccolo convoglio, l'auto del presidente e quella della scorta, si mise in movimento in direzione di Via della Camilluccia. Le auto procedevano a velocità abbastanza sostenuta, mentre l'uomo politico consultava il pacco dei giornali del mattino; prima di raggiungere la Camera dei deputati era prevista l'abituale sosta nella Chiesa di Santa Chiara.
Alle ore nove del mattino circa in via Mario Fani, quartiere Trionfale, l'auto dell'onorevole Aldo Moro e quella della scorta furono bloccate all'incrocio con via Stresa da un gruppo di terroristi che aprirono immediatamente il fuoco, uccisero in pochi secondi i cinque uomini della scorta e sequestrarono Moro. I terroristi ripartirono subito su diverse auto e fecero perdere le loro tracce. In via Fani rimasero la Fiat 130 targata "Roma L59812" dell'onorevole Moro con i cadaveri dell'autista, appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, quarantadue anni, e del responsabile della sicurezza, maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, cinquantadue anni, e l'Alfa Romeo Alfetta targata "Roma S93393" degli agenti di scorta con a bordo il cadavere della guardia di Pubblica sicurezza Giulio Rivera, ventiquattro anni, e il vicebrigadiere di Pubblica sicurezza Francesco Zizzi, trent'anni, gravemente ferito ma ancora in vita; riverso supino sul piano stradale, vicino all'auto, rimase anche il corpo della guardia di Pubblica sicurezza Raffaele Iozzino, venticinque anni. Davanti alla Fiat 130 dell'onorevole Moro rimase un'auto Fiat 128 familiare con targa del corpo diplomatico "CD 19707", ferma all'incrocio e abbandonata dai suoi occupanti. La prima comunicazione alle forze dell'ordine dei fatti accaduti venne registrata alle ore nove e tre al 113 che ricevette una telefonata anonima che informava di una sparatoria avvenuta in via Mario Fani; la centrale operativa del 113 provvide quindi ad allertare subito la pattuglia del Commissariato di Monte Mario che era in sosta in via Bitossi. Gli agenti vennero avvertiti che "si sono uditi diversi colpi di arma da fuoco" in via Fani. Dalla documentazione della Questura risulta che già alle nove e cinque arrivò la prima comunicazione degli agenti della pattuglia di Monte Mario che, giunti sul posto in via Fani, provvidero ad allontanare la folla che si era radunata, ispezionarono le auto con i colleghi morenti, raccolsero le prime notizie dalle persone presenti e richiesero di "inviare subito le autoambulanze, sono della scorta di Moro e hanno sequestrato l'onorevole". Gli agenti riferirono anche che i malviventi si sarebbero allontanati su una Fiat 128 bianca con targa "Roma M53995"; i poliziotti della pattuglia diramarono anche l'informazione che i terroristi sarebbero stati quattro e avrebbero indossato "divise da marinai o da poliziotti". Nel frattempo dopo una seconda telefonata anonima erano state messe in allarme e inviate in via Fani anche le volanti Beta 4, Zara, V12 e SM91; vennero informati delle prime notizie la Questura, la Criminalpol, la Squadra mobile, la Digos ed il Commissariato di Monte Mario. Nei minuti successivi, entro le ore nove e dieci, venne comunicato alle autoradio delle volanti dalla sala operativa della Questura di ricercare, oltre alla Fiat 128 bianca in cui erano stati segnalati quattro giovani a bordo, anche una auto Fiat 132 blu targata "Roma P79560" e una "moto Honda scura". Alle ore 09:15 la Questura comunicò la notizia dell'agguato di via Fani alla centrale operativa della Legione dei carabinieri di Roma. Alla stessa ora la centrale operativa registrò anche la comunicazione telefonica dell'onorevole Pino Rauti che, abitando in via Fani, ebbe modo di osservare da una finestra, alcune fasi dell'agguato e comunicò subito di aver sentito raffiche di mitra, di aver visto due uomini vestiti da ufficiali dell'aeronautica e di aver osservato allontanarsi una Fiat 132 blu.
Nel frattempo le prime notizie raggiunsero il Ministero dell'Interno, comunicate dal Questore di Roma Emanuele De Francesco che decise di recarsi subito in via Fani insieme al capo della Digos Domenico Spinella. Il ministro Francesco Cossiga venne informato alle ore nove e venti dal capo della Polizia Giuseppe Parlato, mentre già in precedenza il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti aveva ricevuto la drammatica notizia nel corso della cerimonia di giuramento dei sottosegretari del suo nuovo governo; il segretario della Democrazia Cristiana Benigno Zaccagnini seppe dell'accaduto sulle scale di Montecitorio dove si era recato per il previsto dibattito parlamentare. Con il passare dei minuti un numero sempre più elevato di funzionari e dirigenti raggiunse via Fani; tra essi il comandante generale dei carabinieri, generale Pietro Corsini, il procuratore capo Giovanni De Matteo con tre sostituti procuratori, il capo della Squadra mobile Fernando Masone, il capo della Legione carabinieri di Roma, colonnello Enrico Coppola, i generali Giuseppe Siracusano e Mario De Sena, il capo della Digos Spinella. Nella zona c'era una crescente confusione, accorrevano sempre nuove autopattuglie a sirene spiegate, la gente era tenuta lontano con difficoltà, venivano diffuse notizie discordanti e inattendibili. In precedenza, fin dalle ore nove e trenta il questore De Francesco si era recato in via Fani, seguito dal procuratore Luciano Infelisi; dopo pochi minuti giunse Eleonora Moro, moglie del presidente che, informata mentre teneva una lezione di catechismo nella chiesa di San Francesco, rimase sconvolta dalle notizie e poi dalla scena del delitto, manifestando i primi dubbi sulla vicenda. Il questore De Francesco cercò di tranquillizzare la donna e affermò che dalla metodica dell'agguato si poteva ragionevolmente essere sicuri che l'onorevole fosse ancora vivo. La prima notizia dell'agguato raggiunse la nazione con i mezzi di comunicazione di massa alle ore nove e venticinque attraverso una edizione straordinaria del giornale radio del Gr2; il giornalista radiofonico parlò in tono emozionato di "drammatica notizia che ha dell'incredibile, che, anche se non ha trovato finora una conferma ufficiale, sembra sia vera", l'onorevole Moro era stato rapito a Roma dai terroristi; si trattava di "un inaudito, ripetiamo, incredibile episodio". La scorta era composta da cinque agenti: "sarebbero tutti morti". Alle ore nove e trentuno anche il Gr1 in edizione straordinaria comunicò che "il Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro è stato rapito stamane a Roma...gli uomini della scorta colpiti e uccisi, non si sa ancora se tutti, dal fuoco del commando". Secondo la documentazione disponibile il primo posto di blocco organizzato dalla polizia venne attuato a partire dalle ore nove e ventiquattro nei pressi dello svincolo del Grande Raccordo Anulare di via Tiburtina, in un punto molto lontano dalla effettiva direzione seguita dai terroristi per la fuga; altri posti di blocco vennero ordinati dalle ore nove e venticinque in zona via Trionfale-Pineta Sacchetti; alle ore nove e trentatré è documentata l'entrata in funzione di un altro posto di blocco sulla via Cassia; alle nove e trentauqattro due elicotteri decollarono dall'aeroporto di Pratica di Mare per sorvolare la zona dell'agguato e controllare il traffico cittadino. Le disposizioni diramate agli uomini delle forze dell'ordine provenivano in modo confuso sia dalla polizia che dai carabinieri senza un effettivo coordinamento operativo centralizzato. Fin dalle ore nove e ventitré un'auto della polizia individuò la Fiat 132 targata "Roma P79560", abbandonata dai brigatisti in via Licinio Calvo. Fu solo alle ore nove e quarantacinque, circa quaranta minuti dopo l'agguato, che sistematici posti di blocco della polizia e dei carabinieri furono attivati sulle strade di accesso della città, nelle zone Primavalle, Ponte Milvio, Flaminio, Aurelio, Monte Mario e sulle uscite del Grande Raccordo Anulare per le vie Nomentana e Flaminia. Nel frattempo sul luogo dell'agguato si verificò anche una temporanea interruzione delle linee telefoniche che in un primo momento venne spiegata con un'azione di sabotaggio delle stesse Brigate Rosse; solo in un secondo tempo i tecnici della Sip riferirono invece che i problemi dei collegamenti erano stati causati dal sovraccarico del traffico telefonico nella zona dopo l'attentato. Alle ore dieci e dieci una telefonata anonima giunse al centralino dell'agenzia Ansa a Roma; il messaggio comunicato dallo sconosciuto riferiva seccamente che le Brigate Rosse avevano sequestrato il presidente Moro ed "eliminato la sua guardia del corpo, teste di cuoio di Cossiga". L'agenzia Ansa, che quella mattina tra l'altro era in sciopero, si affrettò ad interrompere l'agitazione sindacale in corso ed a trasmettere alle ore dieci e sedici il comunicato dei brigatisti. Due minuti prima, alle ore dieci e otto, era già stato comunicato alla redazione milanese dell'Ansa da un'altra telefonata anonima che le Brigate Rosse avevano "portato l'attacco al cuore dello stato" e che "l'onorevole Moro è solo l'inizio", alle dieci e tredici giunse un messaggio simile anche alla redazione di Torino dell'Ansa. Queste rivendicazioni e le notizie dell'attentato vennero ben presto diffuse anche dalle televisioni; poco dopo le ore dieci Bruno Vespa aprì l'edizione straordinaria del TG1 e diede lettura del comunicato brigatista all'agenzia Ansa a Roma e pochi minuti dopo Paolo Frajese in collegamento da via Fani diede una prima drammatica descrizione del luogo dell'agguato. Giuseppe Marrazzo per il TG2 intervistò i primi testimoni: una ragazza descrisse l' "uomo un pochino più alto di Moro...lo prendeva per il braccio...prendeva il rapito per il braccio...", i terroristi "erano molto calmi, non erano concitati, non correvano...", si erano sentite forti grida "di tanti uomini e anche di una ragazza...la voce di una persona anziana che diceva "lasciatemi", poi delle altre voci molto giovani...". La prima riunione a Palazzo Chigi tra i rappresentanti dei partiti principali con il Presidente del Consiglio Andreotti avvenne a partire dalle ore dieci e venti con la presenza di Berlinguer, Zaccagnini, Bettino Craxi, Pier Luigi Romita e Ugo La Malfa, vi presero parte anche i rappresentanti sindacali Luciano Lama, Giorgio Benvenuto e Luigi Macario. Nel frattempo si era diffusa nel paese grande inquietudine e si erano verificati i primi scioperi spontanei di solidarietà democratica in fabbriche e uffici; alle ore dieci e trenta le federazioni sindacali proclamarono dalle ore undici sino a mezzanotte, lo sciopero generale a sostegno della Repubblica e delle istituzioni democratiche contro l'aggressione terroristica. Lo sciopero ebbe larga diffusione e alcuni milioni di lavoratori si riversarono nelle piazze, grandi manifestazioni ebbero luogo a Bologna, Milano, Napoli, Firenze, Perugia e a Roma, dove duecentomila persone si raccolsero a piazza San Giovanni. Alle ore undici e trenta il Ministro dell'interno Francesco Cossiga convocò al Viminale i ministri della Difesa, Attilio Ruffini, delle Finanze, Franco Maria Malfatti, e di Grazia e Giustizia, Franco Bonifacio, insieme al sottosegretario agli Interni, ai capi dei servizi di sicurezza, ed ai capi della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, per organizzare il cosiddetto "Comitato tecnico-operativo", la struttura preposta al coordinamento delle indagini, delle ricerche dell'onorevole Moro ed a decidere e attuare le misure destinate a controbattere l'offensiva terroristica. L'attività del ministero dell'Interni era iniziata in precedenza con un grossolano errore: il capo dell'Ucigos, Antonio Fariello, aveva diramato a tutti gli organi dipendenti nazionali la disposizione di attuare il "Piano Zero"; in realtà questo fantomatico piano non esisteva e si riferiva a disposizioni di mobilitazione previste in casi di emergenza per la sola provincia di Sassari. Solo alle dodici e quindici venne diramata alle questure la comunicazione che annullava la precedente disposizione sull'inesistente "Piano Zero". La Polizia scientifica aveva cercato subito di raccogliere il maggior numero di elementi utili per le indagini e alle ore dieci era stata redatta un'accurata relazione della scena presente sul luogo dell'agguato con descrizione della posizione dei cadaveri. Vennero rinvenute sulla Fiat 130 un borsello con dentro una pistola sotto il sedile dove era seduto il maresciallo Leonardi e un'altra pistola carica nello spazio compreso tra i due sedili anteriori; anche sull'Alfetta venne trovata una pistola con il caricatore pieno e colpo in canna nella stessa posizione; nell'auto della scorta venne rilevato come la radio ricetrasmittente fosse accesa con il ricevitore adagiato sul pianale del autoveicolo; tra i piedi dell'agente Rivera fu trovato un piccolo pacchetto contenente una bottiglia piena di caffè. Gli agenti descrissero inoltre lo stato delle auto con i segni dei proiettili sulle fiancate di sinistra, sui finestrini, sul lunotto e sul portabagagli dell'Alfetta. Si cercò di recuperare tutti i bossoli dei proiettili ma la confusione e la presenza di curiosi non permisero una completa individuazione di ogni elementi di prova; alcuni reperti vennero calpestati o spostati anche a causa della leggera pendenza del piano stradale di via Fani, in discesa su via Stresa. Sul piano stradale vennero repertati un cappello dell'Alitalia, un caricatore per pistola mitragliatrice contenente ventidue cartucce e due borse di cuoio. Nella Fiat 130 furono recuperate due borse dell'onorevole Moro rimaste sui sedili posteriori; cinque giorni più tardi sarebbe stata ritrovata un'altra borsa nel bagagliaio posteriore della stessa auto. Alle ore undici e cinquanta vennero comunicate le prime notizie riguardo alla targa "CD 19707" della Fiat 128 dei terroristi; risultò che era stata assegnata molti anni prima all'ambasciata del Venezuela la quale ne aveva denunciato il furto l'11 aprile 1973, ottenendone in sostituzione un'altra in plastica con la stessa numerazione. Alle ore dodici e trentasei i sanitari del Policlinico Gemelli comunicarono ufficialmente che anche il vicebrigadiere Francesco Zizzi, ricoverato in condizioni disperate dopo l'agguato, era morto per collasso cardiocircolatorio da shock emorragico a seguito di triplice ferita da arma da fuoco al torace. Alle ore dodici e quarantacinque, dopo un iniziale rinvio, si aprì la seduta alla Camera dei Deputati; dopo un austero saluto del presidente Pietro Ingrao che espresse "lo sdegno per l'attacco infame allo stato democratico", prese la parola il Presidente del Consiglio Andreotti che illustrò sinteticamente il programma del suo governo dopo aver espresso la "volontà" dell'esecutivo "di rimuovere, nel limite delle umane possibilità, questi centri di distruzione del tessuto civile della nostra nazione". Tra le forze politiche si manifestò smarrimento e grande turbamento e le reazioni dei principali esponenti dei partiti dimostrarono la profonda preoccupazione; Ugo La Malfa parlò di "stato di guerra" e di necessità di "misure eccezionali di guerra"; Giorgio Almirante arrivò al punto di richiedere la sostituzione del ministro Cossiga con un militare, la promulgazione di una legge eccezionale ed il ripristino della pena di morte, il Procuratore Capo della Repubblica Giovanni De Matteo propose di dichiarare lo stato di "pericolo pubblico". Altri uomini politici diedero invece grande importanza alla necessità di dare una risposta democratica al terrorismo; Francesco De Martino invitò a "non perdere la calma e mobilitare tutte le energie del paese", Giovanni Malagodi richiese "coraggio e fermezza democratica"; Bettino Craxi parlò di "ferita della Repubblica" e di "temere che si diffonda una sorta di rassegnazione", mentre Enrico Berlinguer vide nell'agguato di via Fani "un tentativo estremo di frenare un processo politico positivo". Infine Benigno Zaccagnini, legato da sentimenti di fraterna amicizia con Aldo Moro, apparve sconvolto ed espresse solo " l'auspicio che possa essere messa in atto ogni azione capace di far fallire lo scopo di questa criminosa e criminale attività". Sandro Pertini, dopo aver parlato di "colpo al cuore della classe politica", propose di rinunciare alla discussione generale alla Camera e passare subito al voto di fiducia al nuovo governo per dare una immediata dimostrazione di solidarietà democratica. Alle ore venti e trentacinque, dopo il discorso del presidente del consiglio Andreotti, interrotto a tratti dalle intemperanze soprattutto di alcuni deputati del Movimento Sociale Italiano, venne votata la fiducia al nuovo governo con cinquecento quarantacinque voti favorevoli, trenta voti contrari e tre astenuti. Nella popolazione le drammatiche notizie di via Fani provocarono in grande maggioranza paura e dolore; l'inquietudine e lo sgomento furono i sentimenti prevalenti, si assistette ad un significativo riavvicinamento popolare alle istituzioni democratiche e predominarono fenomeni di ripulsa e totale rifiuto della violenza e della brutalità dimostrata dai terroristi. Nella base comunista e operaia tuttavia non mancarono minoranze che manifestarono sentimenti di soddisfazione per l'attacco brigatista alla Democrazia Cristiana, mentre nel Movimento giovanile di estrema sinistra l'azione di via Fani fece grande impressione e favorì un notevole reclutamento di nuovi militanti decisi a passare alla lotta armata; nell'ambiente studentesco ci furono anche reazioni di esultanza. Nel complesso comunque la dirigenza del Partito Comunista Italiano seppe controllare la sua base popolare, impose la sua scelta della fermezza democratica e della piena collaborazione con la Democrazia Cristiana e seppe divenire "una delle dighe più efficaci contro il terrorismo". Durante il resto della giornata del 16 marzo si susseguirono indiscrezioni e informazioni sulle prime indagini e sugli sviluppi della ricerca dei rapitori e dell'ostaggio. Vennero diramate dal sostituto procuratore Infelisi notizie completamente errate sul possibile impiego da parte dei terroristi di una pistola Nagant; un'enorme quantità di segnalazioni da parte di cittadini fu registrata e controllata senza alcun risultato. Il Ministero dell'Interni diffuse i nomi e le foto di diciannove presunti terroristi ricercati, probabilmente coinvolti; la lista presentava gravi errori ed includeva anche criminali comuni, due persone già detenute e militanti di altri gruppi eversivi estranee ai fatti. Peraltro cinque persone incluse nella lista erano realmente responsabili dell'agguato di via Fani e del sequestro; si trattava di brigatisti conosciuti e clandestini da anni: Mario Moretti, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, Prospero Gallinari e Rocco Micaletto. Alle ore ventitré e trenta venne fermato, su disposizione del sostituto procuratore Infelisi, Gianfranco Moreno, dipendente di una banca, personaggio che si sarebbe ben presto rivelato completamente estraneo ai fatti. In realtà nonostante alcuni infortuni e una certa confusione, le autorità non erano state completamente inefficienti nelle prime, drammatiche ore dopo l'agguato; in particolare il dirigente della Digos Domenico Spinella aveva intrapreso le prime ricerche di elementi sospetti dell'estremismo romano di cui non si sapeva più nulla da anni. Tra il pomeriggio del 16 marzo ed il mattino del 17 marzo, agenti di polizia si presentarono e sottoposero a perquisizioni le abitazioni ufficiali di Valerio Morucci e Adriana Faranda senza trovare traccia dei due, che erano effettivamente tra i principali responsabili del sequestro. Nel frattempo alle ore ventuno si era conclusa la seconda riunione del Comitato tecnico-operativo presieduta dal ministro Cossiga; in questa sede non erano emerse novità importanti; si era discusso soprattutto di intensificare i posti di blocco, di attivare contatti con i servizi segreti stranieri, di organizzare un piano di massicce perquisizioni alla ricerca della prigione dell'ostaggio; si rinunciò invece a istituire una taglia sui rapitori.
LO SVOLGIMENTO DEI FATTI SECONDO LA VERSIONE BRIGATISTA
A partire dall'estate 1976 le Brigate Rosse erano riuscite a costituire una colonna dell'organizzazione a Roma, grazie soprattutto all'impegno di tre dirigenti discesi nella capitale dal nord: Mario Moretti, conosciuto con il "nome di battaglia" di "Maurizio", Franco Bonisoli "Luigi", che erano entrambi membri del Comitato esecutivo, il principale organismo direttivo delle Brigate Rosse, e Maria Carla Brioschi "Monica". Questi tre brigatisti avevano preso contatto con gli elementi estremistici già presenti nella città provenienti principalmente dalla disciolta struttura militare di Potere operaio, dal gruppo autonomo di via dei Volsci e dai resti della struttura dei Nap.I primi elementi clandestini della nuova colonna romana furono Valerio Morucci "Matteo", personaggio già molto noto negli ambienti dell'estremismo, esperto di armi e organizzatore di precedenti piccoli gruppi di lotta armata, e la sua compagna Adriana Faranda "Alessandra". A questi due militanti si unirono ben presto, sotto la direzione dei brigastisti del nord, altri giovani inizialmente non clandestini come Bruno Seghetti, Barbara Balzerani, Francesco Piccioni, Alessio Casimirri, Rita Algranati, Germano Maccari, Renato Arreni, Anna Laura Braghetti, Antonio Savasta. Nel settembre del 1977 discese a Roma anche un altro importante brigatista del nord, Prospero Gallinari, evaso in gennaio dal carcere di Treviso dove era detenuto dopo il suo arresto nel 1974, mentre prima la Brioschi e poi Bonisoli tornarono a Milano. Soprattutto grazie alla capacità organizzativa ed all'esperienza di Mario Moretti, brigatista clandestino fin dal 1972 in contatto con gli altri militanti del Comitato esecutivo delle Brigate Rosse presenti al nord, la colonna romana crebbe progressivamente in efficienza. Vennero costituite le prime basi in via Gradoli e in via Chiabrera e vennero eseguiti i primi attentati con ferimenti di giornalisti, uomini politici e dirigenti degli apparati dello stato. Ben presto l'obiettivo delle Brigate Rosse a Roma, città priva di grandi complessi industriali e di una forte classe operaia come le grandi città del nord, divenne il cosiddetto "attacco al cuore dello stato": l'organizzazione di un attentato clamoroso con il sequestro di un importante uomo politico della Democrazia Cristiana, partito dominante da oltre trent'anni in Italia, per incidere direttamente sulla vita politica nazionale, minare la solidità della Repubblica democratica e sviluppare e propagandare la lotta armata. Nel febbraio 1978 le Brigate Rosse diffusero una cosiddetta "Risoluzione Strategica" in cui delineavano la loro nuova e ambiziosa strategia di "distruzione delle forze del nemico"; il gruppo armato intendeva organizzare un vero "salto di qualità" passando dalla fase della "propaganda armata" a quello della "guerra civile dispiegata"; lo scopo della cosiddetta "campagna di primavera" diveniva l'attacco alla Democrazia Cristiana, il partito-stato. Secondo le dichiarazioni di alcuni brigatisti la scelta dell'obiettivo concreto fu in parte legata a considerazioni sulle difficoltà operative dell'eventuale azione; si ritenne che un attentato contro Giulio Andreotti, Presidente del Consiglio, o Amintore Fanfani, Presidente del Senato, presentasse problemi insormontabili a causa della forte protezione di cui disponevano per i loro incarichi istituzionali. Un agguato contro Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana e principale protagonista delle recenti vicende politiche, sembrò invece più semplice; in realtà Mario Moretti ha affermato che fin dall'inizio Moro, per la sua statura politica,fu il vero obiettivo delle Brigate Rosse a Roma. Inizialmente la pianificazione brigatista ipotizzò un sequestro incruento; durante la fase dell'inchiesta preliminare venne individuata la possibilità di effettuare l'azione all'interno della Chiesa di Santa Chiara in piazza dei Giochi Delfici dove l'onorevole Moro sostava in preghiera quasi tutte le mattine accompagnato solo da due agenti di scorta. I brigatisti, in particolare Valerio Morucci, ritenevano di poter immobilizzare gli agenti dentro la chiesa e di poter fuggire con l'ostaggio attraverso l'uscita posteriore. Preoccupazioni su un eventuale conflitto a fuoco che avrebbe potuto coinvolgere estranei, compresi bambini e genitori di una scuola comunicante con il percorso di fuga, convinse però i brigatisti a rinunciare a questo piano. Venne quindi studiato un piano alternativo che questa volta prevedeva l'uccisione di tutti gli uomini della scorta dell'uomo politico. Studiando le abitudini di Moro venne rilevato dai brigatisti come egli seguisse nella mattinata di regola sempre le stesse attività; se non aveva impegni particolari, Moro si recava per prima cosa, accompagnato dalla scorta, nella Chiesa di Santa Chiara percorrendo quasi sempre lo stesso percorso a partire dalla sua abitazione in via del Forte Trionfale. Lungo questo percorso abituale i brigatisti ritennero di poter effettuare l'agguato in via Mario Fani, una strada a doppio senso di marcia poco frequentata, costeggiata da quartieri residenziali, larga circa dieci metri, lunga e dritta, che si sviluppava con un andamento lievemente in discesa fino ad uno stop all'incrocio con via Stresa, una strada più stretta, in salita e a senso unico di marcia che si ricollegava a via Trionfale. L'azione avrebbe presentato la grave difficoltà che il convoglio dell'onorevole Moro sarebbe stato in movimento, ma la strada in leggera pendenza e lo stop avrebbe rallentato la marcia consentendo ai brigatisti di fermare le auto utilizzando la cosiddetta tecnica dei "cancelletti". Questa metodica prevedeva di bloccare il convoglio con uno strategemma e di isolare l'area dell'agguato organizzando dei "cancelletti" di sbarramento con delle auto e i loro occupanti, interrompendo il traffico sia da entrambe le parti di via Fani sia dalla parte di via Stresa; in questo modo un gruppo di fuoco appostato all'incrocio, libero da minacce o interferenze di estranei, avrebbe potuto eliminare la scorta del presidente. Era inoltre essenziale proteggere la via di fuga del gruppo brigatista in direzione di via Trionfale. Il piano definitivamente adottato dai brigatisti prevedeva che un militante, tempestivamente avvertito da una brigatista dell'arrivo delle macchine del presidente, si sarebbe inserito sulla strada e avrebbe bloccato, fermandosi bruscamente allo stop con la sua auto, il convoglio dell'onorevole Moro. L'auto utilizzata avrebbe esposto una targa Cd (corpo diplomatico) per evitare sospetti tra gli uomini della scorta; la targa, rubata nel 1973 ad un funzionario venezuelano, era arrivata alle Brigate Rosse tramite Valerio Morucci che l'aveva consegnata all'organizzazione nel settembre 1976. Quindi l'incrocio di via Stresa e la parte bassa di via Fani sarebbero stati presidiati e sbarrati da altri tre brigatisti con due macchine; sul lato sinistro della strada, altri quattro militanti, travestiti da avieri Alitalia e armati di mitra, posizionati dietro le siepi di un bar chiuso per restauri all'angolo di via Fani, il bar "Olivetti", sarebbero intervenuti di sorpresa sulle auto dell'uomo politico ed avrebbero eliminato la scorta. Un'altra auto con un brigatista a bordo, pronta in via Stresa, avrebbe quindi caricato l'ostaggio insieme ad alcuni terroristi e sarebbe partita subito verso via Trionfale. Per organizzare e portare a termine un'operazione così complessa sarebbe stato necessario impegnare l'intera colonna romana; inoltre furono richiamati nella capitale alcuni brigatisti esperti delle altre colonne del nord. Alla fine del 1977 scese a Roma da Torino Raffaele Fiore "Marcello" che rimase nella capitale per alcuni giorni; contemporaneamente da Milano ritornò Franco Bonisoli; in questa occasione si svolse in un villino a Velletri una prima riunione con i militanti regolari della colonna, tra cui Morucci, Gallinari, Moretti, la Balzerani e la Faranda, in cui vennero discussi i dettagli dell'azione e vennero analizzati una serie di problemi tecnici. Fiore si recò anche sui luoghi previsti per l'agguato in compagnia di Morucci e Moretti. A febbraio 1978 si tenne nel villino di Velletri una importante Direzione strategica delle Brigate Rosse con la partecipazione di militanti di tutte le colonne; da Torino arrivarono Fiore, Nadia Ponti "Marta" e due irregolari; venne definitivamente decisa l'azione contro Aldo Moro, denominata in codice all'interno dell'organizzazione "operazione Fritz", e vennero studiati i risvolti politici del sequestro. Prospero Gallinari racconta che durante quella riunione, a cui parteciparono anche i militanti scelti per l'azione di via Fani, si svolse nel giardino della villa l'unica esercitazione generale per studiare movimenti e tempi dell'operazione. A partire dal 22-23 febbraio iniziarono i sopralluoghi sistematici dei brigatisti nel luogo scelto per l'agguato per valutare sul terreno i problemi operativi. Nella prima settimana di marzo ritornò a Roma Raffaele Fiore che partecipò con Morucci e Bonisoli ad alcune prove con le armi sulla riva del mare; egli alloggiò i primi giorni a Velletri quindi si trasferì nell'appartamento di Bruno Seghetti; la decisione definitiva del Comitato esecutivo fu prese una settimana prima del 16 marzo e, a dire dei brigatisti, fu presa indipendentemente dal calendario dei lavori parlamentari e dalle notizie sugli sviluppi della formazione del nuovo governo Andreotti. Il giorno inizialmente stabilitò era il 15 marzo; il rinvio fu dovuto a difficoltà per il reperimento delle auto necessarie ed anche al fatto che i brigatisti avevano notato che il 15 marzo, essendo mercoledì, la zona era perlustrata da guardie giurate della Mondialpol. La coincidenza con la presentazione del nuovo governo quindi secondo i brigatisti fu casuale; Morucci ha rievocato in sede processuale che il 16 marzo era il primo giorno che il gruppo si recava in via Fani per tentare di portare a compimento l'agguato ed il sequestro. La sera precedente i componenti del gruppo brigatista si erano riuniti, e durante la notte Raffaele Fiore e Bruno Seghetti eseguirono un ultimo compito, recandosi in via Brunetti 42 e squarciando le quattro gomme del furgone Ford Transit del fioraio Antonio Spiriticchio che, parcheggiando con il suo automezzo tutte le mattine per lavoro all'incrocio di via Fani, avrebbe potuto intralciare l'azione e correre il rischio di essere coinvolto nel conflitto a fuoco. La notte del 16 marzo Mario Moretti, che a suo dire non riuscì a dormire, rimase in via Gradoli con Barbara Balzerani; Morucci e Bonisoli erano in via Chiabrera insieme ad Adriana Faranda, Gallinari dormì con Anna Laura Braghetti in via Montalcini, mentre Fiore passò la notte a Borgo Vittorio nell'abitazione di Bruno Seghetti, insieme al quale in precedenza aveva squarciato le gomme dell'autoveicolo del fioraio Spiriticchio. Fu Moretti che controllò preliminarmente se quel mattino Aldo Moro fosse nella sua abitazione; il brigatista passò davanti alla casa dell'onorevole dove vide le auto della scorta pronte ad accompagnare l'uomo politico; egli quindi si portò in via Fani dove avvertì i suoi compagni che l'azione era confermata. Nei loro racconti i quattro brigatisti del gruppo di fuoco, Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisoli ricordano che nelle prime ore della mattina del 16 marzo indossarono pesanti maglioni scuri a giro collo, giubbotti antiproiettile e impermeabili azzurri a doppio petto su cui erano stati cuciti i fregi dell'Alitalia, sotto di cui nascosero i loro mitra inizialmente trasportati in borse di cuoio con marchio Alitalia. Tutti e quattro avevano berretti azzurri con visiera con i fregi della compagnia di bandiera italiana, acquistati alcuni giorni prima da una donna in un negozio di via Firenze, che si appurò in seguito essere Adriana Faranda. I componenti del nucleo brigatista arrivarono in via Fani in piccoli gruppi intorno alle ore 8.45; Valerio Morucci "Matteo", armato con un mitra Fnab-43 ed una pistola Browning Hp, e Franco Bonisoli "Luigi", con un altro Fnab-43 ed una pistola Beretta M51, si mossero su una Fiat 127 che poi abbandonarono nei pressi del mercato Trionfale e salirono su una Autobianchi A112 con la quale arrivarono in via Stresa, quindi si diressero a piedi sul luogo dell'agguato che raggiunsero per primi. Poco dopo arrivarono anche gli altri due brigatisti travestiti da avieri, Prospero Gallinari "Giuseppe", che aveva un mitra TZ45 e una pistola Smith&Wesson 39, e Raffaele Fiore "Marcello", con una pistola mitragliatrice Beretta M12 ed una pistola Browning Hp; i quattro si portarono con calma dietro le siepi del bar "Olivetti", chiuso per lavori, con le saracinesche abbassate, poste all'angolo della strada nei pressi dello stop di via Fani su via Stresa. Secondo Raffaele Fiore, i quattro brigatisti si divisero in due coppie poco distanti tra loro, fingendo di chiacchierare; egli ha rievocato anche la grande tensione presente e l'attenzione messa per controllare eventuali situazioni impreviste.
Nello stesso tempo anche gli altri brigatisti raggiunsero le posizioni stabilite. Mario Moretti "Maurizio", armato con un mitra Beretta Mab 38 e una pistola Browning Hp, era a bordo della Fiat 128 con targa Cd ferma sulla destra di via Fani subito dopo via Sangemini, pronto a muovere verso l'incrocio di via Stresa; in precedenza, dopo essere arrivato in compagnia della Balzerani, aveva percorso a piedi via Fani per controllare che tutti fossero ai loro posti. Su una Fiat 128 bianca Alessio Casimirri "Camillo" e Alvaro Lojacono "Otello", che disponevano di un fucile M1 calibro 30, erano in attesa sullo stesso lato di via Fani, poco più avanti di Moretti. Dall'altra parte dell'incrocio di via Stresa era ferma una Fiat 128 blu, rivolta con il muso verso la direzione da cui era previsto l'arrivo delle auto dell'onorevole Moro; a bordo di questa auto c'era Barbara Balzerani "Sara", armata con una mitraglietta Vz 61 Skorpion. In via Stresa, fermo contromano sul lato sinistro della strada, a pochi metri dall'incrocio c'era Bruno Seghetti "Claudio" alla guida di una Fiat 132 blu; questa auto avrebbe dovuto tornare indietro in retromarcia e caricare a bordo l'ostaggio; infine una A112 era ferma senza occupanti sul lato destro di via Stresa a venti metri dall'incrocio. Alle ore 09:00 circa Rita Algranati "Marzia", la giovane ragazza appostata all'inizio di via Fani, vide arrivare il convoglio delle auto dell'onorevole Moro e con un mazzo di fiori in mano fece il segnale convenuto allertando Mario Moretti; subito dopo abbandonò il luogo dell'azione su un ciclomotore. Moretti quindi, appena vide arrivare le auto, partì a sua volta e riuscì ad inserirsi nel momento giusto proprio davanti al convoglio del presidente; egli rallentò opportunamente l'andatura evitando tuttavia di farsi superare, sorpassò una Fiat 500 che procedeva lentamente e le macchine di Moro superarono a loro volta e lo seguirono subito dietro. Allo stop su via Stresa, Moretti si arrestò, fermandosi leggermente di traverso per occupare la maggior parte della carreggiata. Riguardo alla fase iniziale dell'agguato le ricostruzioni di Valerio Morucci e quelle di Moretti e Fiore sono parzialmente discordanti; mentre Morucci riferì che la fermata allo stop di via Fani della Fiat 128 CD guidata da Moretti provocò un immediato tamponamento a catena con la Fiat 130 dell'onorevole Moro e l'Alfetta della scorta, Moretti e Fiore ricordano invece che inizialmente non ci fu alcun tamponamento e che le auto del presidente democristiano si fermarono regolarmente dietro la Fiat 128 Cd apparentemente senza sospettare alcun pericolo; Moretti notò anche che l'appuntato Ricci gli segnalò di ripartire. I quattro brigatisti travestiti da avieri, non appena videro arrivare le tre auto nei pressi dell'incrocio di via Fani, cominciarono ad uscire da dietro le siepi del bar "Olivetti" e quindi estrassero i mitra dalle loro borse e si portarono il più rapidamente possibile al centro della strada per avvicinarsi al massimo alle auto ed aprire immediatamente il fuoco. "Matteo" (Morucci) e "Marcello" (Fiore) si mossero verso la Fiat 130 del presidente, mentre "Giuseppe" (Gallinari) e "Luigi" (Bonisoli) si avvicinarono all'Alfetta; in pochi istanti i quattro brigatisti "avieri" raggiunsero le auto ferme ed iniziarono a sparare da distanza estremamente ravvicinata con le loro armi automatiche, cogliendo completamente di sorpresa gli agenti di scorta. Valerio Morucci sparò attraverso il parabrezza con l'Fnab-43 e colpì ripetutamente il maresciallo Leonardi, ma Raffaele Fiore che aveva il compito di uccidere l'autista della Fiat 130, appuntato Ricci, dopo pochi colpi ebbe il suo mitra M12, che teoricamente era l'arma più moderna a disposizione dei terroristi, inceppato; egli sostituì il caricatore ma non riuscì a riprendere il fuoco e di conseguenza l'appuntato Ricci non venne subito eliminato. Contemporaneamente anche gli altri due brigatisti, Gallinari, armato di un mitra Tz45, e Bonisoli, con un altro Fnab-43, si avvicinarono all'Alfetta; essi aprirono il fuoco subito contro la scorta; anche la fiancata sinistra dell'auto fu raggiunta da molti colpi. Sarebbe stato proprio l'immediato, gravissimo ferimento dell'agente Rivera che innescò il tamponamento a catena; l'autista della l'Alfetta colpito rilasciò la frizione e l'auto quindi tamponò la Fiat 130 che a sua volta fece un movimento in avanti e colpì la 128 CD con Moretti rimasto alla guida. Alle spalle delle due auto dell'onorevole Moro si erano intanto portati Casimirri e Lojacono che bloccarono il traffico lungo via Fani con la loro Fiat 128 bianca e provvidero ad intimidire con le armi le poche persone presenti sul luogo ed il figlio del giornalaio dell'edicola posta lungo via Fani. Nel frattempo anche Barbara Balzerani si era subito portata all'incrocio di via Stresa e con la mitraglietta Skorpion controllò e bloccò il flusso delle auto da quella direzione mentre alle sue spalle infuriava il conflitto a fuoco. Anche i due brigatisti impegnati contro l'Alfetta ebbero problemi con le loro armi; Gallinari riuscì a sparare per alcuni secondi prima che anche il suo mitra si inceppasse, egli quindi continuò a sparare con la sua pistola Smith&Wesson M39, mentre Bonisoli sparò circa un caricatore contro gli agenti dell'Alfetta. Secondo i racconti di Moretti, Fiore e Morucci, l'appuntato Ricci ebbe il tempo di effettuare alcuni disperati tentativi di sfuggire alla trappola; mentre Fiore cercava di risolvere i problemi del suo M12, Morucci, dopo aver sparato al maresciallo Leonardi, si trovò in difficoltà con il suo Fnab-43 e si spostò per alcuni secondi verso l'incrocio di via Stresa per tentare di disinceppare la sua arma. L'appuntato Ricci fece varie volte delle manovre per svincolare la Fiat 130 ma, bloccato posteriormente dall'Alfetta e anteriormente dalla Fiat 128 CD non riuscì a trovare una via d'uscita. Moretti che avrebbe dovuto intervenire all'incrocio per aiutare la Balzerani, invece rimase dentro l'auto, inserì il freno a mano e tenne premuto il freno a pedale cercando di mantenere il blocco; il tentativo dell'appuntato Ricci di passare sulla destra fu impedito anche dalla casuale presenza sul bordo della strada da quel lato di una Mini Minor parcheggiata. Entro pochi secondi Valerio Morucci riuscì a risolvere i problemi tecnici del suo mitra, egli poté quindi ritornare verso la Fiat 130 e sparare altre raffiche ravvicinate che uccisero l'appuntato Ricci; nel frattempo mentre l'agente Rivera ed il vicebrigridiere Zizzi erano stati ripetutamente colpiti, l'agente Iozzino, posto sul sedile posteriore destro dell'Alfetta e quindi relativamente meno esposto al fuoco da sinistra dei brigatisti, riuscì ad uscire dall'auto e a rispondere al fuoco con la sua pistola Beretta 92 esplodendo alcuni colpi. Sia Gallinari che Bonisoli spararono contro l'agente Iozzino; secondo il racconto di Moretti, sarebbe stato Bonisoli che, dopo aver esaurito il caricatore del suo mitra Fnab-43, aveva riaperto il fuoco con la sua pistola Beretta 51, a colpire mortalmente l'agente di polizia verosimilmente già raggiunto in precedenza da altri proiettili dei due brigatisti. Bonisoli si sarebbe mosso per aggirare da sinistra l'agente Iozzino che cadde riverso supino sul piano stradale; secondo il racconto di Morucci, Bonisoli avrebbe quindi raggiunto, ormai al termine del conflitto a fuoco, il lato destro della strada dove sparò altri colpi verso l'Alfetta e ritornò, passando da quel lato, verso l'incrocio di via Stresa. Il conflitto a fuoco era finito e Raffaele Fiore aprì subito la portiera posteriore sinistra della Fiat 130 ed estrasse l'onorevole Moro dall'auto; l'impronta della mano di grandi dimensioni che fu rilevata dai periti sulla portiera sarebbe appartenuta proprio a Fiore. L'uomo politico era abbassato sul sedile posteriore, apparentemente illeso, silenzioso e fortemente scosso. Egli non oppose alcuna resistenza e Fiore, uomo di robusta costituzione fisica, lo afferrò per un braccio e, aiutato anche da Moretti che, uscito finalmente dalla Fiat 128 Cd, si era portato sulla strada, lo trascinò in direzione della Fiat 132 blu con alla guida Bruno Seghetti. Quest'ultimo si era portato subito in retromarcia da via Stresa in via Fani e si affiancò alla Fiat 130; Fiore fece entrare l'ostaggio nell'autovettura e lo fece sdraiare, nascosto da una coperta, sui sedili posteriori, dove salì egli stesso, mentre Moretti si pose nel sedile anteriore destro. Seghetti partì subito con la 132 blu lungo via Stresa in direzione di via Trionfale con a bordo Fiore, Moretti e l'ostaggio. In questa fase i brigatisti non seguirono esattamente lo schema stabilito che prevedeva che l'auto destinata a guidare il convoglio fosse la 128 blu, seguita dalla 132 blu e dalla 128 bianca; Morucci, scosso dalla violenza dell'azione, mostrò una certa indecisione, perse tempo e venne sollecitato da Gallinari ad affrettarsi dato che la Fiat 132 era già partita; Morucci quindi prese due delle cinque borse dell'onorevole Moro dalla Fiat 130 e si diresse alla Fiat 128 blu ferma nella parte bassa di via Fani dove erano già in attesa Barbara Balzerani sui sedili posteriori e Franco Bonisoli sul posto del passeggero. Le due borse, che secondo i brigatisti contenevano medicinali, tesi di laurea, lettere di raccomandazione e un progetto di riforma delle forze di polizia, furono caricate sulla Fiat 128 blu, Morucci si mise alla guida dell'auto e finalmente partì a sua volta, seguendo a circa cinquanta metri di distanza le altre macchine lungo via Trionfale. Subito dietro l'auto guidata da Seghetti con l'ostaggio a bordo, viaggiava in questa prima fase della fuga la Fiat 128 bianca di Casimirri e Lojacono su cui era salito anche Gallinari. Sul piano stradale rimase abbandonata una borsa in cuoio nera, su cui era stata applicata dai brigatisti la scritta "Alitalia", che Morucci aveva utilizzato per nascondere il suo mitra. Le tre auto si diressero a forte velocità lungo via Stresa quindi proseguirono per via Trionfale attraverso piazza Monte Gaudio; secondo il racconto di Morucci, egli con la Fiat 128 blu in un primo tempo recuperò il terreno perduto e passò in testa al convoglio come previsto dal piano iniziale. Raffaele Fiore riferisce che durante il tragitto le loro macchine incrociarono un'auto della polizia a sirene spiegate che non si accorse di nulla. I brigatisti avevano studiato una deviazione del percorso per evitare possibili inseguimenti e far perdere le loro tracce; il piano ebbe successo, dopo aver percorso via Trionfale ed aver attraversato largo Cervinia, le tre auto effettuarono una svolta repentina su via Belli, una strada secondaria parzialmente occultata dalla vegetazione, quindi imboccarono via Casale de Bustis, un'altra strada secondaria il cui accesso era chiuso da una sbarra bloccata da una catena. Per effettuare la svolta verso via Belli, Morucci si allargò troppo, perse nuovamente terreno, fu superato dalle altre auto e ritornò in coda al gruppo; di conseguenza fu la Fiat 132 blu che giunse per prima alla sbarra; uno degli occupanti dell'auto scese e con una tronchese ruppe la catena e sollevò la sbarra permettendo l'accesso a via Casale de Bustis. Le tre auto poterono quindi percorrere questa strada, quindi proseguirono per via Serranti e raggiunsero via Massimi. In via Massimi era già predisposta una Citroën Dyane azzurra su cui salì Seghetti che prese la testa del convoglio, mentre Moretti passò alla guida della Fiat 132 blu dove erano Moro e Raffaele Fiore; poco più avanti, in via Bitossi, era invece pronto un furgone grigio chiaro Fiat 850T, Morucci quindi lasciò la Fiat 128 blu, prese le due borse di Moro e passò alla guida del furgone; tutti gli automezzi proseguirono per via Bernardini. Le tre auto originarie dei brigatisti, il furgone con Morucci alla guida e la Dyane guidata da Seghetti raggiunsero finalmente piazza Madonna del Cenacolo, il punto scelto per il trasbordo dell'ostaggio; qui Aldo Moro venne fatto scendere e, sotto la copertura fornita dalle auto affiancate, fu fatto salire da Moretti e Fiore attraverso il portello laterale del furgone e fatto entrare in una cassa di legno già pronta nel veicolo alla cui guida passò Mario Moretti; Morucci e Seghetti precedettero con la Dyane il furgone lungo la seconda parte del percorso di fuga, mentre le altre auto, la Fiat 132 blu, la Fiat 128 blu e la Fiat 128 bianca furono portate tutte e tre in via Licinio Calvo ed abbandonate. Secondo il racconto dei brigatisti quindi in piazza Madonna del Cenacolo, tra le 09:20 e le 09:25, il gruppo si sciolse e i brigatisti effettuarono il cambio delle auto. Essendo Aldo Moro visibile nella Fiat 132, fu questo il momento più rischioso del piano di fuga dei brigatisti, ma in questa fase l'allarme generale non era ancora scattato e quindi il trasbordo venne completato senza difficoltà o interferenze. Fiore, Bonisoli e la Balzerani, dopo aver raggiunto via Licinio Calvo, si allontanarono a piedi, lasciando i loro mitra dentro la Fiat 132 blu, quindi Raffaele Fiore e Franco Bonisoli, armati di pistole, discesero le scalette sottostanti che portavano in viale delle Medaglie d'Oro-Piazza Belsito; da lì si recarono alla stazione Termini con i mezzi pubblici dove presero il treno per Milano. Durante il viaggio in treno i due non ebbero alcuna notizia dello sviluppo degli eventi e poterono solo scambiarsi alcune impressioni e cercare di sondare i commenti delle persone; giunti a Milano i due si divisero e Fiore proseguì in treno fino a Torino. I mitra vennero raccolti da Alessio Casimirri che con le armi si recò, accompagnato da Rita Algranati, in auto al mercato di via Trionfale dove incontrò Raimondo Etro e Bruno Seghetti ai quali consegnò le pistole automatiche; Seghetti si allontanò trasportando le armi nascoste in un carrello della spesa. Secondo il racconto dei brigatisti, da piazza Madonna del Cenacolo il furgone guidato da Moretti, con il sequestrato nella cassa di legno, e la Dyane con Morucci e Seghetti si diressero con un percorso particolarmente tortuoso fino al parcheggio sotterraneo della Standa dei Colli Portuensi, nella zona sud-ovest di Roma, che raggiunsero senza difficoltà dopo circa venti minuti. Morucci ha descritto il complicato percorso lungo strade private e la zona delle vecchie fornaci; quindi i due automezzi avrebbero tagliato la circonvallazione, superato un solo semaforo, percorso la via dei vecchi casali, l'antica strada del porto fluviale, infine una stretta strada fino al vialone e quindi al grande supermercato. Nel parcheggio sotterraneo la cassa con il sequestrato fu trasferita senza difficoltà e senza destare sospetti dal furgone su un Citroën Ami 8 già in attesa. Le ricostruzioni brigatiste di questa fase non sono molto chiare, sembra tuttavia che nel parcheggio fosse già pronto Prospero Gallinari e forse anche Germano Maccari; furono Moretti e Gallinari che portarono la Ami 8 con la cassa con il sequestrato fino in via Montalcini 8, l'appartamento affittato da Anna Laura Braghetti per fungere da luogo di detenzione di Aldo Moro. Entro trentacinque minuti dal momento del sequestro Moretti e Gallinari raggiunsero la cosiddetta "prigione del popolo". Dal racconto dei brigatisti sembra che Seghetti e Morucci lasciarono l'ostaggio a Mario Moretti ancor prima del completamento del trasbordo della cassa con il sequestrato nel parcheggio sotterraneo della Standa; essi, controllato che non ci fossero problemi nel parcheggio, ripartirono subito con la Dyane e raggiunsero Trastevere dove Morucci scese a piedi mentre Seghetti parcheggiò l'auto e si allontanò a sua volta. Valerio Morucci alle ore 10:10 da una cabina telefonica effettuò la prima telefonata all'Ansa rivendicando a nome delle Brigate Rosse il sequestro e l'"annientamento" delle "teste di cuoio di Cossiga"; alle ore 10.30 rientrò da solo in via Chiabrera dove era in attesa Adriana Faranda, alla quale apparve scosso e fortemente provato.
Nei pochi minuti dell'agguato in via Fani, solo l'agente Iozzino riuscì, essendo seduto nel sedile posteriore destro dell'Alfetta e quindi nel punto più lontano rispetto ai quattro brigatisti travestiti da avieri, a uscire dall'auto e rispondere al fuoco con la sua pistola. Gli altri componenti della scorta furono tutti uccisi o feriti mortalmente all'interno delle auto e furono ritrovati accasciati sui sedili senza aver potuto neppure impugnare le loro armi che peraltro non erano a portata di mano; il maresciallo Leonardi teneva la sua pistola in un borsello riposto sotto il sedile anteriore. Questa mancata prontezza all'uso delle armi fu un errore gravissimo degli uomini della scorta. Sono state analizzate le ragioni di questa mancanza di reazione della scorta. Si è parlato, senza giungere a conferme definitive, della possibile disattivazione da parte brigatista degli stop della Fiat 128 Cd; è stata ventilata perfino l'ipotesi che gli aggressori fossero persone conosciute dagli uomini della scorta, in particolare dal maresciallo Leonardi, che quindi in un primo tempo non ritennero di avere nulla da temere da costoro. Questa tesi è stata recisamente respinta da Valerio Morucci che ha affermato che in particolare il maresciallo Leonardi, trovandosi sul sedile anteriore destro, non avrebbe in ogni caso potuto vedere nulla, dato che a suo dire sul lato destro della strada non c'era alcun brigatista. In teoria gli agenti della scorta erano addestrati ed esperti; Raffaele Iozzino era un tiratore scelto, il maresciallo Leonardi era un ex-paracadutista, Ricci era in servizio da molti anni come autista di Moro; inoltre disponevano di armi moderne, le potenti pistole individuali Beretta 92 calibro 9 e tre pistole mitragliatrici Beretta M12. Sembra tuttavia dalle risultanze documentali e dalle testimonianze raccolte, che l'addestramento non fosse molto curato e che il personale incaricato della protezione dell'onorevole Moro non avesse la percezione di un imminente pericolo: durante il servizio le armi erano tenute con la sicura attivata mentre i mitra, la cui manutenzione era insufficiente, erano riposti nel bagagliaio. Inoltre il 16 marzo 1978 la scorta sull'Alfetta era guidata per la prima volta dal vicebrigadiere Francesco Zizzi che, provenendo da incarichi amministrativi, non aveva esperienze precedenti come caposcorta. I due capiscorta che si alternavano nel servizio erano il brigadiere di Pubblica sicurezza Rocco Gentiluomo ed il brigadiere di Pubblica sicurezza Ferdinando Pallante; in teoria il compito il 16 marzo sarebbe spettato al brigadiere Gentiluomo che però era in ferie e aveva richiesto il giorno precedente al vicebrigadiere Zizzi di sostituirlo per una settimana. Dal punto di vista operativo inoltre è stato rilevato come l'auto della scorta viaggiasse troppo vicino alla Fiat 130 dell'onorevole Moro, il che rese inevitabile il tamponamento tra gli autoveicoli e l'impossibilità di trovare spazio per svincolare le auto; secondo la moglie del presidente, Eleonora Moro, il maresciallo Leonardi aveva evidenziato ripetutamente la necessità di mantenere maggiori distanze tra le auto; si erano già in precedenza verificati incidenti durante i trasferimenti; apparentemente però le direttive fornite agli uomini della scorta richiedevano che la loro auto "tallonasse" la Fiat 130 del presidente. Le disposizioni di servizio per le scorte non prevedevano che le armi d'ordinanza fossero impugnate durante il percorso; questo era previsto solo in caso di effettivo pericolo immediato; invece in caso di sosta prolungata delle auto per problemi del traffico, gli uomini della scorta sarebbero dovuti uscire immediatamente dall'auto e schierarsi armi in mano a protezione della macchina della personalità scortata. Di fatto gli agenti evidentemente non percepirono affatto una situazione di pericolo immediato allo stop di via Fani e furono quindi colti di sorpresa dai brigatisti "avieri". L'onorevole Moro non disponeva di un'auto blindata; a questo riguardo è stato evidenziato come il Ministero dell'Interno in quel periodo disponesse di 28 auto blindate che però erano state distribuite con criteri sorprendenti, assegnandole alcune a persone poco note non esposte a pericoli di attentati politici. La moglie dell'appuntato Ricci testimoniò in sede processuale che il marito era a conoscenza di una richiesta presentata per disporre di un'auto blindata e che Ricci nel dicembre 1977 era in ansiosa attesa dell'arrivo di questo mezzo. Peraltro deve essere rilevato che il 16 marzo 1978 neppure il Presidente del Consiglio Andreotti disponeva di un'auto blindata. In sintesi quindi si può ritenere che la mancata reazione della scorta non sia riconducibile a motivazioni misteriose ma sia stata causata in primo luogo dall'effetto sorpresa dell'agguato brigatista che colse totalmente impreparati gli agenti ed in secondo luogo dalla loro insufficiente preparazione al compito assegnato. Lo stesso maresciallo Leonardi, la persona da molti anni più vicina a Moro e uomo di grande esperienza militare, che pur avrebbe manifestato preoccupazioni per la sicurezza dell'uomo politico e per la mancanza di mezzi e le carenze di addestramento del personale, venne colto di sorpresa da un attacco di violenza e subitaneità completamente inattesa. Il maresciallo Leonardi infatti venne trovato accasciato, in parte voltato sul fianco, all'interno della Fiat 130 in posizione apparentemente naturale; egli non avrebbe tentato alcuna reazione; secondo Valerio Morucci egli si sarebbe unicamente preoccupato di salvaguardare la vita dell'onorevole Moro cercando di farlo abbassare.
Le impressionanti modalità e le circostanze reali dell'agguato fecero fin dall'inizio sorgere dubbi sull'identità degli effettivi esecutori; l'apparente perfezione tecnica dell'azione indusse fin dalle prime ore alcune autorità dello stato ad enfatizzare l'abilità militare e la precisione dei terroristi. Anche la prima perizia balistica di Ugolini, Jadevito e Lopez del 1978 scrisse di "studio topografico e balistico perfetto" e di attentato "da manuale". Le informazioni raccolte da alcuni testimoni oculari, in particolare di Pietro Lalli che si trovava in quei momenti accanto al benzinaio a circa cento metri dal luogo dell'agguato, riferirono della presenza di almeno un terrorista apparentemente particolarmente addestrato ed abile. Altri testimoni affermarono inoltre che probabilmente "uno del commando parlava straniero"; il che fece sorgere immediatamente il sospetto di possibili connessioni con i terroristi tedeschi della Rote Armee Fraktion autori nel settembre 1977 di un sanguinoso attentato contro l'industriale Hanns-Martin Schleyer simile nelle modalità di esecuzione. Fin dall'epoca dei fatti e successivamente nel corso degli anni fu ventilata la possibile presenza in via Fani di uno specialista esterno alle Brigate Rosse; venne fatto il nome di Giustino De Vuono, ex soldato nella Legione Straniera e personaggio equivoco legato alla malavita e al crimine organizzato; alcuni testimoni riferirono di averlo riconosciuto in via Fani. Nel 1993 vennero svolte indagini sulla possibile presenza in via Fani di un altro criminale calabrese, Antonio Nirta; tutte queste ipotesi non hanno mai ottenuto alcun riscontro concreto. Riguardo alla possibile presenza di terroristi tedeschi, in realtà l'unica testimone che parlò di una "lingua ignota" usata dai terroristi fu la signora De Andreis, mentre un'altra ventina di testimoni non confermarono o riferirono di aver sentito urla in italiano; inoltre la De Andreis parlò di lingua sconosciuta "né francese, né inglese, né tedesca"; la teste incorse in alcuni errori durante il suo racconto e nel complesso la sua testimonianza risultò di limitata attendibilità e non confermata da altre. Dalle testimonianze rese dai alcuni brigatisti, in particolare Moretti, Gallinari, Fiore, Bonisoli e Morucci, sembra che il loro addestramento militare fosse molto limitato; nel corso della fase preparatoria in pratica si sarebbero svolte solo modeste prove di fuoco sul litorale romano per migliorare la dimestichezza con i mitra; ogni brigatista incaricato di sparare si preparò autonomamente e non ci furono vere simulazioni generali con le armi. L'elemento più preparato dal punto di vista tecnico e dell'esperienza con le armi era Valerio Morucci. Secondo Raffaele Fiore, per i brigatisti non era importante saper sparare a lunga distanza od acquisire capacità di mira e tecniche militari speciali; era richiesta invece elevata convinzione ideologica e politica, grande determinazione e capacità di arrivare a distanza ravvicinata dall'obiettivo, avvicinandosi il più possibile. Inoltre nel corso dell'azione tutte e quattro le armi automatiche, delle quali tre erano modelli vecchi di provenienza dai residuati bellici ancora disponibili, si sarebbero successivamente inceppate. Queste riferite, presunte carenze addestrative e tecniche dei terroristi hanno sollevato ulteriori dubbi sulla reale, esclusiva responsabilità delle Brigate Rosse nell'agguato. I risultati della prima perizia balistica di Ugolini, Jadevito e Lopez nel 1978 sembrarono accrescere le incertezze e i misteri. La perizia stabilì che in via Fani avevano sparato sei armi dei brigatisti, quattro mitra e due pistole, oltre alla pistola d'ordinanza dell'agente Iozzino che esplose due colpi; le armi dei terroristi avrebbero esploso almeno 91 colpi di cui furono ritrovati i bossoli, mentre i proiettili ritrovati furono 68, e 23 risultarono dispersi. Di questi 68 proiettili ritrovati, 61 raggiunsero i bersagli: 27 colpirono la Fiat 130 e 34 l'Alfetta di scorta. Di questi 61 quelli che colpirono effettivamente gli uomini della scorta furono 45, ovvero il 49% del totale di 91, mentre 23 non raggiunsero gli agenti e altri 23 non furono rintracciati. I 45 proiettili raggiunsero: l'appuntato Ricci, 8 colpi, il maresciallo Leonardi, 9 colpi, l'agente Rivera, 8 colpi, il vicebrigadiere Zizzi, 3 colpi, e l'agente Iozzino, 17 colpi. La perizia Ugolini, Jadevito, Lopez cercò anche di attribuire i 91 bossoli repertati a precise armi e giunse alla sorprendente conclusione che 49 di essi sarebbero appartenuti ad un solo mitra, probabilmente di tipo FNAB-43 o Sten; altri 22 bossoli provenivano da un altro mitra FNAB-43; 5 bossoli da un mitra TZ45, 3 da una pistola mitragliatrice Beretta M12, 8 da una pistola Smith&Wesson 9 mm. parabellum e 4 da una pistola Beretta modello 51. Sorse quindi il problema di chi fosse l'attentatore che avrebbe sparato 49 colpi sul totale di 91; in realtà una seconda perizia, Salza e Benedetti negli anni novanta, non confermò queste conclusioni e non fu in grado di attribuire tutti i 49 colpi allo stesso Fnab-43; è possibile, come affermato da Valerio Morucci, che essi appartenessero ad entrambi i mitra di questo tipo in possesso dei brigatisti. Peraltro anche i periti del 1978 stabilirono che del mitra Fnab-43 che avrebbe sparato 49 colpi furono ritrovati solo 19 proiettili di cui appena 7 sul corpo dell'agente Iozzino e 4 all'interno dell'Alfetta, quindi 30 sarebbero andati fuori bersaglio, mentre del secondo Fnab-43 furono recuperati 15 proiettili di cui 4 sul corpo del maresciallo Leonardi e 8 all'interno della Fiat 130. In conclusione dalle percentuali di colpi a segno e dal numero di proiettili sparati non sembra che si possa evincere con certezza una particolare abilità e specializzazione tecnica degli aggressori; è possibile inoltre che i 49 colpi attribuiti presuntivamente ad un solo mitra, peraltro finiti in maggioranza fuori bersaglio, in realtà fossero da suddividere tra i due Fnab-43 a disposizione del gruppo e impiegati da Valerio Morucci contro la Fiat 130 e da Franco Bonisoli contro l'Alfetta. I periti inoltre affermarono che verosimilmente gli agenti Rivera e Iozzino e l'appuntato Ricci sarebbero stati raggiunti anche da "colpi di grazia" a distanza ravvicinata; essi infine sottolinearono la capacità dimostrata dai brigatisti di annientare la scorta lasciando illeso l'onorevole Moro. Queste conclusioni della perizia del 1978, che facevano propria in pratica la famosa definizione di Franco Piperno sulla cosiddetta "geometrica potenza" dimostrata dai brigatisti nell'agguato, sembra che non tengano nel dovuto conto le reali modalità operative adottate dai brigatisti del nucleo di fuoco.Sbucando fuori dalle siepi del bar "Olivetti" i quattro brigatisti travestiti da avieri, Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisoli, percorsero in pochi attimi i circa cinque metri di carreggiata che li dividevano dalle auto dell'onorevole Moro, essendo via Fani larga in quel punto non più di dieci metri, e poterono quindi aprire il fuoco direttamente sui bersagli da una distanza ravvicinatissima che, secondo le valutazioni di Pietro Benedetti, autore insieme a Domenico Salza della perizia degli anni novanta, avrebbe consentito anche a persone non specialiste di colpire agevolmente con armi automatiche gli uomini della scorta senza mettere in pericolo la vita dell'uomo politico. Adriana Faranda affermò davanti alla commissione Stragi che "a quella distanza era quasi impossibile sbagliare" e che con i mitra non era stato neppure necessario mirare. Inoltre dalle perizie risulterebbero anche traiettorie intrasomatiche dall'alto in basso sui cadaveri di Ricci e Leonardi; il fatto dimostrerebbe che i brigatisti "avieri" Morucci e Fiore discesero lungo la leggera pendenza di via Fani e, proprio per evitare il rischio di colpire Moro, si portarono fino a pochi centimetri dalla Fiat 130, sparando all'in giù verso gli agenti. I cosiddetti "colpi di grazia" riferiti da alcune ricostruzioni, non sarebbero altro quindi che colpi esplosi a distanza particolarmente ravvicinata dai brigatisti. Il numero reale dei componenti del gruppo brigatista in via Fani, la loro identità e la loro dislocazione sul luogo dell'azione sono stati fin dall'inizio elementi fortemente discussi e fonti di grandi diatribe e valutazioni ampiamente discordanti in sede processuale, pubblicistica e storica. I brigatisti, collaboranti o comunque interessati a descrivere i fatti di via Fani, hanno fornito nel corso del tempo informazioni spesso contraddittorie, non del tutto attendibili, ed hanno mostrato una notevole reticenza riguardo a questo argomento decisivo. Inizialmente nessun brigatista direttamente partecipante agli eventi di via Fani collaborò con gli inquirenti e quindi il primo processo, nel 1982, sui fatti del sequestro Moro dovette basarsi su elementi indiziari e sulle testimonianze di alcuni "pentiti", tra cui Patrizio Peci, che non essendo stati coinvolti attivamente, riferirono solo informazioni non molto attendibili apprese in via indiretta. Il primo processo condannò dieci terroristi come responsabili materiali dell'agguato: Mario Moretti, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, Prospero Gallinari, Barbara Balzerani, Adriana Faranda, Raffaele Fiore, Valerio Morucci, Luca Nicolotti e Bruno Seghetti. Fu Valerio Morucci che, a partire dalla sua testimonianza resa davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta del 1983, iniziò a raccontare dettagliatamente i particolari dell'agguato pur rifiutandosi inizialmente di fornire i nomi dei partecipanti. Egli in un primo momento disse che i terroristi coinvolti erano stati "poco più di dodici", quindi durante il processo d'appello del 1985 ridusse il numero a nove partecipanti. In quella sede egli ricostruì le fasi dell'agguato; escluse che Lauro Azzolini, Luca Nicolotti e Adriana Faranda avessero fatto parte del gruppo di via Fani e implicitamente invece confermò che gli altri condannati in primo grado avevano effettivamente concorso al fatto criminale; le sue affermazioni furono ritenute attendibili dalla corte.Nel corso degli anni i brigatisti confermarono la presenza di Moretti, Bonisoli, Gallinari, Balzerani, Fiore, Morucci e Seghetti e diedero una loro parziale ricostruzione dei fatti e del ruolo dei principali partecipanti in via Fani; inoltre Morucci nel terzo processo sul caso Moro rivelò indirettamente che anche Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri erano stati parte del gruppo con il ruolo di copertura posteriore lungo via Fani. Nel 1993 Mario Moretti nel suo libro di memorie descrisse la presenza di un decimo componente, una donna, identificata in un secondo tempo in Rita Algranati, che avrebbe avvistato per prima le auto del politico democristiano e segnalato l'arrivo del convoglio; infine nel 1994 comparve anche il nome di Raimondo Etro di cui venne ritenuta probabile la presenza nella zona il 16 marzo con il compito di raccogliere dopo l'agguato le armi utilizzate dal gruppo di fuoco. Tuttavia, sulla base delle risultanze processuali e dell'inchieste delle commissioni parlamentari, le versioni dei brigatisti, modificate numerose volte durante gli anni, non sono state ritenute del tutto esaurienti; in questa sede, ed anche a livello pubblicistico, si è continuato a ritenere che il numero dei partecipanti in via Fani sia stato più alto. In particolare, oltre ad ipotizzare la presenza di altre persone all'incrocio di via Stresa in appoggio della Balzerani e di un'altra persona già a bordo della Fiat 128 blu su cui sarebbero fuggiti Morucci, Balzerani e Bonisoli, è stato ritenuto soprattutto altamente probabile che almeno altri due terroristi fossero presenti a bordo di una moto Honda, come riferito fin dall'inizio da almeno tre testimoni tra cui l'ingegnere Alessandro Marini che, a bordo di un motorino all'incrocio di via Fani con via Stresa, avrebbe visto i due sulla moto, ricevendo anche dei colpi di mitra che colpirono il suo parabrezza. Anche l'agente della Polizia stradale non in servizio Giovanni Intrevado che, con la sua Fiat 500, venne bloccato all'incrocio di via Stresa da una donna armata di mitra senza poter intervenire, riferì di aver visto una moto di "grossa cilindrata" con due uomini a bordo. La presenza di altri militanti su una moto Honda è invece sempre stata smentita dai brigatisti. Inoltre dal racconto di alcuni testimoni, tra cui lo stesso ingegnere Marini, e dalle risultanze delle perizie sui cadaveri, in sede processuale si sono raggiunte conclusioni parzialmente discordanti rispetto alla versione dei brigatisti sulla esatta modalità dell'agguato; queste ricostruzioni prevederebbero la presenza di un altro uomo a bordo della Fiat 128 Cd accanto a Moretti. Sarebbe stato quest'uomo, secondo la perizia del processo del 1993, che sarebbe sceso dal lato destro della Fiat 128 Cd e avrebbe aperto il fuoco dalla destra della strada colpendo subito mortalmente il maresciallo Leonardi. Questa ricostruzione permetterebbe di spiegare le direzioni dei colpi rilevate dalle perizie sui corpi del maresciallo Leonardi, nove colpi rinvenuti con orientamento da destra a sinistra, dell'agente Rivera, cinque colpi da destra a sinistra, e forse dell'agente Iozzino e del vicebrigadiere Zizzi, su cui le perizie sono più incerte. Sull'identità di questo ipotetico brigatista in azione sul lato destro della strada non si è giunti a conclusioni realmente attendibili anche se lo scrittore Manlio Castronuovo ritiene che egli fosse Riccardo Dura, brigatista genovese particolarmente determinato, morto nel 1980 nello scontro di via Fracchia a Genova. I brigatisti hanno sempre escluso la presenza di loro militanti sul lato destro della strada e hanno evidenziato che essi aprirono il fuoco solo dalla sinistra per evitare gravissimi rischi di incidenti fortuiti con la possibilità di colpirsi tra loro per errore. In effetti deve essere rilevato che la maggior parte dei testimoni oculari riferirono soltanto di aver visto un numero variabile di "avieri" sparare dal lato sinistro della strada contro le auto ferme. Riguardo alla eventuale presenza di Riccardo Dura in via Fani, Valerio Morucci la escluse decisamente in sede processuale rivelando che il brigatista genovese effettivamente era stato in un primo tempo compreso nel gruppo con il ruolo di aiutare Barbara Balzerani all'incrocio di via Stresa, ed era anche giunto a Roma dove abitava nell'appartamento di quest'ultima, ma alcuni giorni prima dell'agguato si decise di rinunciare alla sua partecipazione. Le circostanze della fuga dei brigatisti hanno suscitato dubbi, e le ricostruzioni fornite dai terroristi non hanno mancato di provocare incredulità e scetticismo negli inquirenti e negli storici e giornalisti. Secondo i racconti dei brigatisti, in via Bitossi sarebbe state parcheggiate preventivamente, senza occupanti a bordo, il furgone su cui era previsto il trasbordo dell'ostaggio e la Citroën Dyane; questo particolare è sembrato sorprendente perché proprio in via Bitossi stazionava sempre l'autoradio del Commissariato di Monte Mario che ogni giorno fungeva da scorta del magistrato Walter Celentano. Inoltre i due agenti dell'autoradio, Nunzio Sapuppo e Marco Di Bernardino, dichiararono di non ricordare alcun furgone presente quella mattina in via Bitossi. Il 16 marzo 1978 la centrale operativa della Questura, dopo aver ricevuto il primo allarme, allertò per prima proprio questa autopattuglia che partì subito da via Bitossi e raggiunse in pochi minuti via Fani percorrendo però un percorso via Pietro Bernardini, Piazza Ennio, via della Camilluccia e via Stresa che impedì di incrociare le auto in fuga dei terroristi. Abbandonando via Bitossi, quindi gli agenti non poterono intercettare i brigatisti che furono liberi di salire sul furgone e la Dyane. Non è sembrato molto chiaro perché fosse stata allertata per prima proprio quell'autopattuglia in servizio di scorta, dato che, secondo la testimonianza di un agente della Polizia stradale non in servizio presente casualmente, Renato Di Leva, in via Stresa sarebbe stata presente un'altra auto di servizio, che viaggiava con i segnali di allarme accesi, e che avrebbe incrociato le auto dei brigatisti. Non è stata mai chiarita l'effettiva presenza nella zona di una seconda auto della polizia nei primi minuti dopo il sequestro. La testimonianza di Francesco Pannofino, all'epoca giovane studente universitario e presente vicino all'edicola in via Fani nei momenti dell'agguato, aggiunge ulteriori dubbi; egli riferì che dopo la fine della sparatoria vide un'Alfetta bianca (o un'Alfa Romeo Alfasud) da cui scesero alcuni uomini in borghese con la paletta della polizia, che sarebbero arrivati nei primissimi minuti sul luogo e avrebbero dato segno di disperazione alla vista dei colleghi morenti. Dalla documentazione fotografica di quella mattina sembrerebbe di identificare un'auto Alfasud, parcheggiata sul lato sinistro di via Fani, con una targa del Ministero degli Interni. Non si hanno notizie precise neppure di questa circostanza, né sull'identità di questo personale in borghese che sarebbe giunto ancor prima dell'autopattuglia di Monte Mario. Inoltre alcuni scrittori hanno messo in dubbio tutto il percorso di fuga riferito dai brigatisti nei loro racconti; soprattutto la decisiva deviazione su via Casale de Bustis che permise di far perdere le tracce. Inizialmente molti testimoni segnalarono le tre auto in fuga; addirittura un ex agente di polizia, Antonio Buttazzo, trovandosi vicino a via Fani, assistette al conflitto a fuoco e quindi seguì per un tratto con la sua auto la Fiat 132 dei terroristi con il sequestrato a bordo. Giunto in largo Cervinia, Buttazzo vide giungere un'auto della polizia a cui indicò la direzione di fuga dei terroristi, ma i poliziotti non riuscirono a riprendere l'inseguimento, apparentemente proprio perché i brigatisti deviarono bruscamente su via Belli-via Casale de Bustis. Secondo Sergio Flamigni il racconto dei brigatisti non è credibile; secondo lui sarebbe inspiegabile la presenza di efflorescenze impigliate nella Fiat 132 che vennero repertate nell'auto rinvenuta in via Licinio Calvo; inoltre non ci sono testimonianze oculari da via Massimi in avanti. Una donna, Elsa Maria Stocco, che vide un'auto da cui discese un uomo in divisa d'aviere senza cappello (verosimilmente Valerio Morucci) con una valigetta in mano, riferì che in realtà nel furgone sarebbe stata già pronta un'altra persona alla guida. Il trasferimento del sequestrato all'aperto in Piazza Madonna del Cenacolo, come asserito dai brigatisti, apparentemente era molto rischioso, essendo presenti nell'area numerosi palazzi, locali pubblici e un forte traffico di veicoli. Si è ritenuto anche poco credibile che durante tutta la lunga seconda parte della fuga, fino al parcheggio sotterraneo di Piazza dei Colli Portuensi, fossero presenti solo tre brigatisti, Moretti, Morucci e Seghetti, insieme al sequestrato nascosto nella cassa; in caso di complicazioni o posti di blocco, un numero così modesto di militanti non sarebbe stato in grado di proseguire l'azione. In precedenti sequestri le Brigate Rosse avevano impiegato un maggior numero di autoveicoli e di militanti per assicurare la riuscita dell'operazione. Anche l'ultima parte del percorso di fuga, fino a via Montalcini 8, presenta alcuni punti oscuri. Dai racconti dei brigatisti risulta che ai Colli Portuensi era già in attesa Prospero Gallinari; non è chiaro però come egli potesse essere già arrivato e con quali mezzi fosse giunto nel parcheggio sotterraneo da Piazza Madonna del Cenacolo dove il gruppo iniziale si era diviso. Ci sono contraddizione inoltre su chi fosse effettivamente presente ai Colli Portuensi, oltre a Gallinari, per il trasbordo finale di Moro sull'auto di Anna Laura Braghetti. Secondo Moretti nel parcheggio erano in attesa Gallinari e la stessa Braghetti; secondo quest'ultima invece fu Germano Maccari che si recò all'appuntamento mentre lei sarebbe rimasta in ansiosa attesa in casa; Maccari infine riferì che egli non si mosse dall'abitazione e che l'auto con il sequestrato fu condotta in via Montalcini solo da Moretti e Gallinari. Infine è stato sollevata ancora un'altra questione: secondo il racconto dei brigatisti solo Mario Moretti e Prospero Gallinari conoscevano tutti i dettagli del piano di fuga e soprattutto l'ubicazione dell'appartamento dove sarebbe stato nascosto Aldo Moro. Nel caso in cui fossero sorti problemi durante l'azione in via Fani con il ferimento o la morte di questi due brigatisti non è sembrato chiaro come i militanti superstiti avrebbero potuto proseguire l'operazione. In realtà altri due brigatisti, Valerio Morucci e Bruno Seghetti, pur ignorando la base di via Montalcini, erano a conoscenza dell'ultimo appuntamento nel parcheggio dei Colli Portuensi dove sapevano che sarebbero stati in attesa i militanti destinati a custodire l'ostaggio. Secondo la Braghetti in caso d'emergenza era anche stato previsto che questi due brigatisti avrebbero potuto momentaneamente trasferire il sequestrato in un altro luogo in attesa che un nuovo componente del Comitato Esecutivo scendesse dal nord per prendere la direzione dell'operazione al posto di Moretti.
Dalle informazioni raccolte dopo i fatti e dalle testimonianze posteriori di una serie di personaggi, sembrerebbe che prima del 16 marzo 1978 fossero stati rilevati alcuni segni inquietanti per la sicurezza dell'onorevole Moro. Una moto e appostamenti sospetti furono notati nelle vicinanze dello studio dell'uomo politico, il maresciallo Leonardi sembra che avesse manifestato forti preoccupazioni, le minacce delle Brigate Rosse verso la Democrazia Cristiana erano ormai sempre più esplicite, nell'ambiente del Movimento e dell'estremismo di sinistra romano erano diffuse voci di un imminente, spettacolare, azione delle Brigate Rosse nella capitale; un equivoco studente russo, Sergeij Sokolov, risultato poi un agente del Kgb, ebbe contatti con Moro nell'ambito universitario. Un oscuro personaggio statunitense, Ronald Stark, avrebbe fornito ai carabinieri informazioni sul possibile sequestro di un importante uomo politico a Roma, apparentemente senza provocare alcun allarme. Inoltre durante la stessa giornata del 16 marzo alcuni testimoni segnalarono che Renzo Rossellini avrebbe annunciato l'agguato ed il sequestro di Aldo Moro, dall'emittente radiofonica Radio Città Futura, intorno alle ore 08:15-08:20, quindi ancor prima dello svolgimento dei fatti; uno dei testimoni ricordò di aver ascoltato la frase: "forse rapiscono Moro". Rossellini ha sempre smentito questa circostanza ed ha affermato che egli effettivamente aveva parlato nelle sue trasmissioni, sulla base di considerazioni personali e di voci diffuse negli ambienti estremistici, solo di un prevedibile incremento dell'attività terroristica in corrispondenza con la nuova fase politica, senza fare alcun nome. Non essendo disponibili registrazioni della trasmissione di Radio Città Futura, non si è potuto giungere a conclusioni definitive. Nel corso degli anni sono state svolte approfondite indagini su tutti questi fatti senza riscontrare alcun collegamento con gli eventi del sequestro e con le Brigate Rosse; risultò che Sokolov era stato anche controllato dai servizi segreti italiani ma senza riscontrare nulla. Stark invece era un personaggio torbido e la sua storia rimane di dubbia attendibilità. In pratica, tutti i cosiddetti "segnali premonitori" sul momento non sembrarono molto allarmanti, nel quadro della situazione reale italiana degli anni settanta, e solo a posteriori, dopo i tragici fatti, sono stati considerati potenzialmente importanti per prevenire l'attacco eversivo. Alcune circostanze sorprendenti hanno favorito il sorgere di sospetti sulla possibile presenza in via Fani di componenti estranee alle Brigate Rosse e sull'eventualità che i servizi segreti italiani fossero a conoscenza in anticipo dell'agguato ed avessero evitato di intervenire per prevenirlo. Nel 1990 l'agente del SISMI Pierluigi Ravasio rivelò per la prima volta che il suo superiore diretto all'interno del servizio segreto militare, colonnello Camillo Guglielmi, era stato presente in via Fani nel momento dell'agguato il 16 marzo 1978; dalle indagini subito espletate risultò in effetti che il colonnello Guglielmi quella mattina si stava recando in via Stresa 117 verso le ore 09:30. L'ufficiale peraltro disse di aver seguito vie laterali e di non essersi affatto accorto dell'agguato di cui avrebbe avuto notizia solo dopo essere arrivato a casa del collega, colonnello D'Ambrosio, da cui aveva ricevuto, a suo dire, un invito a pranzo. La circostanza della presenza di un ufficiale del SISMI nei pressi di via Fani il mattino del 16 marzo 1978 ha sollevato notevoli dubbi; alcuni hanno ritenuto che questo fatto confermasse che i servizi segreti erano preventivamente a conoscenza delle intenzioni dei brigatisti o addirittura che personale dei servizi fosse direttamente coinvolto. Si è inoltre affermato che Guglielmi avrebbe anche espletato il ruolo di addestratore del personale di Gladio a Capo Marrargiu in Sardegna. In realtà non esistono elementi concreti di conferma ed inoltre deve essere rilevato che al momento dei fatti il colonnello Guglielmi non era ancora alle dipendenze del Sismi ma era a disposizione della Quarta brigata carabinieri e prestava servizio a Modena; lo stesso Ravasio all'epoca non era ancora un agente del SISMI né di Gladio. Un altro elemento di sospetto è risultato dalla singolare vicenda di Bruno Barbaro, cognato del colonnello Fernando Pastore Stocchi, dirigente della base di Capo Marrargiu e collaboratore del generale Vito Miceli. Barbaro possedeva un ufficio nel palazzo ad angolo tra via Fani e via Stresa; poco prima del 16 marzo 1978 egli avrebbe ceduto questo locale a dei giovani non meglio identificati che vi sarebbero rimasti fino a dopo il sequestro; è stata ventilata l'ipotesi che si trattasse di personale dei servizi; peraltro non è stato trovato alcun riscontro documentale per avvalorare questi sospetti. Esiste inoltre il sorprendente racconto di Antonino Arconte, ex agente della cosiddetta "Gladio delle centurie", struttura segreta denominata anche "SuperSID" all'interno dell'organizzazione Gladio, comandata dal generale Vito Miceli. Arconte ha rivelato che il 2 marzo 1978 ricevette l'ordine di recarsi in Libano per organizzare insieme ad un altro agente, colonnello Mario Ferraro, trattative segrete tramite i palestinesi, con le Brigate Rosse per favorire la liberazione di Aldo Moro. Il responsabile del progetto sarebbe stato il colonnello Stefano Giovannone, persona conosciuta anche dallo stesso Moro che lo citò nelle sue lettere dalla prigionia come possibile intermediario. Da questo racconto si evincerebbe quindi che quindici giorni prima di via Fani i servizi erano già a conoscenza delle intenzioni delle Brigate Rosse ma non avrebbero fatto nulla per bloccare il loro piano. Il racconto di Arconte presenterebbe contraddizioni ed aspetti inattendibili: in primo luogo il colonnello Ferraro nel 1978 non era affatto presente in Libano, dove giunse solo nel 1986; la procedura che sarebbe stata adottata per eseguire la missione, viaggio in nave fino a Beirut, sembrerebbe molto lenta e poco pratica ai fini di un compito così urgente e importante; le disposizioni di segretezza dei documenti da consegnare, lettera scritta non in codice, sembrerebbero molto superficiali; l'autenticità dei documenti presentati da Arconte non è stata confermata con certezza; non esistono altre fonti che possano confermare il racconto. I quattro brigatisti, "Matteo", "Marcello", "Giuseppe" e "Luigi", incaricati di eliminare gli uomini della scorta erano travestiti da avieri Alitalia con lunghi impermeabili azzurri e berretti con visiera dello stesso colore. Questa particolare circostanza fu subito rilevata da numerose persone presenti sul luogo dell'agguato e riferita nelle diverse testimonianze rese agli inquirenti; numerosi testimoni videro prima dell'agguato questi uomini vestiti con divise azzurre e berretti con visiera camminare nelle vie circostanti via Fani o ferme davanti al bar "Olivetti". Sul motivo di questa singolare travestimento sono sorte quindi discussioni e interpretazioni discordanti. Si è ritenuto che i quattro indossarono questo travestimento per riconoscersi tra loro, soprattutto perché qualcuno dei componenti sarebbe stato estraneo al gruppo brigatista e non appartenente all'organizzazione. I brigatisti invece hanno sempre sostenuto che le divise Alitalia servivano soprattutto ad evitare di insospettire gli abitanti della zona. Nel caso che si fosse dovuto rinviare più volte l'azione, la presenza ripetuta di alcuni sconosciuti nello stesso punto avrebbe potuto suscitare curiosità e segnalazioni alle forze dell'ordine; al contrario presentandosi come dipendenti in uniforme dell'Alitalia, apparentemente in attesa del pulmino per recarsi sul luogo di lavoro, i quattro sarebbero certamente stati notati ma non avrebbero insospettito le persone sul posto. Nel corso degli anni è stata spesso riproposta la questione della perfetta scelta da parte brigatista del luogo giusto per effettuare l'attentato, ventilando la possibilità che fossero stati favoriti da "poteri oscuri" che li informarono dell'esatto percorso delle auto del presidente. Alcuni scrittori hanno asserito che il percorso seguito dalle auto variava continuamente e che non era affatto prevedibile che quel 16 marzo l'onorevole Moro sarebbe transitato proprio in via Fani. In realtà le testimonianze degli uomini della scorta dell'uomo politico che erano in turno di riposo quel giorno e di alcuni suoi collaboratori non confermarono queste affermazioni e riferirono cose molto differenti. Questi militari, i brigadieri Pallante e Gentiluomo, gli agenti Pampana e Lamberti e l'appuntato Riccioni, affermarono che l'onorevole Moro era molto metodico e nella maggior parte dei casi trascorreva la prima parte della mattinata secondo orari precisi e seguendo sempre le stesse attività; da circa quindici anni egli, quando non aveva impegni straordinari, usciva quasi sempre alle ore 09.00 dalla sua abitazione in via del Forte Trionfale e si faceva portare alla Chiesa di Santa Chiara. Il percorso seguito per raggiungere la chiesa era sempre lo stesso tranne in casi particolari legati a problemi di traffico; di regola seguiva via del Forte Trionfale, via Trionfale, via Mario Fani, via Stresa, via della Camilluccia. Quindi i brigatisti, avendo svolto un'approfondita indagine preliminare sulle abitudini del presidente, furono in grado di prevedere con ragionevole certezza che in via Mario Fani si sarebbe presentata l'opportunità di organizzare l'agguato.
Secondo le ricostruzioni fornite dai brigatisti, le tre auto impiegate per l'attacco di via Fani e il sequestro dell'onorevole Moro furono abbandonate tutte insieme nello stesso momento in via Licinio Calvo, una strada secondaria a senso unico nel quartiere Trionfale, dopo il completamento del trasbordo dell'ostaggio in Piazza Madonna del Cenacolo. Effettivamente la Fiat 132 blu venne rinvenuta lungo quella strada dalle forze dell'ordine fin dalle ore 09:23, ma le altre due non furono individuate subito: la Fiat 128 bianca venne ritrovata alle ore 04:10 del 17 marzo e la Fiat 128 blu solo alle ore 00:30 del 19 marzo, sempre in via Licinio Calvo. Dalle indagini effettuate sembrerebbe che la versione dei brigatisti non sia veritiera; alcune testimonianze affermerebbero che le altre due auto non erano presenti nei primi minuti dopo il sequestro; da alcune riprese televisive sembra di poter escludere che le due Fiat 128 fossero sul posto al momento del ritrovamento della Fiat 132 blu. Secondo gli inquirenti, dopo il primo ritrovamento venne effettuato un accurato controllo di tutte le auto parcheggiate lungo la via e non fu trovata traccia delle altre macchine del sequestro. Viene quindi ritenuto probabile che le due Fiat 128 furono abbandonate dai brigatisti in via Licinio Calvo solo in un secondo momento. Rimane da chiarire se effettivamente gli inquirenti effettuarono tutti i controlli necessari lungo la strada dopo il ritrovamento della Fiat 132 blu e soprattutto il motivo per cui i brigatisti lasciarono tutte e tre le auto, verosimilmente in tempi diversi, nello stesso punto, correndo notevoli rischi di essere individuati. È stata ventilata l'ipotesi che i brigatisti disponessero di una base logistica nei pressi di via Licinio Calvo, dove le macchine sarebbero state nascoste dopo il sequestro e da dove sarebbero state spostate di notte lungo la strada. Non esistono fotografie o filmati effettuati durante l'agguato di via Fani, ma una persona, il carrozziere Gherardo Nucci, scattò una serie di fotografie immediatamente dopo lo scontro a fuoco. Rientrando alle ore 09:00 a casa, in via Fani 109, percorrendo via Stresa, quest'uomo arrivò sul luogo della strage, salì nella sua abitazione e dal quinto piano effettuò le riprese fotografiche. Il rullino con queste foto fu poi consegnato agli inquirenti che lo trattennero. Tuttavia tutte queste foto sono scomparse; il magistrato Infelisi affermò che, essendo di nessuna rilevanza, non furono acquisite agli atti per il processo e quindi furono riconsegnate a Nucci che peraltro ha invece sostenuto che gli furono restituite solo le foto professionali presenti nel rullino insieme a quelle di via Fani. La scomparsa di queste foto ha fatto sorgere nuovi interrogativi; si è ritenuto che in queste immagini avrebbero potuto essere presenti indizi importanti per le indagini, che fossero riconoscibili personaggi, estranei alle Brigate Rosse, coinvolti nell'agguato. Si è parlato di un presunto interesse da parte di ambienti malavitosi calabresi per queste foto; infine alcuni hanno ritenuto che dalle foto sarebbe stato possibile individuare altri brigatisti di supporto, presenti in zona in funzione di osservatori, dopo l'attentato. Aldo Moro aveva nella Fiat 130 cinque borse, tra cui una, contenente apparentemente documenti di grande importanza, che egli portava sempre con sé; un'altra borsa conteneva medicinali, mentre nelle ultime tre c'erano tesi di laurea dei suoi studenti e bozze di lavoro. I brigatisti affermarono di aver sottratto due di queste cinque borse; Valerio Morucci le recuperò dall'auto e le caricò prima sulla Fiat 128 blu e quindi sul furgone; quindi queste borse, che, secondo i terroristi, contenevano medicinali e documenti dell'università, sarebbero finite in un primo tempo in via Montalcini, da dove Moretti le avrebbe poi fatte uscire per analizzare il materiale in sede di Comitato esecutivo. Il contenuto apparentemente venne ritenuto di scarso rilievo e distrutto. È sorto quindi il problema della sorte della borsa contenente, a dire anche della moglie del presidente, documenti di grande importanza, forse interessanti anche lo scandalo Lockheed. Dopo l'agguato gli inquirenti recuperarono prima due borse nei sedili posteriori della Fiat 130, la mattina del 16 marzo, e quindi una terza borsa, nel bagagliaio posteriore dell'auto, cinque giorni più tardi; tutte queste borse non contenevano documenti di rilievo. Non è chiaro quindi il destino della borsa, a cui lo stesso Moro fece riferimento in alcune delle sue lettere durante il sequestro, con i documenti più riservati. Dalle testimonianze oculari dell'agguato, in particolare quella di Pino Rauti, sembra che Moro avesse in mano una borsa quando fu fatto scendere dai brigatisti e trascinato nella Fiat 132 blu; è stato ritenuto possibile che fosse questa la borsa più importante e che sia caduta a terra durante il trasbordo dell'ostaggio. Un fotografo, giunto dopo circa quindici minuti dall'agguato, scattò un'immagine di una borsa di pelle nera a terra. Si è ventilata la possibilità che qualcuno, nella confusione dei primi minuti, abbia raccolto la borsa dal piano stradale facendola sparire inizialmente e ricomparire in un secondo momento, privata dei documenti più importanti. La moglie del presidente, che osservò le auto e inizialmente non vide alcuna borsa, ha affermato di ritenere che qualcuno in un primo tempo si sarebbe impossessato della borsa con i documenti riservati e poi l'avrebbe rimessa all'interno della Fiat 130 poco prima dell'arrivo della polizia scientifica dopo aver sottratto i fogli più importanti. In sede di consuntivo permangono indubbiamente alcuni elementi poco chiari riguardo agli avvenimenti del 16 marzo 1978 anche se, nel complesso, la maggior parte dei particolari fondamentali dell'agguato è ormai stata accertata con buona approssimazione. Secondo Andrea Colombo le dichiarazioni dei brigatisti sono sostanzialmente concordanti e in pratica non c'è alcun elemento per ritenere che "fatti sconosciuti" di rilievo esistano e possano modificare "la ricostruzione tecnica o la valutazione storico-politica" dell'agguato di via Fani. Peraltro non mancano scrittori che invece continuano a considerare inattendibile l'intera ricostruzione giudiziaria dell'agguato di via Fani e screditano completamente le testimonianze dei brigatisti; Rita Di Giovacchino è giunta ad ipotizzare che in realtà Aldo Moro non sarebbe stato sequestrato in via Fani ma in un altro luogo in precedenza e che l'attentato cruento fu solo una montatura per sviare le indagini e le ricerche. I dettagli più importanti che meriterebbero un chiarimento sono: l'eventuale presenza di una moto Honda sul luogo della strage e l'identità delle due persone a bordo; il numero effettivo dei componenti del gruppo brigatista presente in via Fani, è possibile infatti che il nucleo fosse più numeroso e che almeno altre tre persone fossero coinvolte, tra cui almeno una che avrebbe sparato da destra contro la Fiat 130 all'inizio dello scontro a fuoco; la questione delle borse di Moro e del loro effettivo contenuto; la scomparsa delle foto scattate da un abitante della zona subito dopo l'agguato e mai ritrovate; la dinamica esatta del trasbordo finale della cassa con Moro e del percorso compiuto dai brigatisti fino in via Montalcini 8. Resterebbe inoltre da chiarire l'eventualità, che sembrerebbe di riscontrare da alcune circostanze singolari, che i servizi segreti fossero a conoscenza in anticipo dell'attacco brigatista. Tuttavia nonostante la presenza di questi elementi ancora oscuri, in conclusione secondo il magistrato Carlo Nordio, consulente della Commissione Stragi, dal punto di vista tecnico, l'esito dell'agguato, con l'annientamento completo della scorta in pochi secondi, non presenta aspetti importanti inspiegabili ma derivò sostanzialmente dalla "sproporzione tra l'efficienza operativa del gruppo di fuoco brigatista e l'incauto dilettantismo della scorta e di chi l'aveva istruita". Alle stesse conclusioni erano già giunti i consulenti della Commissione Moro che sottolinearono l'importanza decisiva del fattore sorpresa, descrivevano le capacità tecnico-militari dei brigatisti come di "livello medio" e valutavano l'agguato come "abbastanza agevole anche per individui non addestrati in modo speciale". I consulenti evidenziarono soprattutto l'accurata pianificazione dei brigatisti e la loro approfondita conoscenza dei luoghi e delle abitudini dell'obiettivo; infine sottolinearono come la "criminale efficienza" dei brigatisti derivò dalla loro forte determinazione e dalla grande motivazione. Essi conclusero smentendo decisamente la tesi che, per le sue modalità e i suoi risultati, l'agguato di via Fani avrebbe richiesto il contributo di esperti militari e di particolari addestramenti specifici. Dal punto di vista dei brigatisti, Valerio Morucci, che definisce gli uomini della scorta "vigili e pronti", ha evidenziato come anche la fortuna aiutò i terroristi e come il mattino del 16 marzo non si verificarono imprevisti significativi, tranne "l'inevitabile inceppamento di alcune armi". Franco Bonisoli e Raffaele Fiore hanno parlato della grande coesione del gruppo dei brigatisti "superiore a quella di un normale commando"; Bonisoli in particolare, ha minimizzato le carenze degli agenti di scorta e ha evidenziato la rapidità di esecuzione della complessa operazione. I brigatisti, la cui capacità militare non era superiore a quella degli agenti della scorta e che disponevano di armi antiquate, avevano studiato un piano efficace che, sfruttando l'effetto sorpresa e la velocità, raggiunse il pieno successo. Nelle condizioni reali del 16 marzo 1978, nei pochi secondi dell'agguato di via Fani, fu quindi impossibile per gli uomini della scorta sopravvivere all'improvviso attacco a sorpresa a distanza ravvicinata dei quattro brigatisti del gruppo di fuoco, e salvaguardare l'incolumità dell'onorevole Moro.
19/03/1978:LA PUBBLICAZIONE DELLA PRIMA FOTO DI ALDO MORO OSTAGGIO DELLE BRIGATE ROSSE
Sono pubblicate da tutti i giornali la foto di Moro e il testo del "comunicato n.1",in cui si annuncia che Aldo Moro sarà sottoposto ad un processo da parte di "un tribunale del popolo". Viene fatto un preciso riferimento al processo in corso a Torino ai detenuti delle Brigate rosse, affermando: "ben altro processo è in atto nel paese, è quello che vive nelle lotte del proletariato". La foto viene pubblicata nella prima pagina con commenti che tendono ad evidenziare la stoica dignità e compostezza dimostrata da Aldo Moro. Un inviato del Tg Uno legge in una diretta il comunicato, elencando gli epiteti contro lo statista ("gerarca"), per venire elegantemente interrotto dalla giornalista in studio Angela Buttiglione: "Siamo al corrente del contenuto del comunicato". A Milano sono stati uccisi, nella serata di sabato 18 marzo, due giovani di sinistra del centro sociale "Leoncavallo": Lorenzo Jannucci e Fausto Tinelli. Viene organizzato subito nella notte da giovani della sinistra extraparlamentare un corteo di protesta per le via della città. I giornali tendono ad accreditare la versione di un regolamento di conti nel mondo della droga. La notizia viene solo citata nelle prime pagine di alcuni quotidiani, altri la citano soltanto tra le notizie di cronaca. Iniziano ad entrare in funzione misure operative per l'ordine pubblico: l'esercito a Roma affianca la polizia nelle ricerche e blocchi stradali. Arrivano altre smentite alla lista dei venti ricercati. Gli avvocati di due di loro dichiarano che i loro assistiti sono già in carcere da mesi. La Nato smentisce la notizia che Moro sia a conoscenza di segreti particolari ed annuncia una riunione per discutere il caso. La redazione di Controinformazione dichiara che Antonio Bellavista, altro ricercato, è estraneo all'attività delle Brigate Rosse. Viene precisato dalla polizia che il fermato Moreno si interessava alle abitudini di Moro. Eugenio Scalfari, riallacciandosi alle tematiche sviluppate da Ronchey, nell'editoriale del 18 marzo su Il Corriere della Sera, afferma che le Brigate Rosse sono lucide nel colpire una Democrazia Cristiana impopolare e costringere così i partiti di sinistra a coprire il partito di maggioranza. Il Giorno affronta il problema della vita di Aldo Moro titolando: «Moro presto libero, che riprenda il suo ruolo politico fondamentale per il paese». Il Giornale a proposito dell'intervento dell'esercito, lo ritiene una risposta politica valida, ricordando che era già stata da loro auspicata nei giorni precedenti: in un articolo, a pagina 5, dal titolo «Bologna come Lisbona» afferma che i comunisti e la Cgil usano l'emergenza per la creazione di una loro milizia privata: viene inoltre data notizia, a pagina 11, dell'apertura del processo per la strage di Brescia e si accusano le forze di sinistra che piangono per il rapimento di Moro di prepararsi a screditare lo stato come hanno fatto in tutti questi anni. La Stampa a pagina 3, ritorna sul problema delle trattative affermando che l'unica soluzione per bloccare il terrorismo è quella di non trattare. Vengono commentate due trasmissioni televisive una con La Malfa e Saragat in cui è stato chiesto un intervento dei paracadutisti e l'applicazione di leggi speciali, un'altra con Pecchioli, Luciano Violante (giudice del tribunale di Torino) e Cabras della segreteria della Dc in cui è stato affrontato il problema delle nuove leggi e quello dell'informazione di fronte al terrorismo. All'interno della Dc emergono due posizioni sulla valutazione politica da dare al rapimento Moro. Ciriaco de Mita: «Le Br vogliono spostare a destra la Dc». De Carolis: «L'azione delle Br a sostegno del Pci e del compromesso storico». A Milano vengono distribuiti volantini con queste posizioni a San Siro, durante la partita di calcio e in un incontro tra i giovani della Cdu e giovani democristiani ospiti di Democrazia Nuova. Berlinguer su L'Unità afferma: «La carta fondamentale che viene giocata contro le forze del rinnovamento è la disgregazione, è il lassismo, il non governo. Il rigore e una scelta nostra come lo è l'austerità, è la leva per cambiare le cose e non soltanto per impedire il collasso. Ciò e reso possibile dalla presenza, nella maggioranza, dei partiti e delle classi lavoratrici. II Pci reca anche in questa maggioranza un modo nuovo e più alto di sentire gli interessi nazionali, una nuova moralità». Nello stesso numero è pubblicato un appello di intellettuali italiani contro il terrorismo e la violenza. In una intervista a Il Corriere della sera, Bryan Jenkins afferma che nei casi di sequestro, compito dei governi è quello dì trovare un punto di equilibrio tra il pericolo della reazione eccessiva e quello di fornire un'immagine di impotenza e di perdita dì controllo. Gianni Agnelli rilascia una intervista alla Gazzetta del popolo in cui dichiara: «Hanno rapito Aldo Moro perché è l'uomo più importante d'Italia, l'uomo cerniera in questa situazione difficile del paese. Per loro questo era il massimo obiettivo e l'hanno raggiunto». Sull'ipotesi di misure eccezionali precisa: «Le varie reazioni che ho sentito in un senso o nell'altro mi sembrano inutili, quello che conta infatti non è la reazione contingente di fronte a un fatto drammatico, ma è la linea di condotta generale. Ciò che è importante e l'atteggiamento di fondo dello Stato, la sua linea di condotta di ieri, di oggi, di domani. E ciò che è accaduto in questi giorni e un avvertimento preciso per la linea da tenere in futuro». I sindacati milanesi prendono posizione contro le dichiarazioni di Ugo Pecchioli a Il Corriere della sera in cui affermava che alla Sip, all'Enel e negli ospedali vi erano dei sostenitori delle Br. Viene commentata la notizia dei funerali degli agenti della scorta uccisi, ma solo il manifesto pubblica che, dopo i funerali, un gruppo di agenti in borghese si è diretto verso la Casa dello studente sparando colpi di pistola.
09/05/1978:IL RITROVAMENTO DI ALDO MORO:UCCISO DALLE BRIGATE ROSSE?
Dalle deposizioni rilasciate alla magistratura è emerso che non tutto il vertice brigatista fosse concorde con il verdetto di condanna a morte. Lo stesso Moretti telefonò direttamente alla moglie di Moro la sera precedente l'assassinio dello statista per premere sui vertici della Democrazia Cristiana al fine di accettare la trattativa: la telefonata fu ovviamente registrata dalle Forze dell'Ordine. La brigatista Adriana Faranda citò una riunione notturna tenutasi a Milano e di poco precedente l'uccisione di Moro, ove ella ed altri terroristi (Valerio Morucci, Franco Bonisoli e forse altri) dissentirono, tanto che la decisione finale sarebbe stata messa ai voti.
Il 9 maggio, dopo cinquantacinque giorni di detenzione, al termine di un processo del popolo, viene assassinato per mano di Mario Moretti, anche se - a tutt'oggi - pare che abbiano partecipato materialmente all'omicidio sia Germano Maccari, che - forse - Prospero Gallinari (quasi certamente Maccari; con diverse riserve si suppone anche Gallinari).
Il cadavere fu ritrovato il giorno stesso in una Renault 4 rossa in via Caetani (VEDI SEQUENZA FOTO REALIZZATA DA GIANNI GIANSANTI),in pieno centro di Roma.Secondo quanto affermato dai brigatisti più di un decennio dopo l'omicidio, Moro fu fatto alzare alle sei di mattina con la scusa di essere trasferito in un altro covo.Secondo una deposizione di Bonisoli, ennesima incongruenza, a Moro venne riferito di esser stato graziato e - quindi - liberato, una bugia definita dallo stesso brigatista "pietosa", onde "non far soffrire inutilmente oltre" lo statista. Venne infilato in una cesta di vimini e portato nel garage del covo di Via Montalcini. Fu fatto entrare nel portabagagli di una Renault 4 rossa targata Roma N56786 e venne coperto con un lenzuolo rosso. Mario Moretti allora sparò alcuni colpi prima con una pistola Walther PPK calibro 9mm x 17 Corto e poi (dopo che la pistola si era inceppata) con una pistola mitragliatrice Samopal Vzor.61 (nota come Skorpion) calibro 7,65mm con cui sparò una raffica di 11 colpi che perforarono i polmoni del presidente democristiano, uccidendolo (per molti anni, fino alla confessione di Moretti, si pensava che a sparare fosse stato Prospero Gallinari). Alcune incongruenze riguardano le modalità dell'esecuzione: seppur la pistola che inizialmente venne adoperata per sparare a Moro poteva esser silenziata, difficilmente lo poteva essere la mitraglietta, in quanto il silenziatore non permette la soppressione totale del rumore.
Poi, una volta eseguito il delitto, l'auto con il cadavere di Moro fu portata in Via Caetani, senza effettuare soste intermedie, vicino alla sede della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano,dove fu lasciata parcheggiata circa un'ora dopo.
Poi verso le 12:30 venne effettuata una telefonata al professor Francesco Tritto (l'assistente di Moro) perché annunciasse alla famiglia dove trovare il corpo (seguendo la richiesta espressa precedentemente da Moro stesso),e verso le 13:30, una telefonata presumibilmente di Valerio Morucci al centralino della Questura aveva avvisato: "In via Caetani c'è un'auto rossa con il corpo di Moro". Qualche minuto prima delle due, i segretari di tutti i partiti politici sapevano che il cadavere ritrovato nella Renault rossa targata Roma N56786 era proprio quello di Aldo Moro. La morte risaliva, secondo i risultati autoptici, tra le 9 e le 10 della mattina stessa,orario però incompatibile con la ricostruzione data dai brigatisti (per cui l'esecuzione sarebbe avvenuta tra le 7 e le 8). È da notare che il buco di alcune ore tra l'abbandono dell'auto secondo la ricostruzione dei brigatisti e le prime telefonate di rivendicazione sono giustificate dai brigatisti con il fatto che nessuno dei tentativi di contatto telefonico, per annunciare dove era possibile ritrovare il cadavere, con conoscenti ed amici di Moro, effettuati prima della telefonata al professor Tritto, era andato a buon fine.
Alcune testimonianze affermano che la macchina sia stata portata in via Michelangelo Caetani nelle prime ore del mattino, tra le 7 e le 8 e lasciata qui fino a quando gli assassini hanno ritenuto opportuno avvertire. Altre testimonianze, invece, affermano di aver visto la Renault parcheggiata soltanto intorno alle 12.30 e non prima. In un angolo del bagagliaio, dalla parte dov'è sistemata la ruota di scorta sulla quale poggiava la testa di Moro, c'erano anche le catene da neve, e qualche ciuffo di capelli grigi. Ai piedi del cadavere c'era una busta di plastica con un bracciale e l'orologio. Il corpo di Moro, quando è stato estratto dagli artificieri, era ripiegato e irrigidito. Indossava lo stesso abito scuro del giorno del rapimento con la camicia bianca a righine, e la cravatta ben annodata; era macchiato di sangue (ma le ferite erano approssimativamente state tamponate con dei fazzolettini),e nei risvolti dei pantaloni è stata trovata una notevole quantità di sabbia e di terriccio e alcuni resti vegetali (i brigatisti sosterranno poi durante i processi di aver appositamente sporcato le scarpe e i pantaloni di sabbia per depistare eventuali indagini sulla locazione del covo in cui Moro era tenuto prigioniero).
Sotto il corpo e sul tappeto dell'auto c'erano bossoli di cartucce. Furono trovate tracce di sabbia non solo nel risvolto dei pantaloni, ma anche nei calzini.
Il cadavere presentava un'altra ferita, su una coscia, una piaga purulenta mai curata, è probabile che fosse una ferita d'arma da fuoco ricevuta il giorno dell'agguato di via Mario Fani.
Per segnare il decennale della morte di Moro, nell'aprile del 1988, quando già sembrava ormai sconfitto il partito armato, le Brigate Rosse colpirono ancora, uccidendo, nella sua casa di Forlì il senatore democristiano Roberto Ruffilli, consigliere di Ciriaco De Mita sul tema delle riforme istituzionali.
"Per quanto riguarda la nostra proposta di uno scambio di prigionieri politici perché venisse sospesa la condanna e Aldo Moro venisse rilasciato, dobbiamo soltanto registrare il chiaro rifiuto della DC. Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato"
Dal comunicato numero 9
AGGIORNAMENTO DEL 29/06/2013
La morte di Aldo Moro non è ancora una questione per gli storici. Vitantonio Raso, il giovane antisabotatore che arrivò per primo in Via Caetani, rivela all'Ansa e al sito vuotoaperdere.org che la sua opera fu richiesta ben prima delle undici del 9 di maggio 1978 e che arrivò davanti alla R4 amaranto in via Caetani poco dopo quell'ora. In un suo recente libro («La bomba umana») Raso aveva lasciato indeterminata la questione degli orari che ora chiarisce dopo trentacinque anni. La questione è rilevante perché la telefonata delle Br (Morucci e Faranda) che avvertiva dell'uomo chiuso nel bagagliaio della macchina è delle 12.13. Non solo: Francesco Cossiga ed un certo numero di alti funzionari assistettero, ben prima delle famose riprese di Gbr che sono state girate a cavallo delle 14, alla prima identificazione del corpo fatta proprio da Raso. Cossiga si recò quindi due volte in via Caetani. La R4 fu ripetutamente aperta dai due sportelli laterali come testimoniano le foto a corredo di questa inchiesta.
«Quando dissi a Cossiga, tremando, che in quella macchina c'era il cadavere di Aldo Moro, Cossiga e i suoi non mi apparvero né depressi, né sorpresi come se sapessero o fossero già a conoscenza di tutto», dice Raso. «Ricordo bene che il sangue sulle ferite di Moro era fresco. Più fresco di quello che vidi sui corpi in Via Fani, dove giunsi mezz'ora dopo la sparatoria».
Raso fornisce la prova che le cose il 9 di maggio non andarono come finora si è raccontato: «Sono ben consapevole. La telefonata delle Br delle 12.13 fu assolutamente inutile. Moro era in via Caetani da almeno due ore quando questa arrivò. Chi doveva sapere, sapeva. Ne parlo oggi per la prima volta, dopo averne accennato nel libro, perché spero sempre che le mie parole possano servire a fare un po' di luce su una vicenda che per me rappresenta ancora un forte choc. Con la quale ancora non so convivere». Raso non è mai stato interrogato.
I POSSIBILI LEGAMI TRA IL CASO MORO E GLADIO
L'elenco dei centottantasei personaggi della sinistra da uccidere con un colpo di pistola alla testa lo conoscevano solo la Blue Light ed un cerchio ristretto di gladiatori e di vertici Nato. Tra i nomi,quello di Enrico Berlinguer,segretario del Partito Comunista Italiano. L'uomo politico è stato pedinato per diversi anni e molte sue conversazioni addirittura intercettate nei centri di ascolto.Le armi in dotazione ai gladiatori arrivavano direttamente dagli Stati Uniti con destinazione Camp Darby vicino Pisa,la più importante base americana in Italia. Da qui venivano smistate nei centri di Milano e Verona e nei bunker costruiti in diverse regioni italiane (e rimasti a lungo operativi).
Per ragioni di strategia,la Gladio militare non ha tenuto in alcuna considerazione la Sardegna. Nonostante la presenza della base americana di Santo Stefano a La Maddalena,la base interforze di Quirra e l'aeroporto di Decimomannu,non è mai stata ritenuta importante sul fronte della difesa da un eventuale attacco sovietico. Non era,insomma,un obiettivo.Un'azione di eccezionale livello tattico e strategico. Secondo la Gladio militare,il sequestro di Aldo Moro e la strage degli agenti di scorta non poteva essere frutto delle sole Brigate Rosse. Fantasmino ipotizza l'intervento della Blue Light e chiede come mai non è mai stata resa la perizia balistica.
TUTTE LE LETTERE DI ALDO MORO
1) Ad Eleonora Moro (recapitata il 29 marzo 1978)
Mia carissima Noretta, Desidero farti giungere nel giorno di Pasqua, a te ed a tutti, gli auguri più fervidi ed affettuosi con tanta tenerezza per la famiglia ed il piccolo in particolare. Ricordami ad Anna che avrei dovuto vedere oggi. Prego Agnese di farti compagnia la notte. Io discretamente, bene alimentato ed assistito con premura. Vi benedico, invio tante cose care a tutti e un forte abbraccio. Aldo.
2) A Nicola Rana (recapitata il 29 marzo 1978)
Carissimo Rana Le rivolgo il più affettuoso pensiero e La ringrazio tanto per quel che ha fatto e fa a sostegno della mia famiglia e mio. Ed ecco che ancora ho bisogno di Lei in un momento cruciale. Le accludo una lettera da far pervenire a mia moglie ed ai miei, dei quali non so nulla. E poi ancora una lettera sul caso politico da portare nelle proprie mani del Ministro Cossiga e con la comprensibile immediatezza. La mia idea e speranza è che questo filo, che cerco di allacciare, resti segreto il più a lungo possibile, fuori da pericolose polemiche. Ciò vuol dire che la risposta, o una prima risposta, quando verrà, non dovrebbe passare per i giornali, ma per una lettera o comunicazione a Lei pervenuta dal Ministro. Si concorderà poi come inoltrarla. Presupposto di tutto è che non vi sia sorveglianza alcuna presso la Sua portineria già dalla prima volta. Il Ministro verbalmente, dovrebbe impegnarsi a bloccare ogni sorveglianza nel corso dell'operazione. E' chiaro che un incidente farebbe crollare tutto con danno incalcolabile. Grazie tante e i più affettuosi saluti. Suo Aldo Moro.
3) A Francesco Cossiga (recapitata il 29 marzo 1978)
Caro Francesco, mentre t'indirizzo un caro saluto, sono indotto dalle difficili circostanze a svolgere dinanzi a te, avendo presenti le tue responsabilità (che io ovviamente rispetto) alcune lucide e realistiche considerazioni. Prescindo volutamente da ogni aspetto emotivo e mi attengo ai fatti. Benché non sappia nulla né del modo né di quanto accaduto dopo il mio prelevamento, è fuori discussione - mi è stato detto con tutta chiarezza - che sono considerato un prigioniero politico, sottoposto, come Presidente della D.C., ad un processo diretto ad accertare le mie trentennali responsabilità (processo contenuto in termini politici, ma che diventa sempre più stringente). In tali circostanze ti scrivo in modo molto riservato, perché tu e gli amici con alla testa il Presidente del Consiglio (informato ovviamente il Presidente della Repubblica) possiate riflettere opportunamente sul da farsi, per evitare guai peggiori. Pensare quindi fino in fondo, prima che si crei una situazione emotiva e irrazionale. Devo pensare che il grave addebito che mi viene fatto, si rivolge a me in quanto esponente qualificato della DC nel suo insieme nella gestione della sua linea politica. In verità siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui devo rispondere. Nella circostanza sopra descritta entra in gioco, al di là di ogni considerazione umanitaria che pure non si può ignorare, la ragione di Stato. Soprattutto questa ragione di Stato nel caso mio significa,riprendendo lo spunto accennato innanzi sulla mia attuale condizione, che io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato, che sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni. Inoltre la dottrina per la quale il rapimento non deve recare vantaggi, discutibile già nei casi comuni, dove il danno del rapito è estremamente probabile, non regge in circostanze politiche, dove si provocano danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona, ma allo Stato. Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità, mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurre a salvarli, è inammissibile. Tutti gli Stati del mondo si sono regolati in modo positivo, salvo Israele e la Germania, ma non per il caso Lorenz. E non si dica che lo Stato perde la faccia, perché non ha saputo o potuto impedire il rapimento di un'alta personalità che significa qualcosa nella vita dello Stato. Ritornando un momento indietro sul comportamento degli Stati, ricorderò gli scambi tra Breznev e Pinochet, i molteplici scambi di spie, l'espulsione dei dissidenti dal territorio sovietico. Capisco che un fatto di questo genere, quando si delinea, pesi, ma si deve anche guardare lucidamente al peggio che può venire. Queste sono le alterne vicende di una guerriglia, che bisogna valutare con freddezza, bloccando l'emotività e riflettendo sui fatti politici. Penso che un preventivo passo della S. Sede (o anche di altri? di chi?) potrebbe essere utile. Converrà che tenga d'intesa con il Presidente del Consiglio riservatissimi contatti con pochi qualificati capi politici, convincendo gli eventuali riluttanti. Un atteggiamento di ostilità sarebbe una astrattezza ed un errore. Che Iddio vi illumini per il meglio, evitando che siate impantanati in un doloroso episodio, dal quale potrebbero dipendere molte cose. I più affettuosi saluti. Aldo
4) Ad Eleonora Moro (non recapitata)
27-3-78 Mia Carissima Noretta, vorrei dirti tante cose, ma mi fermerò alle essenziali. Io sono qui in discreta salute, beneficiando di un'assistenza umana ed anche molto premurosa. Il cibo è abbondante e sano (mangio ora un po' più di farinacei); non mancano mucchietti di appropriate medicine. Puoi comprendere come mi manchiate tutti e come passi ore ed ore ad immaginarvi, a ritrovarvi, ad accarezzarvi. Spero che anche voi mi ricordiate, ma senza farne un dramma. E' la prima volta dopo trentatré anni che passiamo Pasqua disuniti e giorni dopo il trentatreesimo di matrimonio sarà senza incontro tra noi. Ricordo la chiesetta di Montemarciano ed il semplice ricevimento con gli amici contadini. Ma quando si rompe così il ritmo delle cose, esse, nella loro semplicità, risplendono come oro nel mondo. Per quanto mi riguarda, non ho previsioni né progetti, ma fido in Dio che, in vicende sempre tanto difficili, non mi ha mai abbandonato. Intuisco che altri siano nel dolore. Intuisco, ma non voglio spingermi oltre sulla via della disperazione. Riconoscenza e affetto sono per tutti coloro che mi hanno amato e mi amano, al di là di ogni mio merito, che al più consiste nella mia capacità di riamare. Non so in che forma possa avvenire ma ricordami alla Nonna. Cosa capirà della mia assenza? Cose tenerissime a tutti i figli, a Fida col marito, ad Anna col marito ed il piccolino in seno, ad Agnese, a Giovanni, ad Emma. Ad Agnese vorrei chiedere di farti compagnia la sera, stando al mio posto nel letto e controllando sempre che il gas sia spento. A Giovanni, che carezzo tanto, vorrei chiedessi dolcemente che provi a fare un esame per amor mio. Ogni tenerezza al piccolo di cui vorrei raccogliessi le voci e qualche foto. Per l 'Università prega Saverio Fortuna di portare il mio saluto affettuoso agli studenti ed il mio rammarico di non poter andare oltre nel corso. Ricordami tanto a fratelli e cognati ed a tutti gli amati collaboratori. A Rana in particolare vorrei chiedere di mantenere qualche contatto col Collegio e di ricordarmi a tutti. Mi dispiace di non poter dire di tutti, ma li ho tutti nel cuore. Se puoi, nella mia rubrichetta verde, c'è il numero di M.L. Familiari, mia allieva. Ti prego di telefonarle di sera per un saluto a lei e agli amici Mimmo, Matteo, Manfredi e Giovanna, che mi accompagnano a Messa. Ed ora alcune cose pratiche. Ho lasciato lo stipendio al solito posto. C'è da ritirare una camicia in lavanderia. Data la gravidanza ed il misero stipendio del marito, aiuta un po' Anna. Puoi prelevare per questa necessità da qualche assegno firmato e non riscosso che Rana potrà aiutarti a realizzare. Spero che, mancando io, Anna ti porti i fiori di giunchiglie per il giorno delle nozze. Sempre tramite Rana, bisognerebbe cercare di raccogliere 5 borse che erano in macchina. Niente di politico, ma tutte le attività correnti, rimaste a giacere nel corso della crisi. C'erano anche vari indumenti da viaggio. Ora credo di averti stancato e ti chiedo scusa. Non so se e come riuscirò a sapere di voi. Il meglio è che per risponderne brevemente usi giornali. Spero che l'ottimo Giacovazzo si sia inteso con Giunchi. Ricordatemi nella vostra preghiera così come io faccio. Vi abbraccio tutti con tanto tanto affetto ed i migliori auguri. Vostro Aldo.
P.S. Accelera la vendita dell'appartamentino di nonna, per provvedere alle necessità della sua malattia.
5) A Benigno Zaccagnini1A (recapitata il 4 aprile 1978. Di questa lettera esiste anche un’altra versione, mai recapitata, che fu rinvenuta nel covo di via Montenevoso nel 1990.Il testo di questa versione differisce da quello recapitato solo in alcuni passaggi che verranno modificati e resi più sfumati, meno duri)
Caro Zaccagnini, scrivo a te, intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti e Cossiga ai quali tutti vorrai leggere la lettera e con i quali tutti vorrai assumere le responsabilità, che sono ad un tempo individuali e collettive. Parlo innanzitutto della D.C. alla quale si rivolgono accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze che non è difficile immaginare. Certo nelle decisioni sono in gioco altri partiti; ma un così tremendo problema di coscienza riguarda innanzitutto la D.C., la quale deve muoversi, qualunque cosa dicano, o dicano nell'immediato, gli altri. Parlo innanzitutto del Partito Comunista, il quale, pur nella opportunità di affermare esigenze di fermezza, non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che m'ero tanto adoperato a costituire. E' peraltro doveroso che, nel delineare la disgraziata situazione, io ricordi la mia estrema, reiterata e motivata riluttanza ad assumere la carica di Presidente che tu mi offrivi e che ora mi strappa alla famiglia, mentre essa ha il più grande bisogno di me. Moralmente sei tu ad essere al mio posto, dove materialmente sono io. Ed infine è doveroso aggiungere, in questo momento supremo, che se la scorta non fosse stata, per ragioni amministrative, del tutto al disotto delle esigenze della situazione, io forse non sarei qui. Questo è tutto il passato. Il presente è che io sono sottoposto ad un difficile processo politico del quale sono prevedibili sviluppi e conseguenze. Sono un prigioniero politico che la vostra brusca decisione di chiudere un qualsiasi discorso relativo ad altre persone parimenti detenute, pone in una situazione insostenibile. Il tempo corre veloce e non ce n'è purtroppo abbastanza. Ogni momento potrebbe essere troppo tardi. Si discute qui, non in astratto diritto (benché vi siano le norme sullo stato di necessità), ma sul piano dell'opportunità umana e politica, se non sia possibile dare con realismo alla mia questione l'unica soluzione positiva possibile, prospettando la liberazione di prigionieri di ambo le parti, attenuando la tensione nel contesto proprio di un fenomeno politico. Tener duro può apparire più appropriato, ma una qualche concessione è non solo equa, ma anche politicamente utile. Come ho ricordato in questo modo civile si comportano moltissimi Stati. Se altri non ha il coraggio di farlo, lo faccia la D.C. che, nella sua sensibilità ha il pregio di indovinare come muoversi nelle situazioni più difficili. Se così non sarà, l'avrete voluto e, lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone. Poi comincerà un altro ciclo più terribile e parimenti senza sbocco. Tengo a precisare di dire queste cose in piena lucidità senza avere subìto alcuna coercizione della persona; tanta lucidità almeno, quanta può averne chi è da quindici giorni in una situazione eccezionale, che non può avere nessuno che lo consoli, che sa che cosa lo aspetti. Ed in verità mi sento anche un po' abbandonato da voi. Del resto queste idee già espressi a Taviani per il caso Sossi ed a Gui a proposito di una contestata legge contro i rapimenti. Fatto il mio dovere d'informare e richiamare, mi raccolgo con Iddio, i miei cari e me stesso. Se non avessi una famiglia così bisognosa di me, sarebbe un po' diverso. Ma così ci vuole davvero coraggio per pagare per tutta la D.C. avendo dato sempre con generosità. Che Iddio v'illumini e lo faccia presto, com'è necessario. Affettuosi saluti Aldo Moro.
6) Ad Eleonora Moro (recapitata, forse, il 6 aprile 1978)
Carissima Noretta, se gli uomini saranno ancora una volta buoni con me, dovrebbero pervenirti questo saluto caro e le connesse indicazioni, le quali sono date per mia relativa tranquillità. Una risposta, se possibile, coprirebbe meglio l'inevitabile solitudine (almeno due righe dì messaggio per giornale). Ma se questo non è possibile, io mi consolo immaginando, ricordando, ripercorrendo gli itinerari, che ora si scoprono splendidi, della nostra vita, spesso tanto difficile, di ogni giorno. Vi abbraccio tutti e vi benedico. E voi pure fatelo per me, senza però turbarvi. La giovinezza ha il dono della fermezza e di un po’ di alternativa. lo poso gli occhi dove tu sai e vorrei che non dovesse mai finire. Naturalmente nulla alla stampa o a chiunque di quel che scrivo. Un grande abbraccio per tutti. Aldo.
7) Ad Eleonora Moro (recapitata il 6 aprile 1978)
Sono intatto e in perfetta 7-4-1978 (probabilmente Moro si confuse) lucidità. Non è giusto dire che non so[no] più capace
Urge Mia Carissima Noretta, questi fogli che ti accludo sono tutti, a loro modo, importanti e li dovrai leggere perciò con la dovuta attenzione. Ma è questo quello più urgente ed importante, perché riguarda la mia condizione che va facendosi sempre più precaria e difficile per l'irrigidimento totale delle forze politiche ad un qualche inizio di discorso su scambi di prigionieri politici, tra i quali sono anch'io. Non so se tu hai visto bene i miei due messaggi (altrimenti li puoi chiedere subito a Guerzoni). E' da quelli che bisogna partire, per mettere in moto un movimento umanitario, oggi nelle Camere assolutamente assente malgrado le loro tradizioni. Solo Saragat ed un po' i socialisti hanno avuto qualche debole cenno a motivi umanitari. Degli altri nessuno ed in ispecie la D.C. cui avevo scritto nella persona di Zaccagnini e di altri esponenti: ricordando tra l'altro a Zaccagnini che egli mi volle (per i suoi comodi) a questo odiato incarico, sottraendomi alle cure del piccolo che presentivo di non dovere abbandonare. Son giunto a dirgli che egli moralmente avrebbe dovuto essere al mio posto. La risposta è stata il nulla. Ora si tratta di vedere che cosa ancora con la tua energia, in pubblico ed in privato, puoi fare, perché se questo blocco non comincia a sgretolarsi un poco, ne va della mia vita. E cioè di voi tutti, carissimi, e dell'amato piccolo. Sarebbe per me una tragedia morire, abbandonandolo. Si può fare qualche cosa presso: Partiti (specie D.C., la più debole e cattiva), i movimenti femminili e giovanili, i movimenti culturali e religiosi. Bisogna vedere varie persone, specie Leone, Zaccagnini, Galloni, Piccoli, Bartolomei, Fanfani, Andreotti (vorrà poco impegnarsi) e Cossiga. Si può dire ad Ancora di lavorare con Berlinguer: i comunisti sono stati durissimi, essendo essi in ballo la prima volta come partito di governo. Il Vaticano va ancora sollecitato anche per le diverse correnti interne, si deve chiedere che insista sul governo italiano. Tempi di Pio XII che contendeva ai Tedeschi il giovane Prof. Vassalli, condannato a morte. Si dovrà ritentare. E poi vedi tu nelle direzioni possibili con il meglio di te. E' un estremo tentativo. Tieni presente che nella maggior parte degli stati, quando vi sono ostaggi, si cede alla necessità e si adottano criteri umanitari. Questi prigionieri scambiati vanno all'estero e quindi si realizza una certa distensione. Che giova tenerli qui se non per un'astratta ragione di giustizia, con seguiti penosi per tutti e senza che la sicurezza dello Stato sia migliorata? Ma vedi tu se puoi coinvolgere rapidamente. La mia pena è Luca. Lo amo e lo temo senza di me. Sarà il dolore più grande. Forse non si deve essere, neppur poco felici. Ti abbraccio forte. Aldo.
8) A Francesco Cossiga (non recapitata)
Caro Cossiga, torno su un argomento già noto e che voi avete implicitamente ed esplicitamente respinto. Eppure esso politicamente esiste e sarebbe grave errore ritenere che, essendo esso pesante e difficile, si possa fare come se non esistesse. Io ti dico di rifletterci seriamente, non di rispondermi, anche se la laconicità e impersonalità della precedente reazione mi ha, te lo dico francamente, un po' ferito. Fatto sta che esiste un problema, postosi in molti e civili paesi, di pagare un prezzo per la vita e la libertà di alcune persone estranee, prelevate come mezzo di scambio. Nella grande maggioranza dei casi la risposta è stata positiva ed è stata approvata dall'opinione pubblica. Il grado di pericolosità della situazione non si è d'altra parte accresciuto, trattandosi di persone provate da lunga detenzione, meritevoli di un qualche riconoscimento sul piano umano (io comincio a capire che cos'è la detenzione) ed infine neutralizzati dal fatto di essere dislocati in territorio straniero che, se si ha buona volontà, data la nostra amicizia con tanti Paesi (es. Algeria) non dovrebbe essere difficile reperire. Certo, è in questione un principio: ma anche i principi devono fare i conti con la realtà. Ricordo, se non ricordo male, un caso francese particolarmente significativo. Nella mia più sincera valutazione, ed a prescindere dal mio caso anche se doloroso, sono convinto che oggi esiste un interesse politico obiettivo, non di una sola parte, per praticare questa strada. Se gli stranieri vi consigliano in altro modo, magari in buona fede, sbagliano. E le conseguenze ne sarebbero evidenti. Se mai potessi parlarti, ti spiegherei meglio e ti persuaderei. Vi chiedo di avere fiducia, come in altri casi, nella mia valutazione e nel mio consiglio. Forse che non ho indovinato, con mesi di anticipo, che con i comunisti si andava verso la crisi e che bisognava prepararvisi per febbraio-marzo? E così è stato. Potrei immodestamente continuare gli esempi, ma mi sembra assurdo farlo, specie in questo momento di declino. A me interessa risolvere per il meglio il problema concreto. Consentimi di aggiungere che le iniziative concitate degli ultimi giorni hanno avuto l'inevitabile effetto di eccitare lo sdegno e la reazione delle persone che mi custodiscono, senza conseguire, d'altra parte, alcun apprezzabile risultato. Insomma nuova tensione nel paese, nuove difficoltà, nuovi rischi. Vorrei pregarti che, almeno su quel che ti ho scritto, vi fosse, a differenza delle altre volte, riservatezza. Perché fare pubblicità su tutto? Potresti farti recapitare questa mia in luogo più riservato e rifletterci su, senza riunioni plenarie. Finché non siano mature. Grazie dell'attenzione. Cordiali saluti Aldo Moro.
9) Ad Eleonora Moro (recapitata l'8 aprile 1978 dopo essere stata intercettata dalla Polizia la sera stessa)
Qualche concetto più toccante della lettera potresti dare in dichiarazione Segreto Rai Tv (Guerzoni) Mia carissima Noretta, anche se il contenuto della tua lettera al Giorno non recasse motivi di speranza (né io pensavo che li avrebbe recati), essa mi ha fatto un bene immenso, dandomi conferma nel mio dolore di un amore che resta fermo in tutti voi e mi accompagna e mi accompagnerà per il mio Calvario. A tutti dunque il ringraziamento più vivo, il bacio più sentito, l'amore più grande. Mi dispiace, mia carissima, di essermi trovato a darti questa aggiunta d'impegno e di sofferenza. Ma credo che anche tu, benché sfiduciata, non mi avresti perdonato di non averti chiesto una cosa che è forse un inutile atto di amore, ma è un atto di amore. Ed ora, pur in questi limiti, dovrei darti qualche indicazione per quanto riguarda il tuo tenero compito. E' bene avere l'assistenza discreta di Rana e Guerzoni. Mi pare che siano rimasti taciti i gruppi parlamentari, ed in essi i migliori amici, forse intimiditi dal timore di rompere un fronte di autorità e di rigore. Ed invece bisogna avere il coraggio di rompere questa unanimità fittizia, come tante volte è accaduto. Quello che è stupefacente è che in pochi minuti il Governo abbia creduto di valutare il significato e le implicazioni di un fatto di tanto rilievo ed abbia elaborato in gran fretta e con superficialità una linea dura che non ha più scalfito: si trattava in fondo di uno scambio di prigionieri come si pratica in tutte le guerre (e questa in fondo lo è) con la esclusione dei prigionieri liberati dal territorio nazionale. Applicare le norme del diritto comune non ha senso. E poi questo rigore proprio in un Paese scombinato come l'Italia. La faccia è salva, ma domani gli onesti piangeranno per il crimine compiuto e soprattutto i democristiani. Ora mi pare che manchi specie la voce dei miei amici. Converrebbe chiamare Cervone, Rosati, Dell'Andro e gli altri che Rana conosce ed incitarli ad una dissociazione, ad una rottura dell'unità. E' l'unica cosa che i nostri capi temono. Del resto non si curano di niente. La dissociazione dovrebbe essere pacata e ferma insieme. Essi non si rendono conto quanti guai verranno dopo e che questo è il meglio, il minor male almeno. Tutto questo andrebbe fatto presto, perché i tempi stringono. Degli incontri che riuscirai ad avere, se riuscirai, sarà bene dare notizia con qualche dichiarazione. Occorre del pubblico oltre che del privato. Su questo fatti guidare da Guerzoni. Nel risvolto del "Giorno" ho visto con dolore ripreso dal solito Zizola un riferimento dell'Osservatore Romano (Levi). In sostanza: no al ricatto. Con ciò la S. Sede, espressa da questo Sig. Levi, e modificando precedenti posizioni, smentisce tutta la sua tradizione umanitaria e condanna oggi me, domani donne e bambini a cadere vittime per non consentire il ricatto. E' una cosa orribile, indegna della S. Sede. L'espulsione dallo Stato è praticata in tanti casi, anche nell'Unione Sovietica, e non si vede perché qui dovrebbe essere sostituita dalle stragi di Stato. Non so se Poletti può rettificare questa enormità in contraddizione con altri modi di comportarsi della S. Sede. Con queste tesi si avvalla il peggior rigore comunista ed a servizio dell'unicità del comunismo. E' incredibile a quale punto sia giunta la confusione delle lingue. Naturalmente non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente ad una carica, che, se necessaria al Partito, doveva essermi salvata accettando anche lo scambio dei prigionieri. Sono convinto che sarebbe stata la cosa più saggia. Resta, pur in questo momento supremo, la mia profonda amarezza personale. Non si è trovato nessuno che si dissociasse? Bisognerebbe dire a Giovanni che significa attività politica. Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro. Ma non è di questo che voglio parlare; ma di voi che amo e amerò sempre, della gratitudine che vi debbo, della gioia indicibile che mi avete dato nella vita, del piccolo che amavo guardare e cercherò di guardare fino all'ultimo. Avessi almeno le vostre mani, le vostre foto, i vostri baci. I democratici cristiani (e Levi dell'Osservatore) mi tolgono anche questo. Che male può venire da tutto questo male? Ti abbraccio, ti stringo, carissima Noretta e tu fai lo stesso con tutti e con il medesimo animo. Davvero Anna si è fatta vedere? Che Iddio la benedica. Vi abbraccio Aldo.
10) A Don Virgilio Levi (non recapitata)
Signor Vice Direttore dell'Osservatore Romano, prima di rispondere a chicchessia, ed in ispecie a persona della Sua autorità, sarebbe doveroso informarsi, andare fin nei dettagli, pesare ogni cosa. Ma come può adempiere ad un così elementare dovere una persona che sia nella mia difficile condizione, la quale, pur sentendo e capendo pochissimo nelle circostanze in cui si trova, ha però il dovere di non abbandonarsi, di reagire, di rettificare, di chiarire? Mi è parso di cogliere in questi giorni, a quanto mi è stato riferito, una certa diversità di accenti nell'Osservatore Romano su un tema così complesso, con un indurimento finale però che sarebbe stato registrato con compiacimenti da quelli che potremmo chiamare i fautori della linea dura, quelli, in una parola, che accettano il sacrificio di vite innocenti, purché si sfugga, come si dice, ad ogni ricatto. Con riserva di avere almeno approssimativamente capito, vorrei rispondere con alcune pacate osservazioni. E' certo naturale che la Chiesa si preoccupi della stabilità dell'ordine sociale e dell'ordine giuridico in ispecie. Essa è infatti in qualche modo partecipe della sorte dell'umanità e quindi del retto funzionamento degli istituti che la società si è dati, per raggiungere le proprie finalità. Ma il fatto è che vi sono circostanze eccezionali, nelle quali il raggiungimento degli obiettivi normali risulta altamente costoso e va in particolare a detrimento di altri beni e valori, che, di per sé, meritano di essere tutelati. Sapendo con certezza che, per giungere ad un certo risultato, devono essere compiuti sacrifici gravi o gravissimi e travolte cose che hanno un pregio in sé, sapendo che per raggiungere un fine di giustizia vite innocenti devono essere sacrificate, io credo che sia doveroso fermarsi un momento a valutare e comparare. Credo che questa attenzione, questa trepidazione, questa delicatezza siano doverose per tutti, quale che sia la loro fede, per semplici doveri di umanità. E non si spiega così il fatto che Stati di diversa cultura, di fronte al fenomeno crescente del terrorismo, il più delle volte si siano fermati attoniti e poi abbiano deciso non in favore della regola astratta, ma della ragione di vita concreta? Così avviene il più delle volte in questo mondo così civile e così incivile insieme, ma dove degli strappi sono ritenuti necessari per evitare guai peggiori. Io non posso certo dire nulla in un caso che mi riguarda, ma sono purtroppo sicuro che il prevalere di una regola di durezza, accada quel che accada, malgrado l'ottimismo di tanti, porterebbe nel nostro Paese, già così provato, giorni di estrema durezza e carichi d'incognite. Perché, come ho detto più volte, si tratta qui di un fenomeno politico nel quale occorre andare più a fondo e, per farlo, forse ci dev'essere il momento per farlo. Si tratterebbe del resto di un evento da negoziare e misurare, con opportune garanzie, tali da assicurare la convivenza proprio mentre si rompe per un istante il cerchio infernale dell'azione e della reazione. Considerazioni di questo tipo, a prescindere dalle mie condizioni ben pesanti e dalle gravi preoccupazioni per la famiglia, mi son permesso di sottoporle, sapendo che la Chiesa non sarà mai ultima a capire le ragioni dell'umanità. Chi lo pensa, non conosce la Chiesa. Con fiducia e deferenza. Aldo Moro.
11) A Papa Paolo VI (non recapitata)
Beatissimo Padre, nella difficilissima situazione nella quale mi trovo e memore della paterna benevolenza che la Santità Vostra mi ha tante volte dimostrato, e tra l'altro quando io ero giovane dirigente della Fuci, ardisco rivolgermi alla Santità Vostra, nella speranza che voglia favorire nel modo più opportuno almeno l'avvio di quel processo di scambio di prigionieri politici, dal quale potrebbero derivare, in questo momento estremamente minaccioso, riflessi positivi per me e la mia disgraziata famiglia che per ragioni oggettive è in cima alle mie angosciate preoccupazioni. Immagino le ansie del Governo. Ma debbo dire che siffatta pratica umanitaria è in uso presso moltissimi governi, i quali danno priorità alla salvezza delle vite umane e trovano accorgimenti di allontanamento dal territorio nazionale per i prigionieri politici dell'altra parte, soddisfacendo così esigenze di sicurezza. D'altra parte, trattandosi di atti di guerriglia, non si vede quale altra forma di efficace distensione ci sia in una situazione che altrimenti promette giorni terribili. Avendo intravisto qui nella mia prigione un severo articolo dell'Osservatore, me ne sono preoccupato fortemente. Perché quale altra voce, che non sia quella della Chiesa, può rompere le cristallizzazioni che si sono formate e quale umanesimo più alto vi è di quello cristiano? Perciò le mie preghiere, le mie speranze, quelle della mia disgraziata famiglia che la Santità vostra volle benevolmente ricevere alcuni anni fa, s'indirizzano alla Santità vostra, l'unica che possa piegare il Governo italiano ad un atto di saggezza. Mi auguro si ripeta il gesto efficace di S.S. Pio XII in favore del giovane Prof. Vassalli, che era nella mia stessa condizione. Voglia gradire, Beatissimo Padre, con il più vivo ringraziamento per quanti beneficeranno della clemenza, i più devoti ossequi. Aldo Moro.
12) Ad Eleonora Moro (non recapitata)
Mia dolcissima Noretta, bacioni al pupo temo che tu abbia troppo da affaticarti nell'improba impresa. Credo che la chiave sia in Vaticano, che deve essere stato però duramente condizionato dal Governo. Ho pensato perciò di preparare una mia lettera personale al Papa, che ti accludo, lasciando a te di stabilire se sia o meno il caso d'inoltrarla e tramite chi. Salvo abbia scelto Poletti, ti ricordo Pignedoli che dovrebbe avere qualche buon ricordo e Maria Righetti. Soprattutto bisognerebbe evitare che, sotto pressione del Governo, continuino posizioni dure del giornale. Forse potresti fare una telefonata al vecchio Manzini (Raimondo), sempre così buono. Per il resto c'è da dare la caccia a questi parlamentari amici. Hanno avuto il torto di far passare attoniti i primi giorni, lasciando cristallizzare la situazione. Anche di Tullio non so nulla, né so se abbia fatto qualcosa. Benché una lettera stampata non è tutto quello che si possa desiderare, tu non puoi immaginare quale manna dal cielo sia per me. La leggo e la rileggo: ci penso su. E' tutta la mia vita. E così voi siete la mia vita. Vi benedico tutti in un unico grande abbraccio. Pensatemi come io vi penso ed amatemi come vi amo. Tuo Aldo Mi veniva un'altra idea. Pompei è vicinissimo al Papa e gli può spiegare tutto. Si potrebbe chiamarlo tramite Maria Righetti, spiegandogli che dovrebbe fare (poiché dovrebbe operare da privato contro gli intendimenti del governo). Ma dovrebbe arrivare ad horas. Da Parigi ci sono partenze a tutte le ore.
13) Su Paolo Taviani (recapitata tra il 9 ed il 10 aprile 1978, allegata al comunicato numero cinque)
Filtra fin qui la notizia di una smentita opposta dall'On. Taviani alla mia affermazione, del resto incidentale, contenuta nel mio secondo messaggio e cioè che delle mie idee in materia di scambio di prigionieri (nelle circostanze delle quali ora si tratta) e di modo di disciplinare i rapimenti avrei fatto parola, rispettivamente, all'On. Taviani ed all'On. Gui (oggi entrambi Senatori). L'On. Gui ha correttamente confermato; l'On. Taviani ha smentito, senza evidentemente provare disagio nel contestare la parola di un collega lontano, in condizioni difficili e con scarse e saltuarie comunicazioni. Perché poi la smentita? Non c'è che una spiegazione, per eccesso di zelo cioè, per il rischio di non essere in questa circostanza in prima fila nel difendere lo Stato. Intanto quello che ho detto è vero e posso precisare allo smemorato Taviani (smemorato non solo per questo) che io gliene ho parlato nel corso di una direzione abbastanza agitata tenuta nella sua sede dell'Eur proprio nei giorni nei quali avvenivano i fatti dai quali ho tratto spunto per il mio occasionale riferimento. E non ho aggiunto, perché mi sarebbe parso estremamente indiscreto riferire l'opinione dell'interlocutore (non l'ho fatto nemmeno per l'On. Gui), qual era l'opinione in proposito che veniva opposta in confronto di quella che, secondo il mio costume, facevo pacatamente valere. Ma perché l'On. Taviani, pronto a smentire il fatto obiettivo della mia opinione, non si allarmi nel timore che io voglia presentarlo come se avesse il mio stesso pensiero, mi affretterò a dire che Taviani la pensava diversamente da me, come tanti anche oggi la pensano diversamente da me ed allo stesso modo di Taviani. Essi, Taviani in testa, sono convinti che sia questo il solo modo per difendere l'autorità ed il potere dello Stato in momenti come questi. Fanno riferimento ad esempi stranieri? O hanno avuto suggerimenti? Ed io invece ho detto sin d'allora riservatamente al Ministro ed ho ora ripetuto ed ampliato una valutazione per la quale in fatti come questi, che sono di autentica guerriglia (almeno cioè guerriglia), non ci si può comportare come ci si comporta con la delinquenza comune, per la quale del resto all'unanimità il Parlamento ha introdotto correttivi che riteneva indifferibili per ragioni di umanità. Nel caso che ora ci occupa si trattava d'immaginare, con opportune garanzie, di porre il tema di uno scambio di prigionieri politici (terminologia ostica, ma corrispondente alla realtà) con l'effetto di salvare altre vite umane innocenti, di dare umanamente un respiro a dei combattenti, anche se sono al di là della barricata, di realizzare un minimo di sosta, di evitare che la tensione si accresca e lo Stato perda credito e forza, se è sempre impegnato in un duello processuale defatigante, pesante per chi lo subisce, ma anche non utile alla funzionalità dello Stato. C'è insomma un complesso di ragioni politiche da apprezzare ed alle quali dar seguito, senza fare all'istante un blocco impermeabile, nel quale non entrino nemmeno in parte quelle ragioni di umanità e di saggezza, che popoli civilissimi del mondo hanno sentito in circostanze dolorosamente analoghe e che li hanno indotti a quel tanto di ragionevole flessibilità, cui l'Italia si rifiuta, dimenticando di non essere certo lo Stato più ferreo del mondo, attrezzato, materialmente e psicologicamente, a guidare la fila di Paesi come Usa, Israele, Germania (non quella però di Lorenz), ben altrimenti preparati a rifiutare un momento di riflessione e di umanità. L'inopinata uscita del Sen. Taviani, ancora in questo momento per me incomprensibile e comunque da me giudicata, nelle condizioni in cui mi trovo, irrispettosa e provocatoria, m'induce a valutare un momento questo personaggio di più che trentennale appartenenza alla D.C. Nei miei rilievi non c'è niente di personale, ma sono sospinto dallo stato di necessità. Quel che rilevo, espressione di un malcostume democristiano che dovrebbe essere corretto tutto nell'avviato rinnovamento del partito, e la rigorosa catalogazione di corrente. Di questa Appartenenza Taviani è stato una vivente dimostrazione con virate così brusche ed immotivate da lasciare stupefatti. Di matrice cattolico-democratica Taviani è andato in giro per tutte le correnti, portandovi la sua indubbia efficienza, una grande larghezza di mezzi ed una certa spregiudicatezza. Uscito io dalle file dorotee dopo il '68, avevo avuto chiaro sentore che Taviani mi aspettasse a quel passo, per dar vita ad una formazione più robusta ed equilibrata, la quale, pur su posizioni diverse, potesse essere utile al migliore assetto della D.C. Attesi invano un appuntamento che mi era stato dato e poi altri ancora, finché constatai che l'assetto ricercato e conseguito era stato diverso ed opposto. Erano i tempi in cui Taviani parlava di un appoggio tutto a destra, di un'intesa con il Movimento Sociale come formula risolutiva della crisi italiana. E noi che, da anni, lo ascoltavamo proporre altre cose, lo guardavamo stupiti, anche perché il partito della D.C. da tempo aveva bloccato anche le più modeste forme d'intesa con quel partito. Ma, mosso poi da realismo politico, l'On. Taviani si convinse che la salvezza non poteva venire che da uno spostamento verso il partito comunista. Ma al tempo in cui avvenne l'ultima elezione del Presidente della Repubblica, il terrore del valore contaminante dei voti comunisti sulla mia persona (estranea, come sempre, alle contese) indusse lui e qualche altro personaggio del mio Partito ad una sorta di quotidiana lotta all'uomo, fastidiosa per l'aspetto personale che pareva avere, tale da far sospettare eventuali interferenze di ambienti americani, perfettamente inutile, perché non vi era nessun accanito aspirante alla successione in colui che si voleva combattere. Nella sua lunga carriera politica che poi ha abbandonato di colpo senza una plausibile spiegazione, salvo che non sia per riservarsi a più alte responsabilità, Taviani ha ricoperto, dopo anche un breve periodo di Segretario del Partito, senza pero successo, i più diversi ed importanti incarichi ministeriali. Tra essi vanno segnalati per la loro importanza il Ministero della Difesa e quello dell'Interno, tenuti entrambi a lungo con tutti i complessi meccanismi, centri di potere e diramazioni segrete che essi comportano. A questo proposito si può ricordare che l'Amm. Henke, divenuto Capo del Sid e poi Capo di Stato Maggiore della Difesa, era un suo uomo che aveva a lungo collaborato con lui. L'importanza e la delicatezza dei molteplici uffici ricoperti può spiegare il peso che egli ha avuto nel partito e nella politica italiana, fino a quando è sembrato uscire di scena. In entrambi i delicati posti ricoperti ha avuto contatti diretti e fiduciari con il mondo americano. Vi è forse, nel tener duro contro di me, un'indicazione americana e tedesca? Aldo Moro.
14) A Maria Fida Moro e Demetrio Bonini (non recapitata)
Miei carissimi Fida e Demi, credo di essere alla conclusione del mio calvario e desidero abbracciarvi forte forte con tutto l'amore che, come sapete, vi porto. Forse in qualche momento sarò stato nervoso o non del tutto capace di comprensione. Ma l'amore dentro è stato grande in ogni momento con un desiderio profondo della vostra felicità sempre in una vita retta, quale voi conducete. Con Luca, dicevo, mi avete dato la gioia più grande che io potessi desiderare. Questa è per me la punta più acuta di questa dolorosissima vicenda. Non vedere il piccolo e non potergli dare tutto l'amore, tutto l'aiuto, tutto il servizio che avevo progettato. So poi i problemi di Fida che tutti dobbiamo aiutare. Ho già detto a quanti lo amano che gli siano vicini, che facciano la mia parte, che prendano il mio posto. Anche tu, Demi carissimo, tienilo pieno d'amore come egli merita; tienilo tra le braccia come vorrei tenerlo e come sarei felice di fare, lasciando ogni altra cosa. Vivete uniti con la nonna, con gli zii, con gli amici. Per ogni cosa consigliatevi con il carissimo Rana. Ricordatevi di me che ricordo e prego. Che Iddio vi aiuti a passare questo brutto momento e dia a voi ed al piccolo tutta la felicità. Che Iddio vi benedica come io vi benedico e vi abbraccio dal profondo del cuore. Papà per Fida e Demi.
P.S. Se il piccolo, come spero, deve andare al mare, la nonna inviti la Signora Riccioni (Si tratta della moglie di Otello Riccioni, l’appuntato dei carabinieri assegnato alla scorta di Moro, che la mattina del 16 marzo 1978 non era in servizio). con due bambinetti. Ho paura che stia solo. Mi raccomando.
15) Ad Agnese Moro (non recapitata)
Mia carissima Agnese, so che tu sei tanto forte e brava. Perciò ti posso parlare con coraggio, mentre vedo ogni momento più cadere le speranze. Ti ho voluto e ti voglio tanto bene, dolcissima Agnesina, che ho concorso a tirar su, con il suo chilo e ottocento grammi, dosando goccia goccia con il cucchiaino il latte che non potevi succhiare. Sì qualche volta ti sarai un po' irritata con me; ma sai bene che l'amore è stato continuo ed infinito, che ti ho atteso ogni sera pieno di angoscia finché non ti vedevo, che ti ho seguito nel tuo studio, nel tuo lavoro (nel quale occorre perseverare), nelle tante cose intelligenti e vive che andavi creando. Ed ho cercato di seguirti e secondarti in ogni tuo desiderio. Ora è probabile che noi siamo lontani o vicini in un altro modo. Ebbene, credimi che ti sono vicino più che mai, che ti stringo forte a me, che desidero per te pace e felicità. E' inutile che ti raccomandi la famiglia, la mamma, il carissimo Luca. Dagli tu l'amore e l'appoggio che io non gli potrò dare, ritraine tu la gioia dolcissima degli occhietti vispi e della profonda bontà. Questa è ora la mia pena più acuta, la mia angoscia mortale. Finché sarà necessario sostituiscimi. Gioisco nel ricordarti piccola, sulla gamba del cuore con il dott. Tani del tuo libriccino di bimba. Ti amo tanto, Agnesina carissima e ti ringrazio del tuo sorriso sempre così largo e della tua dolce carezza alla sera. Una tua carissima lettera da Helsinki per me è a Bellamonte, nell'armadio della stanza matrimoniale in alto o forse nel taschino del mio pullover nero. Non la perdere: mi è cara. Ti abbraccio forte forte e ti benedico con tanti auguri e tanta speranza. Papà.
16) Ad Anna Moro e Mario Giordano (non recapitata)
Miei carissimi Anna e Mario, credo di essere ad un momento conclusivo e desidero abbracciarvi forte forte con tutto l'amore che meritate. C'è stato certo qualche momento di difficoltà dovuto ad un momento particolarmente impegnativo. Spero che sia davvero cancellato tutto e che siate uniti e in salute, come mamma mi scrive tramite il giornale. Tu sai, Anna mia, quanto bene ti ho voluto da sempre, come ho goduto della tua confidenza e fiducia, come sono riuscito a vincere alcune tue amarezze. Poi è venuto Mario ed io sono stato felice che un'altra persona cara abbia preso a svolgere la funzione che era stata mia. E ne sono felice tuttora. Non per questo però ti ho voluto e ti voglio meno bene. Sei sempre la mia piccolina della gamba destra, mentre Agnese era per parte sua quella della gamba del cuore. Tempi felici. Niente ha potuto annullare la grandezza dell'amore. A qualsiasi età i figli sono i nostri piccoli. E tu sei la mia piccola. Come vorrei vedere nascere il tuo bimbo. Che venga su bello, buono, vispo, felice. Mi parrà di averlo conosciuto. Non so darvi nessun consiglio. Vogliatevi bene sempre e siate uniti alle vostre due famiglie. Tutte ne hanno diritto: una, la nostra, un particolare bisogno. Siate buoni e puliti come siete stati sempre. Iddio vi aiuterà. Quello che Egli vi toglie, vi darà in altro modo. Certo tutto questo pesa. Ma sia fatta la volontà del Signore. Carissimi, vi abbraccio forte dal profondo del cuore e vi benedico. Ricordatemi ai vostri cari. Papà per Anna e Mario.
17) A Luca Bonini (non recapitata)
Mio carissimo Luca, non so chi e quando ti leggerà, spiegando qualche cosa, la lettera che ti manda quello che tu chiamavi il tuo nonnetto. L'immagine sarà certo impallidita, allora. Il nonno del casco, il nonno degli scacchi, il nonno dei pompieri della Spagna, del vestito di torero, dei tamburelli. E' il nonno, forse ricordi, che ti portava in braccio come il S.S. Sacramento, che ti faceva fare la pipì all'ora giusta, che tentava di metterti a posto le coperte e poi ti addormentava con un lungo sorriso, sul quale piaceva ritornare. Il nonno che ti metteva la vestaglietta la mattina, ti dava la pizza, ti faceva mangiare sulle ginocchia. Ora il nonno è un po' lontano, ma non tanto che non ti stringa idealmente al cuore e ti consideri la cosa più preziosa che la vita gli abbia donato e poi, miseramente, tolta. Luca dolcissimo, insieme col nonno che ora è un po' fuori, ci sono tanti che ti vogliono bene. E tu vivi e dormi con tutto questo amore che ti circonda. Continua ad essere dolce, buono, ordinato, memore, come sei stato. Fai compagnia oltre che a Papà e Mamma, alla tua cara Nonna che ha più che mai bisogno di te. E quando sarà la stagione, una bella trottata coi piedini nudi sulla spiaggia e uno strattone per il tuo gommoncino. La sera, con le tue preghiere, non manchi la richiesta a Gesù di benedire tanti ed in ispecie il Nonno che ne ha particolare bisogno. E che Iddio pure ti benedica, il tuo dolcissimo volto, i tuoi biondi capelli che accarezzo da lontano, con tanto amore. Ti abbraccia tanto nonno Aldo.
18) A Giovanni Moro (non recapitata)
Mio carissimo Giovanni, tu sei il più piccolo e insieme, in un certo senso, il capo della famiglia. Ti devo trattare da uomo, anche se non riesco a distaccarmi dalla tua immagine di piccolino, tanto amato e tanto accarezzato. Lo so c'è stato poi il momento in cui hai rivendicato la tua autonomia ed hai forse avuto un po' fastidio di un padre un tantino opprimente (s'intende per amore). Ma è stato poi bello, quando, passata quell'età critica, sei stato tu stesso che sei tornato a carezzarmi di quando in quando. Ed io la tua carezza non l'ho dimenticata, né, in quest'ora triste, la dimentico. Così sei restato il mio piccolino, che avrei voluto accompagnare un po' più a lungo nella vita. Che anno terribile. Che anno incomprensibile. Povero libro del buon Mancini che avrei dovuto leggere e che avevo con me in macchina da qualche parte. Che ne sarà stato? E' meglio non pensare. Voglio solo dire, senza contrastare la tua vocazione, che vi sono in politica fattori irrazionali che creano situazioni difficilissime. E' meglio essere prudenti e difendersi dall'incomprensione. Sarei più tranquillo per te e per Emma (che ricordo tanto e che ti farà buona compagnia), se non ti avviassi su questa strada. Io volentieri tornerei indietro, come consigliava la mamma, ma sono stato preso dal laccio di questa infausta presidenza del Consiglio nazionale. Sia fatta la volontà di Dio. Tu studia, prega, opera per il bene, aiuta la famiglia ed il piccolo Luca che mi fa finire nell'angoscia. Fai un po' meno fuori, un po' più per questo bambino carissimo che mi strazia il cuore. Sii prudente, saggio, misurato in tutto. Consigliati con Don Mancini che mi saluterai tanto. Quanto la sua previsione, fatta di amore, non ha avuto riscontro nella realtà. Ti abbraccio forte forte con Emma, piccolo mio e ti benedico dal profondo del cuore. il tuo papà.
19) A Corrado Guerzoni (non recapitata)
Carissimo Guerzoni, nel dirle addio, La ringrazio del bene che mi ha voluto e che ha fatto per me. In questa vicenda tutto per me è incomprensibile. Un diverso comportamento sarebbe stato un atto di prudenza e di saggezza che nulla avrebbe pregiudicato. Non mi tocca nulla di quel che attiene al potere; moltissimo quello che riguarda la mia disgraziata famiglia, per la quale anche Lei avrà un occhio di comprensione. Mi ricordi ai suoi collaboratori e si abbia un abbraccio cordiale di chi le ha voluto molto bene. Aldo Moro (La lettera prosegue con un capoverso non pubblicato)
20) A Maria Luisa Familiari
Lettera il cui contenuto non è stato reso noto per volontà della famiglia Moro.
21) A Nicola Rana (non recapitata)
Dott. Nicola Rana Via Giovagnoli 27 Roma
Carissimo Rana, lei sa quanto Le devo da ogni punto di vista.E' stato confidente, consolatore ed amico. Non capisco a fondo perché questo avviene e le ragioni degli uomini che sono stati amici. Accetto dal Signore quanto egli mi manda. Mi resta l'acutissima preoccupazione della famiglia che resta priva di guida e l'ansia per il piccolo amatissimo, di cui Lei conosce le vicissitudini. Io non cesso di pensarci e di guardarlo, come faccio del resto per le persone care in queste ore infinitamente tristi. E' inutile che Le dica che nella mia tragedia, mi resta la speranza che Ella con saggezza ed amore continui ad occuparsi di noi, tra l'altro consigliando persone estremamente inesperte e fragili. Farò la stessa raccomandazione a Freato. Due, amati e amici, sono ancora poco in una disgrazia come questa. Controlli anche molto bene le eventuali proposte di alienazione di qualche cosa mobile. Un abbraccio forte con infinita gratitudine. Aldo Moro Un abbraccio a Melpignano, a Ticconi, a tutti. Sono state recuperate delle borse in macchina? O sono sequestrate come corpo di reato? Si può sbloccare?.
22) A Sereno Freato (non recapitata)
Carissimo Freato, la mia allucinante vicenda mi ha dato l'impressione di essere rimasto senza amici. So che non è così, anche se alcuni (o tanti) che potevano, non si sono adoperati. Mi pare così assurdo non si sia accettato uno scambio che non pregiudicava niente, dovendo gli scambiati lasciare l'Italia. Ma non voglio fare lamentele ed accetto da Dio il mio destino. Ma il problema non è mio, ma di una famiglia di cui Lei, così buono ed affettuoso per tanti anni, conosce tutte le complessità. Non posso quindi che ritornare a Lei, pur sapendo che Ella è preso da cose più grandi di queste, per pregarla, insieme con Rana, di guidare, consigliare, aiutare questa famiglia. Ho mille preoccupazioni, ma in cima c'è la non buona salute di mia moglie e la sorte dell'amatissimo Luca con le difficoltà che Ella conosce. Mi affido a Dio ed agli uomini cari come Lei. Chi l'avrebbe detto? E vi era chi progettava, mentre io non progettavo. Dio sa che cosa darei solo per aiutare i miei e basta. Quanto costa lo spettacolo di una apparente grandezza. Aiuti dunque i miei, caro Freato, con la sua immensa bontà. E stia certo di aver fatto la scelta migliore, che io, purtroppo, non ho fatto. La benedico, insieme ai suoi e l'abbraccio con tutto il cuore Suo Aldo Moro.
23) Messaggio (non recapitata)
prego la cortesia della stampa di voler telefonare questo messaggio a casa mia (3379308) Famiglia Moro Stringendomi con tanto affetto a voi vi prego darmi cortese tramite stampa urgenti notizie famiglia et familiari, dettagliando se ricevute mie notizie. Rassicuratemi incidente ferroviario Bologna. Abbraccio forte. Non tardate. Aldo.
24) Ad Eleonora Moro (non recapitata)
Genesi 44-29 segg. "e se mi togliete anche questo, e se gli avviene qualche disgrazia, voi farete scendere la mia canizie con dolore nel soggiorno dei morti. Or dunque, quando giungerò da mio padre, tuo servitore, se il fanciullo, all'anima del quale è legata, non è con noi, avverrà che, come avrà veduto che il fanciullo non c'è, egli morrà e i tuoi servitori avranno fatto scendere con cordoglio la canizie del tuo servitore nostro padre nel soggiorno dei morti. ...Perché come farei a risalire da mio padre senz'aver meco il fanciullo? Ah, ch'io non vegga il dolore che ne verrebbe a mio padre". Così Luca lontano fa scendere la mia canizie con dolore nel soggiorno dei morti.
Mia dolcissima Noretta ti mando alcune lettere da distribuire che vorrei proprio arrivassero come mi è stato promesso. Aggiungo due testamenti che ho già mandato, ma che temo possono non essere arrivati. Uno è il mio lascito ad Anna della mia quota di condominio al terzo piano. L'altro è un lascito a Luca, il mio archivio che, come esecutori testamentari il Sen. Spadolini ed il Dott. Guerzoni dovrebbero opportunamente alienare ad Istituto o Biblioteca, preferibilmente italiani, per costituire una piccola rendita per il piccolo, al quale va la mia infinita tenerezza. Carissima, vorrei avere la fede che avete tu e la nonna, per immaginare i cori degli angeli che mi conducono dalla terra al cielo. Ma io sono molto più rozzo. Ho solo capito in questi giorni che vuol dire che bisogna aggiungere la propria sofferenza alla sofferenza di Gesù Cristo per la salvezza del mondo. Il Papa forse questa mia sofferenza non l'ha capita. E sembra, d'altro canto, impossibile che di tanti amici non una voce si sia levata. Pacatamente direi a Cossiga che sono stato ucciso tre volte, per insufficiente protezione, per rifiuto della trattativa, per la politica inconcludente, ma che in questi giorni ha eccitato l'animo di coloro che mi detengono. Salvi dovrebbe ripensare all'inutilità di questo lavoro e del mio sacrificio. Ma ormai è fatta. Mi è stato promesso che restituiranno il corpo ed alcuni ricordi. Speriamo che si possa. E voi siate forti e pregate per me che ne ho tanto bisogno. Tutto è così strano. Ma Iddio mi dia la forza di arrivare fino in fondo e mi faccia rivedere poi i tanto dolci visi che ho tanto amato ed ai quali darei qualunque cosa per essere ancora vicino. Ma non ho, purtroppo, tutto quello che dovrei dare. Così fosse possibile. Dopo si vedrà l'assurdità di tutto questo. Ed ora dolcissima sposa, ti abbraccio forte con tutto il cuore e stringo con te i nostri figli e i nipoti amatissimi, sperando di restare con voi così per sempre. Un tenerissimo bacio. Aldo.
25) Ad Eleonora Moro
Mia dolcissima Noretta, credo di essere giunto all'estremo delle mie possibilità e di essere sul punto, salvo un miracolo, di chiudere questa mia esperienza umana. Gli ultimi tentativi, per i quali mi ero ripromesso di scriverti, sono falliti. Il rincrudimento della repressione, del tutto inutile, ha appesantito la situazione. Non sembra ci sia via di uscita. Mi resta misterioso, perché è stata scelta questa strada rovinosa, che condanna me e priva di un punto di riferimento e di equilibrio. Già ora si vede che vuol dire non avere persona capace di riflettere. Questo dico, senza polemica, come semplice riflessione storica. Ora vorrei abbracciarti tanto e dirti tutta la dolcezza che provo, pur mescolata a cose amarissime, per avere avuto il dono di una vita con te, così ricca di amore e di intesa profonda. Dio sa quanto avrei sperato di accompagnarvi ancora un poco, di dare custodia ed aiuto all'amatissimo Luca, di aiutare tutti a superare le prove del duro cammino. Ho tentato tutto ed ora sia fatta la volontà di Dio, credo di tornare a voi in un'altra forma. Non mi so immaginare onorato da chi mi ha condannato. Ma fa tu, con spirito cristiano e senso di opportunità. Vi ho affidato a Freato e Rana per ogni necessità ed ho fiducia che Iddio vi aiuti. Tu curati e cerca di essere più tranquilla che puoi. Ci rivedremo. Ci ritroveremo. Ci riameremo. Ho scritto a tutti per Luca, perché siano impegnati per lui. A te debbo dire grazie, infinite grazie, per tutto l'amore che mi hai dato. Amore un po' geloso che mi faceva innervosire, quando ti vedevo sprofondata in un libro. Ma amore autentico che resterà. Io pregherò per te e tu per me. Che Iddio aiuti la cara famiglia. In estate, al mare, fatti fare compagnia dalla famiglia di Riccioni per te e per il piccolo. Ho lasciato il mio archivio a Luca da vendere tramite il Sen. Spadolini e il Dott. Guerzoni per costituire un piccolo peculio che lo aiuti a mantenersi nella vita. Ho dimenticato di dire, ma tu dillo a Guerzoni che per le foto i familiari e gli esecutori testamentari scelgano quelle che vale la pena di conservare alla famiglia. Nel magnetofono più grande, che è nel mio studio, ci sono già raccolte vocette di Luca trasferite da quello tascabile. Si può mano a mano trasferire e completare. Le bobine sono in camera nostra; film e foto sulla scrivania dello studio. Vorrei, come piccolo ricordo, che il biro della mia vestaglia da giorno andasse a Luca che lo amava (e il portacenere a Giovanni), un altro pennarello marrone nel comò a Giovanni, un biro uguale al primo sulla chiffonière ad Agnese, mentre Fida e Anna e tu potreste scegliere in quel mobile quel che volete. Sentite Manzari, vedi di fare testamento. Io ne ho mandati due che spero siano arrivati e rinvierò in copia. Non mancare di fare e far fare la vaccinazione antinfluenzale, se viene la russa. Fatti seguire da Giovanni anche come amico. Tramite Rana fa controllare la stabilità del tetto sulla nostra stanza e cura che il gas sia chiuso la sera. (Agnese). Per la tomba di Torrita almeno nell'immediato c'è il rischio di sicurezza. Forse converrebbe allogare altrove, [...] stesso o nella chiesa con speciale permesso. Forse, per ora: consigliati con Freato. Chissà quante cose ho dimenticato. State più uniti che potete e tenete unite anche le mie cose con voi, perché sono vostro. Ho pregato molto La Pira. Spero che mi aiuti in altro modo. Ringrazio tutti, tutti i parenti ed amici con grande affetto. Che Iddio ci aiuti. Ricordati che sei stata la cosa più importante della mia vita. Ricordatemi discretamente a Luca con qualche foto e qualche descrizione, che non si senta del tutto senza nonno. E poi che sia felice e non faccia i miei errori generosi ed ingenui. Ti abbraccio forte forte e ti benedico dal profondo del cuore. A nonna un bacio, nella forma che troverai. Aldo.
26) A Papa Paolo VI (recapitata tramite Don Mennini alla S.ra Moro che a lui la riaffida per recapitarla in Vaticano.)
Alla stampa, da parte di Aldo Moro, con preghiera di cortese urgente trasmissione all'augusto Destinatario e molte grazie.
A S.S. Paolo VI Città del Vaticano
In quest'ora tanto difficile mi permetto di rivolgermi con vivo rispetto e profonda speranza alla Santità vostra, affinché con altissima autorità morale e cristiano spirito umanitario voglia intercedere presso le competenti autorità governative italiane per un'equa soluzione del problema dello scambio dei prigionieri politici e la mia restituzione alla famiglia, per le cui necessità assai gravi sono indispensabili la mia presenza ed assistenza. Solo la Santità Vostra può porre di fronte alle esigenze dello Stato, comprensibili nel loro ordine le ragioni morali e il diritto alla vita. Con profonda gratitudine, speranza e devoto ossequio dev.mo Aldo Moro.
27) A Benigno Zaccagnini (non recapitata)
Prego la cortesia della stampa di trasmettere all'illustre destinatario in Piazza del Gesù, curandone il personale recapito. Molti ringraziamenti.
Caro Zaccagnini, in quest'ora tanto drammatica mi rivolgo con fiducia e viva preghiera a te ed agli amici, affinché con spirito cristiano ed autentica saggezza politica vogliate favorire, anche decisamente influenzando altre forze politiche, un'equa trattativa umanitaria, che abbia ad oggetto, con garanzie di sicurezza, scambio di prigionieri politici et consenta mia restituzione alla famiglia, che, per ragioni a te note, ha assoluto bisogno di me. Ricordando le grandi pressioni da te esercitate perché accettassi questo ufficio ed infine la mia disciplinata e rassegnata adesione alla tua richiesta, sento che con gli amici hai il dovere di aiutarmi in questo frangente. Altrimenti non potrai perdonare te stesso. Con fiducia, profonda gratitudine e viva cordialità Aldo Moro.
28) A Benigno Zaccagnini (Recapitata tramite Don Mennini il 20 aprile 1978)
Caro Zaccagnini, mi rivolgo a te ed intendo con ciò rivolgermi nel modo più formale e, in certo modo, solenne all'intera Democrazia cristiana, alla quale mi permetto di indirizzarmi ancora nella mia qualità di Presidente del Partito. E' un'ora drammatica. Vi sono certamente problemi per il Paese che io non voglio disconoscere, ma che possono trovare una soluzione equilibrata anche in termini di sicurezza, rispettando però quella ispirazione umanitaria, cristiana e democratica, alla quale si sono dimostrati sensibili Stati civilissimi in circostanze analoghe, di fronte al problema della salvaguardia della vita umana innocente. Ed infatti, di fronte a quelli del Paese, ci sono i problemi che riguardano la mia persona e la mia famiglia. Di questi problemi, terribili ed angosciosi, non credo vi possiate liberare, anche di fronte alla storia, con la facilità, con l'indifferenza, con il cinismo che avete manifestato sinora nel corso di questi quaranta giorni di mie terribili sofferenze. Con profonda amarezza e stupore ho visto in pochi minuti, senza nessuna valutazione umana e politica, assumere un atteggiamento di rigida chiusura. L'ho visto assumere dai dirigenti, senza che risulti dove e come un tema tremendo come questo sia stato discusso. Voci di dissenso, inevitabili in un partito democratico come il nostro, non sono artificiosamente emerse. La mia stessa disgraziata famiglia è stata, in certo modo, soffocata, senza che potesse disperatamente gridare il suo dolore ed il suo bisogno di me. Possibile che siate tutti d'accordo nel volere la mia morte per una presunta ragion di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce, quasi a soluzione di tutti i problemi del Paese? Altro che soluzione dei problemi. Se questo crimine fosse perpetrato, si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fronteggiare. Ne sareste travolti. Si aprirebbe una spaccatura con le forze umanitarie che ancora esistono in questo Paese, si aprirebbe, insanabile, malgrado le prime apparenze, una frattura nel partito che non potreste dominare. Penso ai tanti e tanti democristiani che si sono abituati per anni ad identificare il partito con la mia persona. Penso ai miei amici della base e dei gruppi parlamentari. Penso anche ai moltissimi amici personali ai quali non potreste fare accettare questa tragedia. Possibile che tutti questi rinuncino in quest'ora drammatica a far sentire la loro voce, a contare nel partito come in altre circostanze di minor rilievo? Io lo dico chiaro: per parte mia non assolverò e non giustificherò nessuno. Attendo tutto il partito ad una prova di profonda serietà ed umanità e con esso forze di libertà e di spirito umanitario che emergono con facilità e concordia in ogni dibattito parlamentare su temi di questo genere. Non voglio indicare nessuno in particolare, ma rivolgermi a tutti. Ma è soprattutto alla D.C. che si rivolge il Paese per le sue responsabilità, per il modo come ha saputo contemperare sempre sapientemente ragioni di Stato e ragioni umane e morali. Se fallisse ora, sarebbe per la prima volta. Essa sarebbe travolta dal vortice e sarebbe la sua fine. Che non avvenga, ve ne scongiuro, il fatto terribile di una decisione di morte presa su direttiva di qualche dirigente ossessionato da problemi di sicurezza, come se non vi fosse l'esilio a soddisfarli, senza che ciascuno abbia valutato tutto fino in fondo, abbia interrogato veramente e fatto veramente parlare la sua coscienza. Qualsiasi apertura, qualsiasi posizione problematica, qualsiasi segno di consapevolezza immediata della grandezza del problema, con le ore che corrono veloci, sarebbero estremamente importanti. Dite subito che non accettate di dare una risposta immediata e semplice, una risposta di morte. Dissipate subito l'impressione di un partito unito per una decisione di morte. Ricordate, e lo ricordino tutte le forze politiche, che la Costituzione Repubblicana, come primo segno di novità, ha annullato la pena di morte. Così, cari amici, si verrebbe a reintrodurre, non facendo nulla per impedirla, facendo con la propria inerzia, insensibilità e rispetto cieco della ragion di Stato che essa sia di nuovo, di fatto, nel nostro ordinamento. Ecco nell'Italia democratica del 1978, nell'Italia del Beccaria, come nei secoli passati, io sono condannato a morte. Che la condanna sia eseguita, dipende da voi. A voi chiedo almeno che la grazia mi sia concessa; mi sia concesso almeno, come tu Zaccagnini sai, per essenziali ragioni di essere curata, assistita, guidata che ha la mia famiglia. La mia angoscia in questo momento sarebbe di lasciarla sola - e non può essere sola – per l'incapacità del mio partito ad assumere le sue responsabilità, a fare un atto di coraggio e responsabilità insieme. Mi rivolgo individualmente a ciascuno degli amici che sono al vertice del partito e con i quali si è lavorato insieme per anni nell'interesse della D.C. Pensa ai sessanta giorni cruciali di crisi, vissuti insieme con Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari sotto la tua guida e con il continuo consiglio di Andreotti. Dio sa come mi sono dato da fare per venirne fuori bene. Non ho pensato no, come del resto mai ho fatto, né alla mia sicurezza né al mio riposo. Il Governo è in piedi e questa è la riconoscenza che mi viene tributata per questa come per tante altre imprese. Un allontanamento dai familiari senza addio, la fine solitaria, senza la consolazione di una carezza, del prigioniero politico condannato a morte. Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante nella storia d'Italia. Il mio sangue ricadrebbe su di voi, sul partito, sul Paese. Pensateci bene cari amici. Siate indipendenti. Non guardate al domani, ma al dopo domani. Pensaci soprattutto tu, Zaccagnini, massimo responsabile. Ricorda in questo momento - dev'essere un motivo pungente di riflessione per te - la tua straordinaria insistenza e quella degli amici che avevi a tal fine incaricato - la tua insistenza per avermi Presidente del Consiglio Nazionale, per avermi partecipe e corresponsabile nella fase nuova che si apriva e che si profilava difficilissima. Ricordi la mia fortissima resistenza soprattutto per le ragioni di famiglia a tutti note. Poi mi piegai, come sempre, alla volontà del Partito. Ed eccomi qui, sul punto di morire, per averti detto di sì ed aver detto di sì alla D.C. Tu hai dunque una responsabilità personalissima. Il tuo sì o il tuo no sono decisivi. Ma sai pure che, se mi togli alla famiglia, l'hai voluto due volte. Questo peso non te lo scrollerai di dosso più. Che Dio ti illumini, caro Zaccagnini, ed illumini gli amici ai quali rivolgo un disperato messaggio. Non pensare ai pochi casi nei quali si è andati avanti diritti, ma ai molti risolti secondo le regole dell'umanità e perciò, pur nella difficoltà della situazione, in modo costruttivo. Se la pietà prevale, il Paese non è finito. Grazie e cordialmente tuo Aldo Moro.
29) Ad Eleonora Moro (recapitata il 20 aprile 1978)
Carissima e amata, siamo al momento decisivo estremamente rischioso. Vi sono vicino e vi amo con tutto il cuore. Baci a tutti a Luca in particolare. Ora occorre trasmettere di urgenza queste lettere, determinanti, per cui devi convocare le squadre di Giovanni e Agnese o altri che creda idonei, al più presto. Tutto urge, urge. Due sono le più importanti: lettera mia al Papa. Non so se già hai predisposto qualcosa. Occorre inviare mani sicure e rapide es: Poletti, Pignedoli, se c'è Pompei (improbabile è a Parigi), Bottai, che dovresti fare venire a casa, senza mai nulla dire al telefono. Infine, ma potrebbe essere la soluzione più facile, chiamare Antonello Mennini, Vice Parroco di S. Lucia che puoi fare venire a casa. Infine vedi tu. Presto e bene per quel poco che può valere. Lettera a Zaccagnini. E' la più importante. Occorre arrivi integra. Vedi di mandarla per il migliore tramite a lui e avverti i giornalisti circostanti che la rendano pubblica. Mi raccomando. Ti abbraccio tanto con tutti.
30) Al segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Waldheim
Signor Presidente, desidero innanzitutto ringraziarla, nella drammatica situazione nella quale mi trovo, per il fervido messaggio che ha voluto formulare per la salvezza della mia vita. E' un segno, tanto autorevole quanto gradito, oltre che del suo ben noto spirito umanitario, della benevolenza della quale mi fa oggetto da anni, da quando cioè ebbi la ventura di trattare lungamente con lei dei problemi dell'Alto Adige e di giungere poi alla felice conclusione di Copenaghen. In tutto questo tempo ci siamo scambiati reciproca simpatia e stima. Bene, ora io mi trovo nella condizione di prigioniero politico ed intorno a questa mia posizione è aperta una vertenza tra il governo italiano e le BR intorno a qualche scambio di prigionieri delle due parti. Il suo alto appello umanitario non ha potuto così conseguire il risultato desiderato, poiché il governo oppone la richiesta di un gesto gratuito ed unilaterale, mentre l'altra parte chiede una contropartita da concordare. In verità sia in Italia sia all'estero non mancano casi di scambi di prigionieri. La cosa, benché presenti qualche difficoltà, non è di per sé né assurda né irrisolvibile. Vi sono ostacoli politici ai quali il governo attribuisce caratteri di durezza. Gli ostacoli non sono però insuperabili; la Sua presenza in Italia, la conoscenza del contenzioso, la Sua abilità diplomatica, la Sua capacità mediatrice, dovrebbero poter sbloccare la difficile situazione, salvare la mia vita, creare un'area di distensione utile alla pace. Forse il suo sacrificio, con adeguata pressione su una posizione irragionevole del governo italiano, potrebbe fare il miracolo che attendo non per me, ma per la mia disgraziata famiglia. Purtroppo il correre del tempo è inesorabile. Ed io sono obbligato a supplicare che l'emergenza sia affrontata senza ritardo. La ringrazio, eccellenza, per quanto Ella potrà e vorrà fare ed in nome anche dei miei le porgo gli ossequi più devoti. Aldo Moro.
31) A Luigi Cottafavi
All'Ambasciatore Cottafavi Carissimo Cottafavi, mi piacerebbe parlare così distesamente come mi è accaduto di fare l'ultima volta purtroppo le circostanze sono diverse. La mia disgraziata situazione mi induce a fare per suo affettuoso tramite un fervido appello a Waldheim, il quale, pur restando nei limiti umanitari che non sono sufficienti a sbloccare la situazione, ha usato un tono più caldo, dando l'impressione di poter fare all'occorrenza qualche cosa di più, forse in nome di vecchi rapporti di amicizia e di collaborazione. Da qui, accompagnata da una lettera che Le accludo, la mia supplica a Lei, perché me lo porti di urgenza in Italia. Bisognerebbe fare davvero uno strappo. E bisogna aggiungere che non avrà un compito facile per le resistenze del governo che vorrebbe risolvere in termini umanitari (e cioè non pagando niente) la questione. E ciò dimenticando che in moltissimi altri paesi civili si hanno scambi e compensazioni e che in Italia stessa per i casi dei Palestinesi ci siamo comportati in tutt'altro modo. Aggiungo che, trattandosi di un fatto politico, trattandosi di una mediazione, c'è un termine ragionevole di trattativa e che soprattutto al Presidente dell'ONU non dovrebbe essere rifiutata. E' insomma, caro Cottafavi, un estremo tentativo il cui successo è largamente affidato, se Dio vorrà, a che si metta in moto presto e con le ali. Se l'ONU salvasse una vita umana, strappandola a quest'Italia inetta, sarebbe una bella cosa. Grazie l'abbraccio. Aldo Moro. Un incontro a Ginevra sotto l'egidia della Croce Rossa sarebbe possibile?
32) A Franco Malfatti (il destinatario ha dichiarato di non aver ricevuto la lettera) All'Ambasciatore Franco Malfatti segretario generale della Farnesina Carissimo Ambasciatore, nella disperata situazione in cui mi trovo, sono nella necessità di rivolgermi a Lei, per trasmettere un appropriato messaggio al vecchio collega ed amico Waldheim, presidente dell'ONU, messaggio che è richiesta di urgente aiuto, ma, come Ella ben sa, non è di contenuto semplicemente umanitario. Nella condizione in cui sono non riesco a contattare efficacemente Cottafavi. E allora mi rivolgo a Lei con la fiducia di sempre, avendo come supremo obiettivo una rapida visita di Waldheim in Italia. Anche sul piano psicologico, non sarebbe cosa da poco. Ovviamente ogni collaborazione dell'ambasciatore Vinci non potrà che essere estremamente utile. Grazie e con l'affetto di sempre, mi creda suo.
Aldo Moro
Amb. Franco Malfatti Segretario generale della Farnesina
Un incontro a Ginevra sotto l'egidia della Croce Rossa sarebbe possibile?
33) A Giuseppe Manzari (il destinatario ha dichiarato di non aver mai ricevuto la lettera)
Carissimo Peppino, ti sarei grato t'informassi buona fonte circa la ragione per la quale si è bloccata la richiesta di Young di portare il nostro caso al Consiglio di Sicurezza e se c'è ancora una possibilità in tal senso e che cosa si può fare con la dovuta urgenza. La risposta tienila per te, che ti sarà comandata al momento opportuno. Grazie e affettuosamente tuo
Aldo Moro
Ad un cenno si dovrebbe essere in condizioni di chiamare qui l'Amb. Cottafavi. Nulla per ora. Poi si vedrà.
Avv. Giuseppe Manzari presidente Sezione Consiglio di Stato Capo del Contenzioso diplomatico.
34) A Flaminio Piccoli (non recapitata)
Caro Piccoli, mi rivolgo a te con la fiducia e l'affetto che sai. Sei tu ora, punto di riferimento. E vedo il segno della tua presenza nel fatto che sia stato sin qui evitato il peggio, la chiusura indiscriminata. Guardando agli aspetti umanitari, che sono essenziali e valgono per tutti i Paesi, bisogna rapidamente approfondire questa breccia. Andare avanti, cioè, nel concreto, senza illudersi che invocazioni umanitarie possano avere il minimo effetto. Non dividete sul sangue la D.C., non illudetevi di risolvere così i problemi del paese, date fiducia, ora che si manifesta intero, all'umanitarismo socialista, anche se vi fosse la sfida della crisi, la cui composizione del resto è stata così faticosamente accettata. La crisi, per questo motivo che lascia allo scoperto i comunisti, non ci sarebbe o almeno sarebbe risolvibile. Non lasciate allo scoperto i vecchi amici che hanno dato fino all'ultimo. Sarebbe un fatto obbrobrioso e immorale. Sarebbe un eroismo su basi fragilissime. Scusa queste considerazioni che, soprattutto per la famiglia dovevo fare, ed abbiti i più cordiali saluti
Aldo Moro
On. Flaminio Piccoli Presidente del gruppo Parlamentare Camera della D.C.
35) A Benigno Zaccagnini (non recapitata)
On. Benigno Zaccagnini Aggiungi che la mia protezione è stata assolutamente insufficiente e non è giusto farne ricadere la responsabilità su di me. Caro Zac, se si proroga, come si deve, dev'essere per fare davvero qualche cosa, non per perdere tempo. So che tutto è difficile ma spero non ti sottrarrai a questa responsabilità (il contrario sarebbe disumano e crudele) di far procedere il negoziato verso una conclusione ragionevole ma positiva. Non puoi capire che cosa si prova in queste ore. Non cedere a nessuno, non ammettere tatticismi. La responsabilità è tua, tutta tua. Se fossi nella tua condizione non accetterei mai di dire di sì all'uccisione, di pagare con la vita la prigionia che non si crede di poter interrompere. Ma stai bene attento alla scala dei valori.
Con [parola indecifrabile]
Aldo Moro
36) A Giovanni Leone (recapitata il 29 aprile 1978)
Alla Stampa, da parte di Aldo Moro, con preghiera di cortese urgente trasmissione al suo illustre Destinatario. Molti ringraziamenti
All'On. Prof. Giovanni Leone Presidente della Repubblica Italiana Faccio vivo appello, con profonda deferenza, al tuo alto senso di umanità e di giustizia, affinché, d'accordo con il Governo, voglia rendere possibile una equa e umanitaria trattativa per scambio di prigionieri politici, la quale mi consenta di essere restituito alla famiglia, che ha grave e urgente bisogno di me. Le tante forme di solidarietà sperimentate, t'indirizzino per la strada giusta. Ti ringrazio profondamente e ti saluto con viva cordialità Aldo Moro.
37) Ad Amintore Fanfani (recapitata il 29 aprile 1978)
Onorevole Presidente del Senato, in questo momento estremamente difficile, ritengo mio diritto e dovere, come membro del Parlamento italiano, di rivolgermi a Lei che ne è, insieme con il Presidente della Camera, il supremo custode. Lo faccio nello spirito di tanti anni di colleganza parlamentare, per scongiurarla di adoperarsi, nei modi più opportuni, affinché sia avviata, con le adeguate garanzie, un'equa trattativa umanitaria, che consenta di procedere ad uno scambio di prigionieri politici ed a me di tornare in seno alla famiglia che ha grave ed urgente bisogno di me. Lo spirito umanitario che anima il Parlamento ebbe già a manifestarsi in sede di Costituente, alla quale anche in questo campo ebbi a dare il mio contributo, e si è fatto visibile con l'abolizione della pena di morte ed in molteplici leggi ed iniziative. D'altra parte non sfuggono alle Assemblee né i problemi di sicurezza, che però possono essere adeguatamente risolti, né la complessità del problema politico per il quale non sarebbero sufficienti scelte semplici e riduttive. Al di là di questa problematica io affido a Lei, signor Presidente, con fiducia ed affetto la mia persona, nella speranza che tanti anni di stima, amicizia e collaborazione mi valgano un aiuto decisivo, che ricostituisca il Plenum del Parlamento e che mi dia l'unica gioia che cerco, il ricongiungimento con la mia amata famiglia. Con i più sinceri e vivi ringraziamenti, voglia gradire i miei più deferenti saluti.
Suo Aldo Moro
On. Prof. Amintore Fanfani Presidente del Senato della Repubblica.
38) A Pietro Ingrao (recapitata il 29 aprile 1978)
Onorevole Presidente della Camera, in questo momento estremamente difficile, ritengo mio diritto e dovere, come membro del Parlamento italiano, di rivolgermi a Lei che ne è, insieme con il Presidente del Senato, il supremo custode. Lo faccio nello spirito di tanti anni di colleganza parlamentare, per scongiurarla di adoperarsi, nei modi più opportuni, affinché sia avviata con le adeguate garanzie, un'equa trattativa umanitaria, che consenta di procedere ad uno scambio di prigionieri politici ed a me di tornare in seno alla famiglia che ha grave ed urgente bisogno di me. Lo spirito umanitario che anima il Parlamento ebbe già a manifestarsi in sede di Costituente, alla quale anche in questo campo ebbi a dare il mio contributo, e si è fatto visibile con l'abolizione della pena di morte ed in molteplici leggi ed iniziative. D'altra parte non sfuggono alle Assemblee né i problemi di sicurezza, che possono però essere adeguatamente risolti, né la complessità del problema politico per il quale non sarebbero sufficienti scelte semplici e riduttive. Al di là di questa problematica io affido a Lei, Signor Presidente, con fiducia ed affetto la mia persona, nella speranza che tanti anni di stima, amicizia e collaborazione mi valgano un aiuto decisivo che ricostituisca il Plenum del Parlamento e che mi dia l'unica gioia che cerco, il ricongiungimento con la mia amata famiglia. Con i più sinceri e vivi ringraziamenti, voglia gradire i miei più deferenti saluti.
Suo Aldo Moro
On. Pietro Ingrao Presidente della Camera dei deputati
39) A Flaminio Piccoli (recapitata il 29 aprile 1978)
On. Flaminio Piccoli
Presidente Gruppo D.C.
occorrendo puoi parlare anche di me
Caro Piccoli, non ti dico tutte le cose che vorrei per brevità e per l'intenso dialogo tra noi che dura da anni. Ho fiducia nella tua saggezza e nel tuo realismo, unica antitesi ad un predominio oggi, se non bilanciato, pericoloso. So che non ti farai complice di un'operazione che, oltretutto, distruggerebbe la D.C. Non mi dilungo, perché so che tu capisci queste cose. Aggiungo qualche osservazione per il dibattito interno che spero abbia giuste proporzioni e sia da te responsabilmente guidato. La prima osservazione da fare è che si tratta di una cosa che si ripete come si ripetono nella vita gli stati di necessità. Se n'è parlato meno di ora, ma abbastanza, perché si sappia come sono andate le cose. E tu, che sai tutto, ne sei certo informato. Ma, per tua tranquillità e per diffondere in giro tranquillità, senza fare ora almeno dichiarazioni ufficiali, puoi chiamarti subito Pennacchini che sa tutto (nei dettagli più di me) ed è persona delicata e precisa. Poi c'è Miceli e, se è in Italia (e sarebbe bene da ogni punto di vista farlo venire) il Col. Giovannoni, che Cossiga stima. Dunque, non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione. La minaccia era seria, credibile, anche se meno pienamente apprestata che nel caso nostro. Lo stato di necessità è in entrambi evidente. Uguale il vantaggio dei liberati, ovviamente trasferiti in Paesi Terzi. Ma su tutto questo fenomeno politico vorrei intrattenermi con te, che sei l'unico cui si possa parlare a dovuto livello. Che Iddio lo renda possibile. Naturalmente comprendo tutte le difficoltà. Ma qui occorrono non sotterfugi, ma atti di coraggio. Dopo un po' l'opinione pubblica capisce, pur che sia guidata. In realtà qui l'ostacolo è l'intransigenza del partito comunista che sembra una garanzia. Credo sarebbe prudente guardare più a fondo le cose, tenuto conto del più duttile atteggiamento socialista cui fino a due mesi fa andavano le nostre simpatie. Forse i comunisti vogliono restare soli a difendere l'autorità dello Stato o vogliono di più. Ma la D.C. non ci può stare. Perché nel nostro impasto (chiamalo come vuoi) c'è una irriducibile umanità e pietà: una scelta a favore della durezza comunista contro l'umanitarismo socialista sarebbe contro natura. Importante è convincere Andreotti che non sta seguendo la strada vincente. E' probabile che si costituisca un blocco di oppositori intransigenti. Conviene trattare.
Grazie e affettuosamente
Aldo Moro
40) A Riccardo Misasi (recapitata il 29 aprile 1978)
Carissimo Riccardo,
un grande abbraccio e due parole per dirti che mi attendo, con l'eloquenza ed il vigore che ti sono propri, una tua efficace battaglia a difesa della vita, a difesa dei diritti umani, contro una gretta ragion di Stato. Tu sai che gli argomenti del rigore, in certe situazioni politiche, non servono a nulla. Si tratta di ben altro che dovremmo sforzarci di capire. Se prendi di petto i legalisti, vincerai ancora una volta. Non illudetevi di invocazioni umanitarie. Vorrei poi dirti che, se dovesse passarsi, come ci si augura, ad una fase ulteriore, la tua autorità ed esperienza di Presidente della Commissione Giustizia, dovrebbero essere, oltre che per le cose in generale che interessano, preziose per alcuni temi specifici che tu certo intuisci.
Grazie e tanti affettuosi saluti.
Aldo Moro
On. Riccardo Misasi
41) A Renato Dell'Andro (recapitata il 29 aprile 1978)
Carissimo Renato
in questo momento così difficile, pur immaginando che tu abbia fatto tutto quello che la coscienza e l'affetto ti suggerivano, desidero aggiungere delle brevi considerazioni. Ne ho fatto cenno a Piccoli e a Pennacchini ed ora lo rifaccio a te, che immagino con gli amici direttamente e discretamente presenti nei dibattiti che si susseguono. La prima riguarda quella che può sembrare una stranezza e non è e cioè lo scambio dei prigionieri politici. Invece essa è avvenuta ripetutamente all'estero, ma anche in Italia. Tu forse già conosci direttamente le vicende dei palestinesi all'epoca più oscura della guerra. Lo scopo di stornare grave danno minacciato alle persone, ove essa fosse perdurata. Nello spirito si fece ricorso allo stato di necessità. Il caso è analogo al nostro, anche se la minaccia, in quel caso, pur serissima, era meno definita. Non si può parlare di novità né di anomalia. La situazione era quella che è oggi e conviene saperlo per non stupirsi. Io non penso che si debba fare, per ora, una dichiarazione ufficiale, ma solo parlarne di qua e di là, intensamente però. Ho scritto a Piccoli e a Pennacchini che è buon testimone. A parte tutte le invenzioni che voi saprete fare, è utile mostrare una riserva che conduca, in caso di esito negativo, al coagularsi di voti contrari come furono minacciati da De Carolis e altri, Andreotti che (con il PCI) guida la linea dura, deve sapere che corre gravi rischi. Valorizzare poi l'umanitarismo socialista, più congeniale alla D.C. e che ha sempre goduto, e specie in questa legislatura, maggiori simpatie. Forza, Renato, crea, fai, impegnati con la consueta accortezza. Te ne sarò tanto grato.
Ti abbraccio.
Aldo Moro
On. [parola illeggibile] Renato Dell'Andro S.p.M
42) A Tullio Ancora (recapitata il 29 aprile 1978)
Caro Tullio,
un caro ricordo ed un caloroso abbraccio. Senza perdersi in tante cose importanti, ma ovvie, concentrati in questo. Ricevo come premio dai comunisti dopo la lunga marcia la condanna a morte. Non commento. Quel che dico, e che tu dovresti sviluppare di urgenza e con il garbo che non ti manca, è che si può ancora capire (ma male) un atteggiamento duro del PCI, ma non si capirebbe certo che esso fosse legato al quadro politico generale la cui definizione è stata così faticosamente raggiunta e che ora dovrebbe essere ridisegnato. Dicano, se credono, che la loro è una posizione dura e intransigente e poi la lascino lì come termine di riferimento. E' tutto, ma è da fare e persuadere presto.
Affettuosamente
Aldo Moro
Dott. Tullio Ancora
Via Livorno 44
Roma
43) A Giulio Andreotti (recapitata il 29 aprile 1978)
Caro Presidente,
so bene che ormai il problema, nelle sue massime componenti, è nelle tue mani e tu ne porti altissima responsabilità. Non sto a descriverti la mia condizione e le mie prospettive. Posso solo dirti la mia certezza che questa nuova fase politica, se comincia con un bagno di sangue e specie in contraddizione con un chiaro orientamento umanitario dei socialisti, non è apportatrice di bene né per il Paese né per il Governo. La lacerazione ne resterà insanabile. Nessuna unità nella sequela delle azioni e reazioni sarà più ricomponibile. Con ciò vorrei invitarti a realizzare quel che si ha da fare nel poco tempo disponibile. Contare su un logoramento psicologico, perché son certo che tu, nella tua intelligenza, lo escludi, sarebbe un drammatico errore. Quando ho concorso alla tua designazione e l'ho tenuta malgrado alcune opposizioni, speravo di darti un aiuto sostanzioso, onesto e sincero. Quel che posso fare, nelle presenti circostanze, è di beneaugurare al tuo sforzo e seguirlo con simpatia sulla base di una decisione che esprima il tuo spirito umanitario, il tuo animo fraterno, il tuo rispetto per la mia disgraziata famiglia. Quanto ai timori di crisi, a parte la significativa posizione socialista cui non manca di guardare la D.C., è difficile pensare che il PCI voglia disperdere quello che ha raccolto con tante forzature. Che Iddio ti illumini e ti benedica e ti faccia tramite dell'unica cosa che conti per me, non la carriera cioè, ma la famiglia.
Grazie e cordialmente tuo
Aldo Moro
On. Giulio Andreotti
Presidente del Consiglio dei Ministri
44) A Bettino Craxi (recapitata il 29 aprile 1978)
Caro Craxi,
poiché ho colto, pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del tuo Partito in questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare ed anzi accentuare la tua importante iniziativa. E' da mettere in chiaro che non si tratta di inviti rivolti agli altri a compiere atti di umanità, inviti del tutto inutili, ma di dar luogo con la dovuta urgenza ad una seria ed equilibrata trattativa per lo scambio di prigionieri politici. Ho l'impressione che questo o non si sia capito o si abbia l'aria di non capirlo. La realtà è però questa, urgente, con un respiro minimo. Ogni ora che passa potrebbe renderla vana ed allora io ti scongiuro di fare in ogni sede opportuna tutto il possibile sull'unica direzione giusta che non è quella della declamazione. Anche la D.C. sembra non capire. Ti sarei grato se glielo spiegassi anche tu con l'urgenza che si richiede. Credi, non c'è un minuto da perdere. E io spero che o al San Rafael o al Partito questo mio scritto ti trovi. Mi pare tutto un po' assurdo, ma quello che conta non è spiegare, ma, se si può fare qualcosa, di farlo.
Grazie infinite ed affettuosi saluti
Aldo Moro
On. Bettino Craxi
Segretario del Partito Socialista Italiano
45) A Erminio Pennacchini (recapitata il 29 aprile 1978)
Carissimo Pennacchini,
ho avuto sempre grande stima di te, per tutto, ma soprattutto per la cristallina onestà. E' quindi naturale che in un momento drammatico mi rivolga a te per un aiuto prezioso che consiste semplicemente nel dire la verità. Dirla, per ora, ben chiara agli amici parlamentari ed a qualche portavoce qualificato dell'opinione pubblica. Si vedrà poi se ufficializzarla. Si tratta della nota vicenda dei palestinesi che ci angustiò per tanti anni e che tu, con il mio modesto concorso, riuscisti a disinnescare. L'analogia, anzi l'eguaglianza con il mio doloroso caso, sono evidenti. Semmai in quelle circostanze la minaccia alla vita dei terzi estranei era meno evidente, meno avanzata. Ma il fatto c'era e ad esso si è provveduto secondo le norme dello Stato di necessità, gestite con somma delicatezza. Di fronte alla situazione di oggi non si può dire perciò che essa sia del tutto nuova. Ha precedenti numerosi in Italia e fuori d'Italia ed ha, del resto, evidenti ragioni che sono insite nell'ordinamento giuridico e nella coscienza sociale del Paese. Del resto è chiaro che ai prigionieri politici dell'altra parte viene assegnato un soggiorno obbligato in Stato Terzo. Ecco, la tua obiettiva ed informata testimonianza, data ampiamente e con la massima urgenza, dovrebbe togliere alla soluzione prospettata quel certo carattere di anomalia che taluno tende ad attribuire ad essa. E' un intermezzo di guerra o guerriglia che sia, da valutare nel suo significato. Lascio alla tua prudenza di stabilire quali altri protagonisti evocare. Vorrei che comunque Giovannoni fosse su piazza. Ma importante è che tu sia lì, non a fare circolo, ma a parlare serenamente secondo verità. Tra l'altro ricordi quando l'allarme ci giunse in Belgio? Grazie per quanto dirai e farai secondo verità. La famiglia ed io, in tanta parte, dipendiamo da te, dalla tua onestà e pacatezza.
Affettuosamente
Aldo Moro
46) A Maria Luisa Familiari (la destinataria ha dichiarato di non aver ricevuto la lettera)
C'è anche una lettera per Zaccagnini da portare in casa, vicino casa mia o a Piazza del Gesù con molte raccomandazioni.
Carissima Maria Luisa (Familiari)
in questa, probabilmente inutile, corsa contro la morte, ricorro a te, col sistema dell'altro giorno, partendo questa volta da casa tua invece che dall'ufficio, dato il giorno festivo. Si tratta di portare entro oggi domenica a destinazione queste lettere nelle proprie mani dei destinatari, o almeno quasi nelle loro mani. Dato che è domenica andare a casa, assicurarsi, essere certi che sarà consegnata a breve scadenza, andare fuori se l'interessato fosse fuori in un posto definito e sicuro. Il più importante è l'on. Piccoli che abita non lontano da casa mia e in alternativa si potrebbe trovare (improbabile) nel suo ufficio a Montecitorio o più probabilmente a Piazza del Gesù. Poi c'è l'on. Riccardo Misasi, Presidente della Commissione di giustizia, di cui non ho idea dove possa abitare. Se la Camera, date le circostanze, è aperta chiedere là o a Piazza del Gesù o alla segreteria on. Dell'Andro o al Ministero della giustizia. Queste frasi qui dette sono le più importanti. Poi c'è quella indirizzata al Dott. Tullio Ancora, Via Livorno 44, non lungi da Piazza Fiume. Anche lì dare a mano. Ce n'è poi una per il presidente del Consiglio Andreotti che potrebbe essere recapitata al limite nella sua casa in Corso Vittorio Emanuele, non lontano dalla Chiesa Nuova. In mancanza di tutto anche in Piazza del Gesù. C'è infine una per l'on. Craxi che credo abiti all'Albergo San Raphael presso il Panteon o in mancanza alla sede del P.S.I. in via del Corso, con molte raccomandazioni.
Scusami tanto, abbracciami tutti, voglia anche tu un po' di bene a Luca. E Dio ti benedica e ti premi di tutto.
Aldo Moro
P.S. Fai tutto con l'aiuto dei carissimi amici, specie Mimmo, Matteo e Gianni. Sarà brutta domenica, ma pensa alla mia.
47) Ai Presidenti delle Camere (non recapitata)
Signori Presidenti delle Camere,
è nota la mia difficile condizione. Sono prigioniero politico delle Brigate Rosse e sottoposto, quale Presidente del Consiglio Nazionale della D.C., a giudizio sulla base di accuse che riguardano insieme me ed il gruppo dirigente del Partito. In relazione a questo mio stato di detenzione si è prospettata la opportunità di uno scambio dei prigionieri politici delle due parti, secondo modalità da trattare. Di questa possibilità io mi sono fatto portatore in due messaggi, che, malgrado le mie argomentazioni umanitarie e politiche, non hanno avuto in Parlamento favorevole accoglienza. A questo punto ritengo di invocare la umanitaria comprensione delle due Assemblee e dei loro Presidenti per una soluzione che, a mio avviso, non pregiudicherebbe in nessun modo né i diritti dello Stato, né i legittimi interessi dei prigionieri politici, tra i quali io mi trovo. Questa soluzione dovrebbe essere negoziata tramite la Croce Rossa di Ginevra e dovrebbe concretarsi in una legge straordinaria ed urgente del Parlamento, la quale mi conferisca lo status di detenuto in condizioni del tutto analoghe, anche come modalità di vita, a quelle proprie dei prigionieri politici delle Brigate Rosse. Per legge io verrei così vincolato a questi prigionieri e non potrei fruire di atti di clemenza o di scambi, se non in quanto gli altri ne beneficiassero. Ovviamente la garanzia alle Brigate Rosse dovrebbe essere data tramite il negoziato con la Croce Rossa e la legge obbligante che il Parlamento poi voterebbe, ritenendo in essa assorbita l'autorizzazione a procedere e ad arrestare. So bene che si possono fare contro questa tutte le possibili obiezioni. Sta di fatto però che è questo l'unico modo per salvare la vita ed ottenere condizioni di detenzione accettabili, e che io accetto, fino a che non maturino le condizioni di un miglior assetto della materia. Infatti una prigione clandestina non può durare a lungo, né offrire, per ragioni tecniche, più di quel che offre. In una prigione comune, per quanto severa, io avrei delle migliori possibilità ambientali, qualche informazione ed istruzione, assistenza farmaceutica e medica ed un contatto, almeno saltuario, con la famiglia. Voglia il Parlamento nel suo alto senso di giustizia e di umanità vagliare la mia proposta, non recidendo l'esile filo nel quale si esprimono le mie poche speranze.
Con ossequi
Aldo Moro
48) A Eleonora Moro (non recapitata)
Mia dolcissima Noretta, non mi soffermo sulle tante cose tenere che vorrei dire per tutti voi. C'è una cosa importante ed urgente da fare: un tuo incontro con Zaccagnini, Piccoli, Bartolomei, Galloni e Gaspari. Devi dire loro, prima privatamente, poi pubblicamente col tenore che uso in questi giorni (ce ne sarà uno ancora domani) che essi mi conducono a morte sicura, escludendo qualsiasi trattativa su scambi di prigionieri, salvaguardia di ostaggi e poi anche sulle proposte ultime e minime dell'on. Craxi. Non si debbono fare illusioni in proposito. Possono darti tutte le assicurazioni che vogliono, ma non hanno niente in mano. Dato che il tempo corre, la via della prudenza, dell'attesa, della fiducia è impercorribile, anche di fronte a TV e radio devi dire (chiariscilo per me a Guerzoni) che tu chiedi un'assunzione di responsabilità della D.C. e ad essa dovrai dolorosamente attribuire la responsabilità. Sei mia moglie, rappresenti la famiglia, puoi dirlo, con esito drammatico. Sii dura come sai esserlo [...]
Aldo [...]
seguono due righe incomprensibili
49) A Corrado Guerzoni (il destinatario ha dichiarato di non aver mai ricevuto la lettera)
Se non la ricevono, va pure detto in TV. Chiamare subito Guerzoni
Carissimo Guerzoni,
ci deve essere un mio appello al partito, presso mia moglie, da diffondere molto e presto. Inoltre è ritenuto qui essenziale che mia moglie si rechi al partito (Zac + 5) e dica loro nettamente che il rifiuto della D.C. a trattare seriamente, anche nelle forme minime proposte da Craxi, comporta la mia morte, la cui responsabilità la famiglia deve ad essa attribuire. Questo va sistematicamente ripetuto dopo a mezzo TV. Le sarò grato se accompagnasse e aiutasse, perché è la prima volta che mia moglie fa questo e ne è terrorizzata. Ma almeno la Radio dovrebbe essere più facile. Quanto all'opportunità lasci me giudicare. Scusi tanto, grazie per il doppio lavoro e molta cordialità.
Aldo Moro
In caso di indisponibilità dell'altra parte o di cogenti ragioni di salute di mia moglie, bisogna mandare subito una lettera alla D.C. che esprima i noti concetti e che sia subito pubblicata. Guerzoni di domenica reperibile in casa via Flaminia N° reperibile nel catalogo. Ovvero in via di Forte Trionfale, 79 lunedì in ufficio. Mi raccomando: questa diffida è essenziale e deve essere immediata.
50) A Don Antonello Mennini (il destinatario ha dichiarato di non aver mai ricevuto la lettera)
Antonello Mennini
Carissimo Antonello, avrei da dire molte cose, ma le rimando perché meno urgenti. ci sarebbe da consegnare tre lettere importanti di persona e con molta urgenza. 1 Onorevole Piccoli. Dovrebbe essere tra molta confusione al suo ufficio nel gruppo parlamentare della Camera. Bisogna stanarlo e dargliela, dicendo che viene da me. 2 On. Renato Dell'Andro. Può essere all'albergo Minerva (mi pare proprio si chiami così, tutto di fronte alla chiesa) o al Ministero della giustizia o infine alla sede del Gruppo D.C. a Montecitorio. Se per dannata ipotesi, avessi sbagliato il nome dell'albergo, sappi che i due alberghetti di cui si tratta sono così: Chiesa Minerva Questo a destra è Dell'Andro. 3 On. Pennacchìni potrebbe essere allo stesso Gruppo al suo nuovo ufficio di Presidente della Commissione parlamentare per i servizi d'informazione, di quest'ultimo non conosco la sede, che è però vicinissima alla Camera dove la conoscono. L'importante è che arrivi e arrivi subito. Per semplificazione si può affidare a Dell'Andro, di persona, l'operazione Pennacchini. Quindi: partire da Piccoli, poi Dell'Andro, per suo tramite o direttamente, Pennacchini. In extremis, lasciare di persona a Dell'Andro per gli altri due sollecitandolo. Se possibile, S.Em. Poletti potrebbe far osservare a S.S. che il Suo bellissimo messaggio, equivocandosi tra restituzione umanitaria e scambio dei prigionieri, si presta purtroppo ad essere utilizzato contro di me. Essenziale sarebbe dire ad Andreotti il sincero desiderio che le cose vadano nel modo desiderato da noi e cioè mediante scambio. Se si vuole il risultato, questa è la via. Altrimenti tutto s'incaglia. Grazie, benedicimi, proteggimi e voglimi bene.
tuo
Aldo Moro
51) A Don Antonello Mennini (il destinatario ha dichiarato di non aver mai ricevuto la lettera)
Mio carissimo Antonello, scusa se profitto così spesso di te. E' che sei non solo il più caro, ma il più utile e capace nella difficilissima situazione. 3 cose
I
ho chiesto ieri a mia moglie (ma il messaggio sarà stato fatto passare? e le sue parole saranno state trasmesse?) che dica fermamente che invoca salvezza per me, nell'unico modo possibile, come tante altre volte è avvenuto, cioè di uno scambio di prigionieri. E poi commosse parole di circostanza. Il fatto che l'appello di mia moglie non arrivi mi allarma sulla salute sua, ma genera forse l'impressione che la famiglia sia più vicina alla linea ufficiale anziché a me, il che è falso.
II
Vorrei raccogliessi notizie sulla salute di casa e ti tenessi pronto a rispondere, quando mi sarà possibile di domandartelo. Mi potrebbero scrivere qualche rigo? Tramite te? III ed è di particolare urgenza (precede le altre cose) prendere contatto telefonico con l'On. Dell'Andro (Ministero Giustizia) o con Sen. Rosa (Marina Mercantile) o Sen. Gui e Sen. Cervone, pregando di preparare bene la progettata riunione (a quanto sento) sulla mia disgraziata vicenda, tenendo contatto con gli altri amici e in particolare l'On. Misasi. E' necessario avere una seria linea alternativa a quella del Governo, la quale riecheggi un po' la ispirazione socialista. Bisogna far capire che lo scambio è stato quasi sempre fatto quando erano in gioco ostaggi e a quelli dell'altra parte è stato dato riparo all'estero con esclusione dal territorio nazionale. Dì tante cose care a mia moglie e a chi vedi dei miei. Benedicimi e aiutami nel Signore. Ti abbraccio forte
Tuo Aldo Moro
P.S. Un'ultima cosa urgente da dire a mia moglie, che faccia riscuotere subito a Rana alcuni assegni da me firmati in mansarda. E' necessario per evitare complicazioni ereditarie. Grazie. P.S. Dì al Card. Poletti che mia moglie purtroppo non sta bene. Che supplichi il Papa di fare di più, insistendo personalmente con Andreotti e non lasciandosi convincere dalla ragione di Stato. Altre volte è stata superata.
52) A Eleonora Moro (recapitata il 24 aprile 1978)
Carissima Noretta,
come ultimo tentativo fai una protesta ed una preghiera con tutto il fiato che hai in gola, senza sentire i consigli di prudenza di chicchessia e dello stesso Guerzoni.
Ti abbraccio forte forte
Aldo
53) A Benigno Zaccagnini (recapitata il 24 aprile 1978)
Caro Zaccagnini,
ancora una volta, come qualche giorno fa m'indirizzo a te con animo profondamente commosso per la crescente drammaticità della situazione. Siamo quasi all'ora zero: mancano più secondi che minuti. Siamo al momento dell'eccidio. Naturalmente mi rivolgo a te, ma intendo parlare individualmente a tutti i componenti della Direzione (più o meno allargata) cui spettano costituzionalmente le decisioni, e che decisioni! del partito. Intendo rivolgermi ancora alla immensa folla dei militanti che per anni ed anni mi hanno ascoltato, mi hanno capito, mi hanno considerato l'accorto divinatore delle funzioni avvenire della Democrazia Cristiana. Quanti dialoghi, in anni ed anni, con la folla dei militanti. Quanti dialoghi, in anni ed anni, con gli amici della Direzione del Partito o dei Gruppi parlamentari. Anche negli ultimi difficili mesi quante volte abbiamo parlato pacatamente tra noi, tra tutti noi, chiamandoci per nome, tutti investiti di una stessa indeclinabile responsabilità. Si sapeva, senza patti di sangue, senza inopinati segreti notturni che cosa voleva ciascuno di noi nella sua responsabilità. Ora di questa vicenda, la più grande e gravida di conseguenze che abbia investito da anni la D.C., non sappiamo nulla o quasi. Non conosciamo la posizione del Segretario né del Presidente del Consiglio; vaghe indiscrezioni dell'On. Bodrato con accenti di generico carattere umanitario. Nessuna notizia sul contenuto; sulle intelligenti sottigliezze di Granelli, sulle robuste argomentazioni di Misasi (quanto contavo su di esse), sulla precisa sintesi politica dei Presidenti dei Gruppi e specie dell'On. Piccoli. Mi sono detto: la situazione non è matura e ci converrà aspettare. E' prudenza tradizionale della D.C. Ed ho atteso fiducioso come sempre, immaginando quello che Gui, Misasi, Granelli, Gava, Gonella (l'umanista dell'Osservatore) ed altri avrebbero detto nella vera riunione, dopo questa prima interlocutoria. Vorrei rilevare incidentalmente che la competenza è certo del Governo, ma che esso ha il suo fondamento insostituibile nella D.C. che dà e ritira la fiducia, come in circostanze così drammatiche sarebbe giustificato. E' dunque alla D.C. che bisogna guardare. Ed invece, dicevo, niente. Sedute notturne, angosce, insofferenza, richiami alle ragioni del Partito e dello Stato. Viene una proposta unitaria nobilissima, ma che elude purtroppo il problema politico reale. Invece dev'essere chiaro che politicamente il tema non è quello della pietà umana, pur così suggestiva, ma dello scambio di alcuni prigionieri di guerra (guerra o guerriglia come si vuole), come si pratica là dove si fa la guerra, come si pratica in paesi altamente civili (quasi la universalità), dove si scambia non solo per obiettive ragioni umanitarie, ma per la salvezza della vita umana innocente. Perché in Italia un altro codice? Per la forza comunista entrata in campo e che dovrà fare i conti con tutti questi problemi anche in confronto della più umana posizione socialista? Vorrei ora fermarmi un momento sulla comparazione dei beni di cui si tratta: uno recuperabile, sia pure a caro prezzo, la libertà; l'altro, in nessun modo recuperabile, la vita. Con quale senso di giustizia, con quale pauroso arretramento sulla stessa legge del taglione, lo Stato, con la sua inerzia, con il suo cinismo, con la sua mancanza di senso storico consente che per una libertà che s'intenda negare si accetti e si dia come scontata la più grave ed irreparabile pena di morte? Questo è un punto essenziale che avevo immaginato Misasi sviluppasse con la sua intelligenza ed eloquenza. In questo modo si reintroduce la pena di morte che un Paese civile come il nostro ha escluso sin dal Beccaria ed espunto nel dopoguerra dal codice come primo segno di autentica democratizzazione. Con la sua inerzia, con il suo tener dietro, in nome della ragion di Stato, l'organizzazione statale condanna a morte e senza troppo pensarci su, perché c'è uno stato di detenzione preminente da difendere. E' una cosa enorme. Ci vuole un atto di coraggio senza condizionamenti di alcuno. Zaccagnini, sei eletto dal congresso. Nessuno ti può sindacare. La tua parola è decisiva. Non essere incerto, pencolante, acquiescente. Sii coraggioso e puro come nella tua giovinezza. E poi, detto questo, io ripeto che non accetto l'iniqua ed ingrata sentenza della D.C. Ripeto: non assolverò e non giustificherò nessuno. Nessuna ragione politica e morale mi potranno spingere a farlo. Con il mio è il grido della mia famiglia ferita a morte, che spero possa dire autonomamente la sua parola. Non creda la D.C. di avere chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della D.C. si faccia quello che se ne fa oggi. Per questa ragione, per una evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato, né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore.
Cordiali saluti
24-4-78
Aldo Moro
On. Benigno Zaccagnini
P.S. Diffido a non prendere decisioni fuori dagli organi competenti di partito.
54) A Eleonora Moro (non recapitata)
Mia dolcissima Noretta,
credo che questa sia proprio l'ultima. Per ragioni misteriose mi sembra preclusa qualsiasi speranza. Non si sa neppure approssimativamente, che cosa accade, in che si concludano le varie iniziative delle quali una volta si parla. Il Papa non può fare niente neppure dimostrativamente, in questo caso? Perché avevamo tanti amici, a schiere. Non una voce che io sappia, si è levata sin qui. Di voi ho ricevuto la sola lettera del "Giorno", che volevo portare sul petto, così per farmi compagnia, all'atto di morire. Ma si è perduta nel pulire la prigione. Per quanto abbia chiesto, non ho saputo altro. Quasi pensavo di aver fatto qualcosa di vergognoso. Ma è il meccanismo, deve essere così. Ed a voi devono avere consigliato (proibito) di fare qualsiasi protesta, che non sarebbe servita a nulla, ma avrebbe dimostrato che io qualche persona cara l'ho ancora. E' stato tutto freddamente determinato ed io sono stato trattato come se solo mi fossi servito della D.C. Ma non hanno nemmeno un momento esaminato la situazione, per vedere che cosa era opportuno fare, salvare il salvabile, capire. Una spaventosa improvvisazione. Per me, è finita. Penso solo a voi e, se non sono oppresso fino alla follia, vi richiamo, vi rivedo, da grandi e da piccoli, da anziani e da giovani e tra tutti il dilettissimo Luca con cui passo ancora i momenti disponibili. E poi il dubbio della vostra salute, la ragione del vostro silenzio. Spero che Freato e Rana vi seguano. I nostri dopo 40 giorni si saranno un po' abituati, ma dimenticati, spero, no. Se a Torrita non venite, comincia col tenermi a Roma, o nella chiesa di Torrita. Abbracciameli tutti tutti, uno ad uno, ogni giorno, come avrei fatto. Ricordatemi un po', per favore. lo sono cupo e un po' intontito. Credo non sarà facile imparare a guardare e a parlare con Dio e con i propri cari. Ma c'è speranza diversa da questa? Qualche volta penso alle scelte sbagliate, tante; alle scelte che altri non hanno meritato. Poi dico che tutto sarebbe stato eguale, perché è il destino che ci prende. Mentre lasciamo tutto resta l'amore, l'amore grande grande per te e per i nostri frutti di tanta incredibile e impossibile felicità. Che di tutto resti qualcosa. Ti abbraccio forte, Noretta mia. Morirei felice, se avessi il segno di una vostra presenza. Sono certo che esiste, ma come sarebbe bello vederla.
Aldo
55) Ai parenti (non recapitata)
A fratelli, cognati, zii un grande abbraccio grazie A Nonna tante cose care Vede che non si può fare previsioni?
Aldo
56) A Corrado Guerzoni (non recapitata)
Rai II Rete
Caro Guerzoni,
in questo momento drammatico mi sento accanto a Lei, infinitamente grato per il bene che mi ha voluto, per quanto ha operato per me, per quanto avrà certo fatto in questa circostanza. Molte cose mi risultano incomprensibili e non voglio rifletterci su. Mi angoscia la famiglia che resta sola, specie Luca. L'affido a Dio ed a buoni amici a cui debbo tanta riconoscenza. Mi ricordi alla Sig.ra De Candido e si abbia un grande abbraccio dal suo
Aldo Moro
57) A Maria Fida Moro e Demetrio Bonini (non recapitata)
Carissimi Maria Fida e Demi, casa
figli amati vi riscrivo, nel forte dubbio che le mie precedenti lettere di addio siano state, chissà perché, sequestrate. Volevo dirvi (ed ora ve lo dico, purtroppo, meno bene) tutto il mio amore, tutta la mia stima, tutto il legame con voi. Vi ho già detto che con Luca mi avete dato la cosa più grande della mia vita, quella che più angoscia lasciare. Lo terrò stretto a me fino all'ultimo istante, sperando che non gli resti il segno di questa vicenda ma che, misteriosamente, l'amore rimanga. So la fragilità di Fida che ha bisogno di essere aiutata. Ho cercato di farlo con più gioia che sia dato immaginare. Ma ora occorrono altri e da tutti invoco questa collaborazione. Anche tu Demi caro, che già fai tanto, stai in questa circostanza più vicino a tuo figlio tienilo fra le braccia come lo terrei io, riversa su di lui il tuo amore. Camminate per la vostra strada diritti e saggi, ora che i tempi si fanno sempre più difficili. Fida ricordi il mio amore dal primo istante, la cura infinita e confidente, il desiderio di aiutarla sempre. Siate uniti nell'amore e nella famiglia, senza alcuna distrazione. Non c'è cosa più grande di questa. Che Iddio vi benedica dal profondo, vi tenga stretti a me e tra voi. Un tenerissimo abbraccio dal vostro Papà.
Aldo
Ricorda quella piccola dichiarazione creditoria
P.S. Mi consola pensare che, prendendo io quel che sta per arrivare, lo scanso agli altri, lo scanso a Luca e Luca potrà star bene. E questo è l'essenziale. Baciatelo tanto per me e forte forte, ciao a voi altri. C'è tutto tra la nostra storia e la storia.
58) Ad Anna Maria Moro e Mario Giordano (non recapitata)
Carissimi Anna e Mario, casa
nel dubbio che una mia precedente non sia stata recapitata per sequestro, desidero dirvi alla meno peggio, e per quando questa carta vi perverrà, tutto il mio profondo attaccamento, tutto il mio amore per voi, tutta la dolce attesa e curiosità per la vostra creatura. Tu sai, Annina, quanto ti ho amata sempre e condotta con la tua cuffietta, seria seria, per strada. Ti sono stato sempre vicino, partecipe della tua ansia, pronto a consolarti. Poi Mario è venuto dolcemente a rilevarmi in parte delle mie funzioni. Ma tu sei sempre rimasta la piccolina del tuo papà, sulla mia gamba destra, a cavallo. Così ti ricordo e ti ricorderò, anche se il ricordo si prolunga fino al Liceo, all'Università, alla Laurea e via. Se c'è stato qualche momento difficile esso è superato. Siate uniti come non mai in questo momento, che la tua creatura nasca tra gente che la ama. E noi tutti l'amiamo. Vi sentiremo vicini vi siamo vicini. Siate retti, operosi, buoni, come sempre. Questa brutta vicenda vi farà ancora più seri.
Sentitemi sempre con voi e ricordatemi rispettosamente alla famiglia di Mario. Vi benedico dal profondo del cuore, vi abbraccio forte forte, vi stringo a me con la piccolissima. Che Iddio vi aiuti nella pur difficile vita che vi aspetta.
Papà
59) A Luca Bonini (non recapitata)
Mio carissimo Luca, casa
non so chi e quando ti leggerà questa lettera del tuo caro nonnetto. Potrai capire che tu sei stato e resti per lui la cosa più importante della vita. Vedrai quanto sono preziosi i tuoi riccioli, i tuoi occhietti arguti e pieni di memoria, la tua inesauribile energia. Saprai così che tutti ti abbiamo voluto un gran bene ed il nonno, forse, appena un po' più degli altri. Per quel poco che è durato sei stato tutta la sua vita. Ed ora il nonno Aldo, che è costretto ad allontanarsi un poco, ti ridice tutto il suo infinito affetto ed afferma che vuole restarti vicino. Tu non mi vedrai, forse, ma io ti seguirò nei tuoi saltelli con la palla, nella tua corsa al [...] nel guizzare nell'acqua, nel tirare la corda al motore. Io sarò là e ti accarezzerò, come sempre ti ho accarezzato, dolcemente il visino e le mani. Ti sarò accanto la notte, per cogliere l'ora giusta della pipì, e farti poi dolcemente riaddormentare. E la mattina portarti la vestaglietta, magari con le scarpette pronte in mano in attesa della pizza o del pane fresco. Queste sono state le grandi gioie di nonno e, per quanto è possibile lo resteranno. Cresci buono, forte, allegro serio. Il nonno ti abbraccia forte forte, ti benedice con tutto il cuore, spera sia in mezzo a gente che ti vuol bene e che forma anche la tua psiche.
Con tanto amore
il nonno
60) A Giovanni Moro (non recapitata)
Mio Carissimo Giovanni, casa
credevo di avere scritto una lettera di amore e di ricordo per ciascuno di voi. Ed ora mi viene l'assurda (ma reale) preoccupazione che tutto sia andato disperso in perquisizioni giudiziarie o di polizia. Mi affretto perciò a scrivertene un'altra, sperando che, restando in deposito qualche tempo sia più fortunata. Voglio dire a te ed Emma tutto l'amore e la fiducia che vi porto e l'angoscia che mi prende nel dovervi lasciare soli così giovani. Ma siete di buona tempra e di grande serietà. Non perciò il dolore è meno grande. Giovanni caro, io ti ricordo piccolissimo, ti ho seguito con tutto l'amore, ti ho dato la gioia del gioco e della compagnia. Ho rispettato il momento nel quale cercavi la tua autonomia, ma mi sono allietato tanto, quando tu, proprio tu, sei tornato qualche volta a carezzarmi come da piccolo. Ammiro il tuo impegno nello studio (ma [...] qualche esame in più) e rispetto la tua vocazione. Ma la politica ha delle irrazionalità per cui non conviene restarvi al di la dell'età dell'esperienza umana. Non far mancare neppure tu a Luca l'affetto e la compagnia di cui ha tanto bisogno. Avrei voluto assicurarglieli io. Come si fa? Non è male se resti un po' di più in casa. Anche lo spirito è più sereno. Ti stringo con Emma in un grande abbraccio nel quale mi pare di trovare la tua dolce infanzia. Che Iddio ti benedica, t'illumini, ti aiuti, ti ridia poco a poco, non la dimenticanza ma la serenità. E siate tutti uniti, ch'è l'unica cosa che conta.
Con Emma ti abbraccio forte forte
il tuo papà
61) A Agnese Moro (non recapitata)
Mia dolcissima Agnese, casa
mi viene l'atroce dubbio che le mie lettere siano state tutte o quasi sequestrate. Capisco così certi vuoti angosciosi e temo che si siano disperse alcune lettere di addio che vi avevo indirizzato. Le rifarò ora male, purtroppo, sperando che questa resti in deposito fin quando non possa esserti sicuramente consegnata. Volevo dirti Agnesina (e lo faccio tanto male) tutto il mio amore e l'angoscia di doverti lasciare. Ricordo la tua dolce faccina (campagna, fiori e altre cose). Ti sono stato sempre vicino con tutto il cuore, anche se posso avere sbagliato, posso non averti capito e soddisfatto. Di qui qualche breve strillotto. Ma poi subito dopo il sorriso, l'abbraccio, la richiesta affettuosa. E l'attesa la sera, angosciata, finché non fossi tornata. Il tuo saltellare sulla gamba del cuore. E starti dietro per la scuola, la tua esperienza e il tuo lavoro (nel quale devi perseverare) distante nella forma, vicinissimo nella sostanza. Ora sei più sola, ma hai carattere forte e serio e camminerai nella vita sulla tua strada. Non dimenticare, come mi promettesti d'estate, e non far dimenticare l'amatissimo Luca. La mia tremenda angoscia si attenua, se penso a te, che ci sei, che sei al mio posto nel letto, che controlli la porta ed il gas chiusi. Lasciami pensare che sarà così fin quando sarà necessario. Ricordati che a Bellamonte c'è una tua carissima lettera a me da Helsinki. Non ricordo se nell'armadio della matrimoniale o in un mio pulloverino. Mi è cara. Tienila. Ti stringo forte forte in un abbraccio pieno di amore e di augurio. Che Iddio ti benedica, ti dia la tua gioia, ti conforti nell'amore, ti faccia sentire vicino vicino, giorno e notte il tuo amato
papà
62) A Nicola Rana
TESTO NON RESO NOTO
63) Testamento in favore della figlia Anna
TESTO NON RESO NOTO
64) A Maria Luisa Familiari
TESTO NON RESO NOTO
65) A Sereno Freato (non recapitata)
Dott. Sereno Freato
Via San Valentino 21
Carissimo Freato,
non so, se scrivo o riscrivo, perché molte cose devono essere state sequestrate e non si è certi di niente. In questa vicenda allucinante ho pensato spesso a noi ed anche agli errori delle nostre scelte. Desidero ridirLe, dopo tanti anni di collaborazione, quanto le voglia bene e Le sia grato di tutto. Per noi è oscuro d'ora in avanti. Una sola cosa è chiara: Le affido i miei carissimi con la collaborazione di Rana; Le affido Luca mio amore. Mi ricordi ai Suoi, mi ricordi agli amici. Non voglio, lasciando dire niente di cattivo, anche se ci sarebbe da dire e da stupire di fronte al poco che è stato fatto per me. Domani magari si pentiranno.
Con tanta amicizia ed amarezza l'abbraccio con tutto il cuore affidandomi a Lei
Suo
Aldo Moro
Dott. Sereno Freato
Via S. Valentino 21
Roma
66) A Don Antonello Mennini (non recapitata)
Carissimo Antonello,
temo - e mi angoscia - che siano state, senza darne notizia, sequestrate lettere di affetto tra persone care in una situazione drammatica come questa. Alcune le ho ricostruite. Altre, contenenti alcune indicazioni chissà dove e come si potranno ritrovare. Ho pensato dunque di unire il tutto, di chiamarti, di darti il pacchetto, perché lo tenga per te. Evidentemente sorpassando casa, si rischia (credo) la perquisizione. Terrai tutto per te e, a tempo debito, ne parlerai a voce con mia moglie, per vedere il da farsi. Dovrebbe esserti di consiglio il mio ex capo gabinetto S.E. Manzari ora al Ministero degli esteri come capo ufficio legislativo, senza il cui consiglio non far niente. Anzi ti prego, a voce (abita in via Livio Andronico, non lontano da me) digli tutta questa vicenda perché la veda anche legalmente e ti aiuti a recuperare quel che fu sottratto. Del nuovo nulla fino ad accordo con mia moglie e lui. Tieni tutto. Poi si potrà vedere. Bisogna essere certi che all'entrata in casa non si sia intercettati. Non mi pare giusto che s'impedisca in queste circostanze di parlare tra persone che si vogliono bene. Il fatto che tu te ne occupi mi tranquillizza. Aggiungi la tua preghiera, sempre cara e sempre valida. Il Papa non poteva essere un po' più penetrante? Speriamo che lo sia stato anche senza dirlo. Benedicimi e aiutati. Ti abbraccio
Aldo Moro
le lettere fuori casa, essendo in zona, si potranno dare allerta però a Rana e Freato salvo non le ritirino personalm
[...] [...] questa frase è monca e di difficile lettura
67) Ad Eleonora Moro (non recapitata)
Non mi disperdere le cose da vestire [...]. Fa come se fossi lì non disturbarti per la tomba
Mia dolcissima Noretta, (casa)
mi viene ora il dubbio atroce che un'infinità di mie lettere e due piccoli testamenti siano stati sequestrati, incomprensibilmente, dall'autorità. Come spiegare l'appassionata reiterata richiesta di un tuo messaggio stampa, mai pervenuto? E altre, e altre cose. Avevo scritto a tutti i nostri cari in punto di morte, con l'animo aperto in quel momento supremo. Volevo lasciare qualche certezza di amore e qualche motivo di riflessione. Ed ora temo che tutto questo sia disperso, per ricomparire, se comparirà, chissà quando e come. Allora ho deciso di scrivere alla meglio, per dire l'essenziale e di affidare tutto a Don Antonello Mennini, che lo tenga con sé, finché non abbia parlato di persona con te e sono certo di poter dare senza pericolo. Noretta mia carissima, in questa vicenda allucinante riconosco le mie ingenuità, ma coperte dalla buona fede che si lega alle mie scelte giovanili di passare dall'Azione Cattolica alla D.C. Sono stato poco a Torrita, tenetemi [...] con voi a Roma. Mi è atroce pensare quanto questa vicenda vi toglie e soprattutto all'amatissimo Luca che avrebbe avuto diritto all'assistenza e alla gioia. Quanto mi è angosciante lasciarlo solo. Prego Iddio che gli susciti intorno volti cari, sorrisi teneri, autentico interessamento. Io pregherò per lui fino all'ultimo istante. E l'immagino con te, con Agnese, con tutti i suoi cari, con qualche ricordo del nonno che gli evocherete con qualche fotografia, con qualche richiamo. Mi sarebbe dolce sentirmi non assente. E a te, gioia amata, grazie di tutto. Nel fondo credo di averti dato tutto l'amore anche se con qualche distrazione d'ufficio. Quanto meno bisognerebbe dare all'ufficio e più alla famiglia. Sei stata la mia gioia più grande, fonte, talvolta di piccola gelosia, solo non ti vedessi magari rivolta a me. Che Iddio ci aiuti tutti. Freato e Rana dovrebbero aiutarvi. Iddio vi benedica dal profondo e mi stringa a voi in un amore eterno. Mi consola pensare che, prendendo quel che viene, lo storno da voi. Eri troppo… (La lettera a questo punto si interrompe)
68) Ad Eleonora Moro
IL TESTO NON E' STATO RESO NOTO
69) Ad Eleonora Moro (non recapitata)
per Noretta
Dammi la felicità di un messaggio tramite Guerzoni per sabato mattina forse si fa ancora in tempo e dimmi se hai ricevuto lettere ai figli e nipoti e due piccoli testamenti.
70) Ai familiari (recapitata il 24 o il 25 aprile 1978)
A tutti i miei carissimi ed a Noretta, amata sposa e madre. Mi piacerebbe avere un cenno, anche minimo di risposta, per tranquillizzarmi sulla salute di tutti.
Aldo
71) Alla Democrazia Cristiana (recapitata il 28 aprile 1978)
Lettera al Partito della Democrazia Cristiana
Dopo la mia lettera comparsa in risposta ad alcune ambigue, disorganiche, ma sostanzialmente negative posizioni della D.C. sul mio caso, non è accaduto niente. Non che non ci fosse materia da discutere. Ce n'era tanta. Mancava invece al Partito, al suo segretario, ai suoi esponenti il coraggio civile di aprire un dibattito sul tema proposto che è quello della salvezza della mia vita e delle condizioni per conseguirla in un quadro equilibrato. E' vero: io sono prigioniero e non sono in uno stato d'animo lieto. Ma non ho subito nessuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio stile per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia. Ma sono, si dice, un altro e non merito di essere preso sul serio. Allora ai miei argomenti neppure si risponde. E se io faccio l'onesta domanda che si riunisca la direzione o altro organo costituzionale del partito, perché sono in gioco la vita di un uomo e la sorte della sua famiglia, si continua invece in degradanti conciliaboli, che significano paura del dibattito, paura della verità, paura di firmare col proprio nome una condanna a morte. E devo dire che mi ha profondamente rattristato (non avrei creduto possibile) il fatto che alcuni amici da Mons. Zama, all'avv. Veronese, a G.B. Scaglia ed altri, senza né conoscere, né immaginare la mia sofferenza, non disgiunta da lucidità e libertà di spirito, abbiano dubitato dell'autenticità di quello che andavo sostenendo, come se io scrivessi su dettatura delle Brigate Rosse. Perché questo avallo alla pretesa mia non autenticità? Ma tra le Brigate Rosse e me non c'è la minima comunanza di vedute. E non fa certo identità di vedute la circostanza che io abbia sostenuto sin dall'inizio (e, come ho dimostrato, molti anni fa) che ritenevo accettabile, come avviene in guerra, uno scambio di prigionieri politici. E tanto più quando, non scambiando, taluno resta in grave sofferenza, ma vivo, l'altro viene ucciso. In concreto lo scambio giova (ed è un punto che umilmente mi permetto sottoporre al S. Padre) non solo a chi è dall'altra parte, ma anche a chi rischia l'uccisione, alla parte non combattente, in sostanza all'uomo comune come me. Da che cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina, se, una volta tanto, un innocente sopravvive e, a compenso, altra persona va, invece che in prigione, in esilio? Il discorso è tutto qui. Su questa posizione, che condanna a morte tutti i prigionieri delle Brigate Rosse (ed è prevedibile ce ne siano) è arroccato il Governo, è arroccata caparbiamente la D.C., sono arroccati in generale i partiti con qualche riserva del Partito Socialista, riserva che è augurabile sia chiarita d'urgenza e positivamente, dato che non c'è tempo da perdere. In una situazione di questo genere, i socialisti potrebbero avere una funzione decisiva. Ma quando? Guai, Caro Craxi, se una tua iniziativa fallisse. Vorrei ora tornare un momento indietro con questo ragionamento che fila come filavano i miei ragionamenti di un tempo. Bisogna pur ridire a questi ostinati immobilisti della D.C. che in moltissimi casi scambi sono stati fatti in passato, ovunque, per salvaguardare ostaggi, per salvare vittime innocenti. Ma è tempo di aggiungere che, senza che almeno la D.C. lo ignorasse, anche la libertà (con l'espatrio) in un numero discreto di casi è stata concessa a palestinesi, per parare la grave minaccia di ritorsioni e rappresaglie capaci di arrecare danno rilevante alla comunità. E, si noti, si trattava di minacce serie, temibili, ma non aventi il grado d'immanenza di quelle che oggi ci occupano. Ma allora il principio era stato accettato. La necessità di fare uno strappo alla regola della legalità formale (in cambio c'era l'esilio) era stata riconosciuta. Ci sono testimonianze ineccepibili, che permetterebbero di dire una parola chiarificatrice. E sia ben chiaro che, provvedendo in tal modo, come la necessità comportava, non si intendeva certo mancare di riguardo ai paesi amici interessati, i quali infatti continuarono sempre nei loro amichevoli e fiduciosi rapporti . Tutte queste cose dove e da chi sono state dette in seno alla D.C.? E' nella D.C. dove non si affrontano con coraggio i problemi. E, nel caso che mi riguarda, è la mia condanna a morte, sostanzialmente avvallata dalla D.C., la quale arroccata sui suoi discutibili principi, nulla fa per evitare che un uomo, chiunque egli sia, ma poi un suo esponente di prestigio, un militante fedele, sia condotto a morte. Un uomo che aveva chiuso la sua carriera con la sincera rinuncia a presiedere il governo, ed è stato letteralmente strappato da Zaccagnini (e dai suoi amici tanto abilmente calcolatori) dal suo posto di pura riflessione e di studio, per assumere l'equivoca veste di Presidente del Partito, per il quale non esisteva un adeguato ufficio nel contesto di Piazza del Gesù. Sono più volte che chiedo a Zaccagnini di collocarsi lui idealmente al posto ch'egli mi ha obbligato ad occupare. Ma egli si limita a dare assicurazioni al Presidente del Consiglio che tutto sarà fatto come egli desidera. E che dire dell'On. Piccoli, il quale ha dichiarato, secondo quanto leggo da qualche parte, che se io mi trovassi al suo posto (per così dire libero, comodo, a Piazza ad esempio, del Gesù), direi le cose che egli dice e non quelle che dico stando qui. Se la situazione non fosse (e mi limito nel dire) così difficile, così drammatica quale essa è, vorrei ben vedere che cosa direbbe al mio posto l'On. Piccoli. Per parte sua ho detto e documentato che le cose che dico oggi le ho dette in passato in condizioni del tutto oggettive. E' possibile che non vi sia una riunione statutaria e formale, quale che ne sia l'esito? Possibile che non vi siano dei coraggiosi che la chiedono, come io la chiedo con piena lucidità di mente? Centinaia di parlamentari volevano votare contro il Governo. Ed ora nessuno si pone un problema di coscienza? E ciò con la comoda scusa che io sono un prigioniero. Si deprecano i lager, ma come si tratta, civilmente, un prigioniero, che ha solo un vincolo esterno, ma l'intelletto lucido? Chiedo a Craxi, se questo è giusto. Chiedo al mio partito, ai tanti fedelissimi delle ore liete, se questo è ammissibile. Se altre riunioni formali non le si vuol fare, ebbene io ho il potere di convocare per data conveniente e urgente il Consiglio Nazionale avendo per oggetto il tema circa i modi per rimuovere gli impedimenti del suo Presidente. Così stabilendo, delego a presiederlo l'On. Riccardo Misasi. E' noto che i gravissimi problemi della mia famiglia sono la ragione fondamentale della mia lotta contro la morte. In tanti anni e in tante vicende i desideri sono caduti e lo spirito si è purificato. E, pur con le mie tante colpe, credo di aver vissuto con generosità nascoste e delicate intenzioni. Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell'amore immenso per una famiglia esemplare che io adoro e spero di vigilare dall'alto dei cieli. Proprio ieri ho letto la tenera lettera di amore di mia moglie, dei miei figli, dell'amatissimo nipotino, dell'altro che non vedrò. La pietà di chi mi recava la lettera ha escluso i contorni che dicevano la mia condanna, se non avverrà il miracolo del ritorno della D.C. a se stessa e la sua assunzione di responsabilità. Ma questo bagno di sangue non andrà bene né per Zaccagnini, né per Andreotti, né per la D.C., né per il paese. Ciascuno porterà la sua responsabilità. Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere. Voglio vicino a me coloro che mi hanno amato davvero e continueranno ad amarmi e pregare per me. Se tutto questo è deciso, sia fatta la volontà di Dio. Ma nessun responsabile si nasconda dietro l'adempimento di un presunto dovere. Le cose saranno chiare, saranno chiare presto.
Aldo Moro
72) Alla Democrazia Cristiana [seconda versione] (non recapitata)
Alla Democrazia cristiana [seconda versione]
edizione più stringata e prudente tenuto conto dei palestinesi e dell'iniziativa Craxi. E' in alternativa all'altra, valutare attentamente le circostanze.
Dopo la mia lettera comparsa in risposta ad alcune ambigue, disorganiche, ma sostanzialmente negative posizioni della D.C. sul mio caso, non è accaduto niente. Non che non ci fosse materia da discutere. Ce n'era tanta. Mancava invece al Partito nel suo insieme il coraggio di aprire un dibattito sul tema proposto che è tema della salvezza della mia vita e delle condizioni per conseguirla in un quadro equilibrato. E' vero, io sono prigioniero e non ho l'animo lieto. Ma non ho subito nessuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio stile per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia. Ma sono, si dice, un altro e non merito di essere preso sul serio. Allora ai miei argomenti neppure si risponde. E se io faccio l'onesta domanda che si riunisca la direzione o altro organo costituzionale del partito, perché sono in gioco la vita di un uomo e la sorte della sua famiglia, si continua invece in conciliaboli. Qualcuno sembra dubitare dell'autenticità di quello che vado sostenendo. Come se io scrivessi sotto dettatura delle Brigate Rosse. Ma tra le Brigate Rosse e me non c'è la minima comunanza di vedute. E non fa certo identità di vedute il fatto che io abbia sostenuto sin dall'inizio (e come ho dimostrato, molti anni fa) che ritenevo accettabile, come avviene in guerra, uno scambio di prigionieri politici. E tanto più quando, non scambiando, taluno resta in grave sofferenza, ma vivo, l'altro viene ucciso. In concreto lo scambio giova non solo al detenuto, ma anche a chi rischia l'uccisione, alla parte non combattente. Da che cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina, se una volta tanto un innocente sopravvive e, a compenso, altra persona va, invece che in prigione, in esilio? Il discorso è tutto qui. Su questa posizione, che condanna a morte i prigionieri delle Brigate Rosse (e potrebbero esservene) - è arroccato il Governo, è arroccata caparbiamente la D.C., sono arroccati in generale i partiti con qualche rilevante riserva del Partito Socialista che non è lecito lasciar cadere. Vorrei ora tornare un momento indietro con questo ragionamento che fila come filavano i miei ragionamenti di un tempo. Bisogna pur ridire a questi ostinati immobilisti della D.C. che in moltissimi casi scambi sono stati fatti in passato, dovunque, per salvaguardare ostaggi e salvare vittime innocenti. Ma è tempo di aggiungere che anche in Italia la libertà è stata concessa con procedure appropriate a Palestinesi, per parare gravi minacce di rappresaglia capaci di rilevanti danni alla comunità. E si noti si trattava di minacce serie e temibili, ma non aventi sempre il grado d'immanenza di quelle che oggi ci occupano. Ma allora il principio era stato accettato. Vi sono testimoni ineccepibili ai quali far riferimento. E sia ben chiaro che, provvedendo come la necessità comportava, non si intendeva certo mancare di riguardo a paesi profondamente amici, i quali infatti continuarono sempre nei loro amichevoli e fiduciosi rapporti. Questi rilievi in quali dibattiti sono stati fatti e, dico, con particolare riguardo alla D.C., chiamata ad affrontare con coraggio i problemi? E nel caso che ci riguarda è la mia condanna a morte che sarebbe sostanzialmente avvallata dalla D.C., la quale, arroccata su discutibili principi, nulla fin qui fa, per evitare che un uomo, chiunque egli sia, ma poi un suo esponente di prestigio, un militante fedele sia condotto a morte. Un uomo che aveva chiuso la sua carriera con la serena rinuncia a presiedere il Governo ed è stato letteralmente strappato da Zaccagnini dal suo posto di pura riflessione e di studio, per assumere l'equivoca veste di Presidente del partito. Sono più volte che chiedo a Zaccagnini di collocarsi lui idealmente al posto che egli mi ha obbligato a occupare. Ma egli sembra piuttosto intento a rassicurare il Presidente del Consiglio che sarà fatto come egli desidera. Possibile che non vi sia una riunione statutaria e formale? Centinaia di parlamentari minacciavano tempo fa di votare contro il governo. Più modestamente non si pone ora per taluno un problema di coscienza? Ma come si tratta civilmente in Italia un prigioniero che ha un vincolo esterno, ma l'intelletto lucido? Lo chiedo a Craxi. Lo chiedo al mio partito, ai tanti amici fedeli delle ore liete. Se altro non si ritiene di fare, ricordo che io potrei convocare il Consiglio Nazionale sul tema del mio impedimento e del modo di rimuoverlo. Il Capo dello Stato ha il modo di far funzionare tutti gli organi previsti dalla Costituzione. Se poi nulla di costruttivo avverrà, sarò costretto ad affermare la responsabilità della D.C. ufficiale e di quanti non si fossero da essa tempestivamente dissociati, è noto poi che i gravissimi problemi della mia famiglia sono la ragione fondamentale della mia lotta contro la morte.
73) Alla Democrazia Cristiana [terza versione] (non recapitata)
Lettera al partito.
Dopo la mia lettera comparsa in risposta ad alcune ambigue, disorganiche, ma sostanzialmente negative posizioni della DC sul mio caso, non è accaduto niente. Non che non ci fosse materia da discutere. Ce n'era tanta. Mancava invece al Partito, al suo segretario, ai suoi esponenti il coraggio civile di aprire un dibattito sul tema proposto, che è quello della salvezza della mia vita e delle condizioni per conseguirla in un quadro equilibrato. E' vero: io sono prigioniero e non sono in uno stato d'animo lieto. Ma non ho subito nessuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio stile per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia. Ma sono, si dice, matto e non merito di essere preso sul serio. Allora ai miei argomenti neppure si risponde. E se io faccio l'onesta domanda che si riunisca la direzione o altro organo costituzionale del partito, perché sono in gioco la vita di un uomo e la sorte della sua famiglia, si continua invece in degradanti conciliaboli, che significano paura del dibattito, paura della verità, paura di firmare col proprio nome una condanna a morte. E devo dire che mi ha profondamente rattristato (non avrei creduto possibile) il fatto che alcuni amici, da Mons. Zama, all'avv. Veronese, a GB Scaglia ed altri, senza né conoscere né immaginare la mia sofferenza, non disgiunta da lucidità e libertà di spirito, abbiano dubitato dell'autenticità di quello che andavo sostenendo, come se io scrivessi su dettatura delle Brigate Rosse. Perché questo avvallo alla pretesa mia non autenticità? Ma tra le Brigate Rosse e me non c'è la minima comunanza di vedute. E non fa certo identità di vedute la circostanza che io abbia sostenuto sin dall'inizio (e come ho dimostrato molti anni fa) che ritenevo accettabile, come avviene in guerra, uno scambio di prigionieri politici. E tanto più quando, non scambiando, taluno resta in grave sofferenza, ma vivo, l'altro viene ucciso. In concreto lo scambio giova (ed è un punto che umilmente mi permetto sottoporre al S. Padre) non solo a chi è dall'altra parte, ma anche a chi rischia l'uccisione, alla parte non combattente, in sostanza all'uomo comune come me. Da che cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina, se, una volta tanto, un innocente sopravvive e, a compenso, altra persona va, invece che in prigione, in esilio? Il discorso è tutto qui. Su questa posizione, che condanna a morte tutti i prigionieri delle B.R. (ed è prevedibile ce ne siano) è arroccato il Governo, è arroccata caparbiamente la DC, sono arroccati in generale i partiti con qualche riserva del PSI, riserva che è augurabile sia chiarita d'urgenza e positivamente, dato che non c'è tempo da perdere. In una situazione di questo genere, i socialisti potrebbero avere funzione decisiva. Ma quando? Guai, Caro Craxi, se una tua iniziativa fallisse. Vorrei ora tornare un momento indietro con questo ragionamento che fila come filavano i miei ragionamenti di un tempo. Bisogna pur ridire a questi ostinati immobilisti della DC che in moltissimi casi scambi sono stati fatti in passato, ovunque, per salvaguardare ostaggi, per salvare vittime innocenti. Ma è tempo di aggiungere che, senza che almeno la DC lo ignorasse, anche la libertà (con l'espatrio) in un numero discreto di casi è stata concessa a Palestinesi, per parare la grave minaccia di ritorsioni e rappresaglie capaci di arrecare danno rilevante alla comunità. E, si noti, si trattava di minacce serie, temibili, ma non aventi il grado di immanenza di quelle che oggi ci occupano. Ma allora il principio era stato accettato. La necessità di fare uno strappo alla regola della legalità formale (in cambio c'era l'esilio) era stata riconosciuta. Ci sono testimoni ineccepibili: i quali potrebbero avvertire il dovere di dire una parola chiarificatrice. E sia ben chiaro che, provvedendo in tal modo, come la necessità comportava, non si intendeva certo mancare di riguardo ai paesi amici interessati, i quali infatti continuarono sempre nei loro amichevoli e fiduciosi rapporti. Tutte queste cose dove e da chi sono state dette in seno alla DC? E nello stesso Parlamento in un dibattito approfondito? Io ho scritto ai presidenti delle assemblee, ma non ho rilevato, forse per la mia condizione, alcuna risposta. A me però interessa la DC dove non si affrontano con coraggio i Problemi. E, sul caso che mi riguarda, è la mia condanna a morte, sostanzialmente avvallata dalla DC, la quale arroccata sui suoi discutibili principi, nulla fa per evitare che un uomo, chiunque egli sia, ma poi un suo esponente di prestigio, un militante fedele sia condotto a morte. Un uomo che aveva chiuso la sua carriera con la sincera rinuncia a presiedere il governo, ed è stato letteralmente strappato da Zaccagnini (e dai suoi amici tanto abilmente calcolatori) dal suo posto di pura riflessione e di studio, per assumere l'equivoca veste di presidente del partito per il quale non esisteva un adeguato ufficio nel contesto di Piazza del Gesù. Son più volte che chiedo a Zaccagnini di collocarsi lui idealmente al posto che egli mi ha obbligato ad occupare. Ma egli si limita a dare assicurazioni al presidente del consiglio che tutto sarà fatto come egli desidera. Possibile che non vi sia una riunione statutaria e formale, quale che ne sia l'esito? Possibile che non vi siano dei coraggiosi che la chiedono, come io la chiedo in piena lucidità di mente? Centinaia di parlamentari volevano votare contro il governo. Ed ora nessuno si pone il problema di coscienza? E ciò con la comoda scusa che io sono un prigioniero. Si deprecano i lager, ma come si tratta, civilmente, in Italia un prigioniero, che ha solo un vincolo esterno, ma l'intelletto lucido? Chiedo a Craxi, se questo è giusto. Chiedo al mio partito, ai tanti fedelissimi delle ore liete, se questo è ammissibile. Le altre riunioni formali non le si vuol fare. E io ho il potere di convocare per data conveniente e urgente il consiglio nazionale avendo per oggetto il tema circa i modi per rimuovere gli impedimenti del suo presidente. Dovrebbe presiederlo per mia delega l'On. Riccardo Misasi. Chiedo al capo dello Stato che tali organi, previsti dalla costituzione, siano fatti funzionare. Non può esservi arbitrio in queste cose. Sono attento a sentire i nomi e ad accogliere gli atteggiamenti. Se poi nulla avverrà, dovrò affermare in pieno la responsabilità della DC ufficiale e di quanti non si fossero da essa tempestivamente dissociati. E' noto che i gravissimi problemi della mia famiglia sono la ragione fondamentale della mia lotta contro la morte. (Le righe che seguono sono da rivedere a secondo dell'utilità che possono avere per sua espressa opinione). E notò... k... contro la morte. In tanti anni e in tante vicende i desideri sono caduti e lo spirito si è purificati. E, pur vero con le mie tante colpe, credo di aver vissuto con generosità nascoste e delicate intenzioni. Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell'amore immenso per una famiglia esemplare che io adoro e spero di vigilare dall'alto dei cieli. Proprio ieri ho letto la tenera lettera di amore di mia moglie, dei miei figli, dell'amatissimo nipotino, dell'altro che non vedrò. La pietà di chi mi recava la lettera ha escluso i contorni che dicevano la mia condanna, se non avverrà il miracolo del ritorno della DC a se stessa e la sua assunzione di responsabilità. Ma questo bagno di sangue non andrà bene né per Zaccagnini, né per Andreotti, né per la DC, né per il paese. Ciascuno porterà la sua responsabilità. Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere. Voglio vicino a me coloro che mi hanno amato davvero e continueranno ad amarmi e pregare per me. Se tutto questo è deciso, sia fatta la volontà di Dio. Ma nessun responsabile si nasconda dietro l'adempimento di un presunto dovere. Le cose saranno chiare, saranno chiare presto. Segue firma...
74) A Riccardo Misasi (non recapitata)
Caro Riccardo,
avendoti prescelto, solo per l'antica amicizia e stima quale mio portavoce, si tratti poi del Consiglio nazionale, o della Direzione del Partito, invio a te alcune considerazioni utili per il dibattito, le quali però, a differenza delle altre, hanno carattere confidenziale e non sono destinate alla pubblicazione. Ciò vuol dire che tu richiamerai discretamente su di esse, a mio nome, l'attenzione degli ascoltatori, ovviamente insieme alle altre argomentazioni sulle quali, per essere state esse già pubblicate si potrà essere più netti e chiari. Mi pare però ci sia qualche cosa che, nel foro interno, non è possibile ignorare. Oltre ad essere parte in causa, quale Presidente pro-tempore del Consiglio Nazionale, adempio con questi miei scritti la mia funzione di stimolo alla riflessione non senza rilevare con disappunto che del mio primo scritto si è profilata una specie di blocco o censura, che reputo inammissibili. Scorrendo rapidamente qualche giornale in questi giorni, fra alcune cose false, assurde e francamente ignobili, ho rilevato che andava riaffiorando la tesi (la più comoda) della mia non autenticità e non credibilità. Moro insomma non è Moro, tesi nella quale si sono lasciati irretire, come ho documentato, amici carissimi, ignari di prestarsi ad una vera speculazione. Per qualcuno la ragione di dubbio è nella calligrafia, incerta, tremolante, con un'oscillante tenuta delle righe. Il rilievo è ridicolo, se non provocatorio. Pensa qualcuno che io mi trovi in un comodo e attrezzato ufficio ministeriale o di partito? Io sono, sia ben chiaro un prigioniero politico ed accetto senza la minima riserva, senza né pensiero, né un gesto di impazienza la mia condizione. Pretendere però in queste circostanze grafie cristalline e ordinate e magari lo sforzo di una copiatura, significa essere fuori della realtà delle cose. Quello che io chiedo al partito è uno sforzo di riflessione in spirito di verità. Perché la verità, cari amici, è più grande di qualsiasi tornaconto. Datemi da una parte milioni di voti e toglietemi dall'altra parte un atomo di verità, ed io sarò comunque perdente. Lo so che le elezioni pesano in relazione alla limpidità ed obiettività dei giudizi che il politico è chiamato a formulare. Ma la verità è la verità. E' per questo che ho ascoltato (dirò poco) con sommo rammarico la reazione dell'On. Zucconi alla nota proposta dell'On. Craxi. Si tratterebbe, cito a memoria, di una vana caccia di voti delle sinistre democristiane. Del resto il dialogo di altri esponenti politici con l'On. Craxi non è di maggior delicatezza. Ecco cosa resta, in Parlamento, di un'iniziativa e politica insieme: la raccolta di qualche centinaia di voti. Vogliamo, colleghi democristiani, alzarci un po' al di sopra di queste cose? Vogliamo occuparci un po' meno di voti e più di umanità e di politica? In un tema come questo gli argomenti sono quelli che sono, non si possono moltiplicare. Ma quel che importa è che su di essi cada una seria riflessione. C'è un punto di partenza politico, sul quale mi soffermerò un momento con delicatezza. Perché non mi interessano le persone, ma la concatenazione degli avvenimenti. Io non so che cosa sia avvenuto, come non so tante altre cose, nei minuti tra il mio rapimento e la presentazione del Governo alle Camere con l'enunciazione della c.d. linea rigida di difesa della Costituzione (ma in che senso, poi?). Vi fu un fatto di rilevante gravità. La circostanza che il Governo fosse appena formato, non senza qualche riserva, autorizza a passare sopra al discorso dei fatti accaduti e delle conseguenti responsabilità? Il servizio di scorta era di gran lunga al di sotto delle sue esigenze operative. Il rapito, del resto trattato con rispetto, si trovava ad essere il Presidente del Consiglio Naz. del Partito, carica, a mio avviso, onorifica e ambigua, ma che, come i fatti dimostrano, aveva ingenerato in altri l'impressione che si trattasse del personaggio chiave della politica italiana e, per giunta, presunto candidato alla Presidenza della Repubblica (candidatura mai accettata). Possibile che per questo personaggio il metodo tradizionale di scorta palesemente insufficiente, non sia stato almeno ritoccato data la particolarità delle circostanze? Possibile che questa strategia dipendesse da un modesto funzionario? Possibile che tutti i personaggi che si consultarono sul fatto del giorno, non abbiano almeno tenuto conto del fatto che la persona sequestrata fosse persona di un certo rilievo nella vita del Partito e dello Stato? In proposito vi fu, nel mio primo messaggio, qualche cauto accenno, il quale per altro non fu né valutato né raccolto dai saggi che si avvicendarono ad esprimere il loro consenso alla tesi intransigente. Insomma: poco fu fatto prima, nulla fu fatto dopo. E questa è la base, francamente incredibile, del rigore manifestatosi successivamente. Leggevo ieri una cosa ben chiara e netta dell'on. Riccardo Lombardi. In sostanza così all'incirca ragiona l'anziano e saggio parlamentare socialista, se i prigionieri in questa vicenda fossero numerosi, e si ponesse per essi un problema di scambio, non v'è dubbio che lo Stato tutelerebbe meglio i propri interessi (a parte i problemi umanitari) accedendo allo scambio e non li tutelerebbe negandolo. Che cosa cambia in linea di principio se il prigioniero è uno? Il che vuol dire che la persecuzione ad ogni costo, in quella forma, dell'atto illecito, non risponderebbe ad una ragione sostanziale. Nella sostanza, nel merito delle cose cioè sono le circostanze che debbono indurre a valutare che cosa sia conveniente fare nel rispetto della vita, nel rapporto tra detenzione ed uccisione, nella tutela dei giusti interessi dello Stato, nel riconoscimento delle ragioni umanitarie. Ecco perché queste cose sono e non possono essere disciplinate nel segno dello Stato di necessità, salvo le ipotesi più semplici alle quali fa riferimento saggiamente l'On. Craxi. La casistica, sulla quale più volte mi sono soffermato è al riguardo altamente indicativa, dagli innumerevoli casi di salvezza di ostaggi fino ai casi dei palestinesi di cui si è parlato. Del resto, senza soffermarsi troppo su casi assai delicati e bisognosi di approfondimento, non si può negare che taluni fenomeni, a differenza di altri, hanno carattere di guerriglia con una propria fisionomia politica e giuridica, ponendo problemi che proprio le attuali circostanze mettono in evidenza ed alla cui soluzione (e ci si muove in questa direzione) non può essere estraneo il Comitato per la Croce Rossa internazionale ed il cosiddetto diritto umanitario che è in elaborazione. E quanto alla natura dei fatti basterà ricordare le vicende dell'Alto Adige. E nella casistica cui accennavo si aggiunga il caso Lorenz nella stessa Germania. I fatti sono dunque tanto chiari che il categorico rifiuto di prenderli in considerazione in questo momento non può apparire che un partito preso, un allineamento su posizioni esterne, una deformazione del volto umano dell'Italia. Questa rigidezza non corrisponde alla linea politica della D.C., giunta all'assurdo rifiuto della proposta Craxi. A questa deformazione la direzione D.C. deve dire basta prima che il danno diventi ancor più grave e irreparabile (la lettera si interrompe così)
75) Frammento (fogli non recapitati, non rinvenuti tra quelli della lettera a Misasi. Probabilmente si tratta di un frammento di lettera)
(...) comprensibile ragione, con le cose serie. Quello che io chiedo al Partito è uno sforzo serio di riflessione, in spirito di verità. Perché la verità, cari amici, è più grande di qualsiasi tornaconto elettorale. Datemi da una parte milioni di voti e toglietemi dall'altra parte un atomo di verità ed io sarò comunque perdente. Lo so che le elezioni ci sono purtroppo, e pesano (dico, per questo, purtroppo) in relazione alla limpidità ed obiettività dei giudizi che il politico, in circostanze come queste, è chiamato a formulare. E’ per questo che ho ascoltato (mi dispiace di non avere altra parola da usare) con disgusto la reazione dell'On. Zucconi alla nota proposta dell'On. Craxi. Si tratta, cito, a memoria, di una vana caccia di voti della sinistra democristiana. Ecco, dunque, che cosa resta nel Parlamento italiano di un'iniziativa umanitaria e politica insieme: la caccia a qualche decina o centinaia di voti. Del resto il dialogo tra l'On. Craxi e altri esponenti politici è ugualmente delicato. Vogliamo colleghi democristiani, alzarci un po' al di sopra di queste cose? Vogliamo occuparci un po' meno di voti e più invece di umanità e di politica? Se il Consiglio non sapesse farlo, esso sarebbe fallito. Che miserabile immagine di una nuova D.C. (di cui è alfiere Zucconi) ne verrebbe fuori! In un tema come questo non è che gli argomenti possano essere moltiplicati a dismisura. Essi ci sono, sono stati enunciati, possono essere sviluppati ed integrati, ma quel che è essenziale è che su essi cada la più seria riflessione, senza affidarsi al caso. Ed il discorso deve cominciare in sede politica, benché la cosa sia spiacevole, dalla responsabilità per quel che è avvenuto, non dal da farsi (più o meno bene) visto che talune cose gravi e preoccupanti sono avvenute. Sia ben chiaro che io non intendo infierire contro la persona…
76) Ad Elio Rosati (non recapitata)
Mio carissimo Elio,
non solo per l'antica e cara amicizia che ti porto, ma per istintiva intuizione ho pensato a te, mano a mano che andavo considerando, giorno per giorno, la situazione ed, in essa, da un lato la mia, dall'altro quella della D.C.. Del poco che so, so almeno questo, che fedele al tuo costume, non hai avuto incertezze e paure hai rifiutato il conformismo ed il quieto vivere, ti sei impegnato con una posizione autonoma, quando altri si andavano imbrancando acriticamente sotto il pretesto dell'interesse di partito e di una unità malintesa, della D.C. Oggi quello che si nota è la mancanza di coraggio e questo fa sì che il nostro appaia un partito acritico, tutto arroccato su una medesima posizione. E tu sai che questo non è invece mai avvenuto e che la dialettica è stata aperta tra noi. Ebbene, oggi tu rimani pressoché solo ad adempiere questo compito essenziale, tu rimani solo a rompere il ghiaccio. Ma sai pure, che sotto la scorza dell'indifferenza e del conformismo, una parte notevole della base democristiana ripugna profondamente alla mia attuale condizione ed al grosso rischio che essa comporta. Nessuno parla, ma molti temono. Ed io credo che se uno alzasse la sua voce, una voce limpida, come la tua, proprio in questi giorni che coincidono con una grossa riunione della Direzione DC, le voci di consenso, sensibili, anche se forse non maggioritarie, non mancherebbero. Io non vedo altri che te che possa dire questa parola e guidare, al massimo possibile insieme con Misasi, un movimento di opinione pubblica che bilanci le ferree esigenze di regime che si esprimono sulla stampa. Bisogna parlare subito, alto, forte, con chiarezza, utilizzando la stampa anche settimanale e, ovviamente, tenendo d'occhio l'andamento della Direzione sulla quale non mi faccio però soverchie illusioni. Poiché si tratta di problemi di coscienza (e nessuna è più limpida della tua), desidero dirti, per così dire, solennemente che la proposta di scambio od altra simile, specie se attuata immediatamente, sarebbe stata la meno onerosa per la D.C. Aggiungo che tutte le altre saranno forzatamente più onerose e sarebbero perciò da evitare, se prevalesse, come dovrebbe prevalere, il buon senso. Tutto quello che farai nei prossimi giorni, con la forza della disperazione, (e cerca di farlo capire agli altri) è il meglio per la D.C., è un salto di salvezza su di un abisso. Non ti dico altro, perché so che tu capisci per immediata intuizione. Mi auguro tanto che tu riesca, associando tutte le altre forze disponibili. Perché tanti amici sono diventati così timidi: se fossero insieme quelli sui quali abbiamo sempre contato, la partita sarebbe vinta. Il silenzio è un delitto. Che c'è di male chiedere la salvezza di un amico quando, oltretutto, altrimenti, si corre un rischio mortale? Datti da fare dunque come avrai già fatto. Non si parli di elezioni. Nelle condizioni presenti, pagheremmo un prezzo estremamente alto. Grazie per quanto farai, parlando in giro e nei corridoi delle camere, raccogliendo firme, rilasciando interviste. Ricordami ai tuoi ed abbiti il più cordiale abbraccio
Tuo
Aldo
P.S. Anche gli amici di Bari hanno attenuato la loro voce per presunte ragioni elettorali. Dì loro che rischiano di essere puniti ben più gravemente, che se avessero detto che intendevano salvare un vecchio amico per ragioni umanitarie.
On. Elio Rosati
77) A Corrado Guerzoni (non recapitata)
Guerzoni,
Telefonare a Bottai, per chiedere se Cottafavi ha notizie dell'esito del mio appello a Waldheim e che cosa conta di fare.
Dell'esito della telefonata Lei si tenga informato, in modo che, a momento opportuno, si possa sapere qualche cosa.
M.
78) A Giuseppe Saragat (non recapitata)
Caro Saragat,
desidero ringraziarti nel modo più vivo per le alte e nobili parole con le quali hai voluto esprimermi la tua comprensione e solidarietà. Questo tuo atteggiamento è in linea con l'ispirazione umanitaria che ha qualificato e qualifica la tua figura nella politica italiana. Tutto ciò mi conforta e mi incoraggia molto nella difficilissima prova.
Grazie ancora e cordialissimi saluti ed auguri
Tuo
Aldo Moro
Sen. Giuseppe Saragat
Palazzo Madama
79) A Corrado Guerzoni (non recapitata)
collegarsi sempre con casa
Indicazioni per Guerzoni con infiniti ringraziamenti
distribuire, senza fretta, le mie lettere a mia moglie e Sen. Saragat.
ricercare con urgenza l'on. Riccardo Misasi che dovrebbe essere alla Commissione Giustizia della Camera o Piazza del Gesù o Gruppo Parlamentare. La prima è la più probabile. Sappia che egli è il mio portavoce e deve mettere in moto la Direzione. Dargli copia dei miei tre scritti, l'ultimo, come si legge, dovrebbe essere destinato a riferimento orale senza pubblicazione. Se però l'andamento della Direzione, Dio non voglia, fosse davvero deludente e preclusivo di positivi sviluppi, Lei potrà allora diramare alla stampa il testo dopo averne lealmente informato Misasi. Il punto delicato, come si intende, è il comportamento del Ministro, di cui non vorrei forzare le dimissioni, poiché preferisco soluzioni costruttive. Ma se l'atteggiamento altrui mi obbliga non ho scelta. Grazie tante ed i più affettuosi saluti
Aldo Moro
Gira ./.
Aggiungo una lettera appello per Elio Rosati, che è la persona che più amo e stimo. Anch'essa è urgente anzi urgentissima per una mobilitazione dell'opinione pubblica che finora è mancata. Dispiace molto questo scarso rispetto della verità e, poi, dell'utilità del Partito. A parte i membri del Governo, la cui posizione è particolare (ma che potrebbero ispirare altri), ce n'è altri da recuperare. Freato ci riesce almeno un po'? E' possibile far capire che quello che si propone ed ora si respinge è il meglio per la D.C. e sarà rimpianto tra pochissimi giorni? Che pensa dell'iniziativa di Craxi? Ha uno spessore? Freato riesce a pilotare Signorile? Affettuosamente
Aldo Moro
Non so l'indirizzo di Rosati. O è alla Camera o in casa non lontano dalla mia. Forse Freato lo conosce o può conoscere.
80) Ad Eleonora Moro (non recapitata)
Mia carissima Noretta,
vi sono molto vicino e gratissimo agli amici che, come vedo, vi confortano vi aiutano. Io discretamente. Mi spiace vedere la tua foto sulla stampa con atteggiamento così provato. Che Iddio ci aiuti.
Mi pare che le parole rivolte al Partito siano riuscite vere ed efficaci. Speriamo che portino un salutare ripensamento ed una giusta discussione sulla quale si sia, com’è naturale, più sereni.
Vi abbraccio tutti dal profondo del cuore.
Aldo Moro
PS: Fai, ti prego, al più alto livello un ultimo sforzo con il Papa per una soluzione mediatrice. Non puoi immaginare quanto sia più costruttiva. Prego la Provvidenza di ispirarlo e di spiegargli con umiltà profondissima di non respingere questa mia. Il danno sarà grandissimo. E’ un dovere di coscienza. Pignedoli? Poletti?
81) A Benigno Zaccagnini (non recapitata)
Zaccagnini,
ti scongiuro. Fermati, in nome di Dio. Fin qui mi hai sempre ascoltato. Perché ora vuoi fare di tua testa. Non sai. Non ti rendi conto di quale grande male tu stia preparando al Partito.
Finché sei ancora in tempo, poche ore, fermati e prendi la strada onesta di una trattativa ragionevole.
Che Dio ti assista.
Aldo Moro
82) A Benigno Zaccagnini (non recapitata)
Caro Zaccagnini,
ecco, sono qui per comunicarti la decisione cui sono pervenuto nel corso di questa lunga e drammatica esperienza ed è di lasciare in modo irrevocabile la Democrazia Cristiana. Sono conseguentemente dimissionario dalle cariche di membro e presidente del Consiglio Nazionale e di componente la Direzione Centrale del Partito.
Escludo ovviamente candidature di qualsiasi genere nel futuro. Sono deciso a chiedere al Presidente della Camera, appena potrò, di trasferirmi dal Gruppo Parlamentare della D.C. al Gruppo Misto. E' naturale che aggiunga qualche parola di spiegazione. Anzi le parole dovrebbero essere molte, data la complessità della materia, ma io mi sforzerò di ridurle al minimo, cominciando, com'è ovvio, dalle più semplici. Non avendo mai pensato, anche per la feroce avversione di tutti i miei familiari, alla Presidenza della Repubblica, avevo immaginato all'inizio di legislatura di completare quella in corso come un vecchio al quale qualche volta si chiedono dei consigli e con il quale si ama fare un commento sulle cose, che l'età ed il personale disinteresse rendono, forse, obiettivo. Come più volte ti ho detto, fosti tu a deviare questo corso delle cose, mentre furono ancora tuoi amici che fecero riserve, sempre nell'illusione che io dovessi dare ancora qualche cosa al Partito, non appena si accennò ad una presidenza di Assemblea, per concludere in tal modo la mia attività politica. Così mi sono trovato in un posto difficile e ambiguo, che dava all'esterno la sensazione di un predominio (inesistente) della D.C. ed all'interno creava imbarazzi, gelosie, equivoci, timori. Essendoci lasciati in ottima intesa la sera del martedì, già pochi giorni dopo, qui dove sono, avevo la sensazione di avervi in qualche modo liberato e che io costituissi un peso per voi non per il fatto di non esserci, ma piuttosto per il fatto di esserci. E questo per ragioni obiettive, perché non c'è posto, accanto al Segretario Politico eletto dal Congresso, per un Presidente del Partito che abbia rispetto di sé e delle cose. E se il vostro profondo pensiero coincideva con quello che io avevo fatto valere, perché non accontentarci tutti in una volta? Aggiungerò poi (e questo va al di là della Presidenza del Consiglio Nazionale di cui abbiamo parlato sin qui) che io non ho compreso e non ho approvato la vostra dura decisione, di non dar luogo a nessuna trattativa umanitaria, anche limitata, nella situazione che si era venuta a creare. L'ho detto cento volte e lo dirò ancora, perché non scrivo sotto dettatura delle Brigate Rosse, che, anche se la lotta è estremamente dura, non vengono meno mai, specie per un cristiano, quelle ragioni di rispetto delle vittime innocenti ed anche, in alcuni casi, di antiche sofferenze, le quali, opportunamente bilanciate e con il presidio di garanzie appropriate, possono condurre appunto a soluzioni umane. Voi invece siete stati non umani, ma ferrei, non attenti e prudenti, ma ciechi. Con l'idea di far valere una durissima legge, dalla quale vi illudete di ottenere il miracoloso riassetto del Paese, ne avete decisa fulmineamente l'applicazione, non ne avete pesato i pro e i contro, l'avete tenuta ferma contro ogni ragionevole obiezione, vi siete differenziati, voi cristiani, dalla maggior parte dei paesi del mondo, vi siete probabilmente illusi che l'impresa sia più facile, meno politica, di quanto voi immaginate, con il vostro irridente silenzio avete offeso la mia persona, e la mia famiglia, con l'assoluta mancanza di decisioni legali degli organi di Partito avete menomato la democrazia che è la nostra legge, irreggimentando in modo osceno la D.C., per farla incapace di dissenso, avete rotto con la tradizione più alta della quale potessimo andar fieri. In una parola, l'ordine brutale partito chissà da chi, ma eseguito con stupefacente uniformità dai Gruppi della D.C., ha rotto la solidarietà tra noi. In questa (cosa grossa, ricca di implicazioni) io non posso assolutamente riconoscermi, rifiuto questo costume, questa disciplina, ne pavento le conseguenze e concludo, semplicemente, che non sono più democratico cristiano. Essendo scontata in ogni caso dal momento del mio rapimento (e della vostra mistica inerzia) il mio abbandono della Direzione e del Consiglio Nazionale, restava, se il vostro comportamento fosse stato diverso e più costruttivo, la possibilità della mia permanenza senza alcun incarico nella famiglia democratica cristiana e che è stata mia per trentatré anni. Oggi questo è impossibile, perché mi avete messo in una condizione impossibile. E perciò il mio ritiro da semplice socio della D.C. è altrettanto serio, rigido ed irrevocabile quanto lo è il mio abbandono dalle cariche nelle quali avevamo creduto di poter lavorare insieme. Tutto questo è finito, è assolutamente finito. Ed ora che posso parlare, senza che nessuno pensi ad una pretesa di successione, a parte il mio durissimo giudizio sul Presidente del Consiglio e su tutti coloro che hanno gestito in modo assolutamente irresponsabile questa crisi, c'è, per dovere di sincerità ed antica appannata amicizia, la valutazione su di te, come, per così dire, il più fragile Segretario che abbia avuto la D.C., incapace di guidare con senso di responsabilità il partito e di farsi indietro quando si diventa consapevoli, al di là della propaganda, di questa incapacità. Guidare e non essere guidato è il compito del Segretario del più grande partito italiano. Giunti a questo punto, i motivi di dissenso, che non ci faranno incontrare più, sono evidentemente molti. Tu non penserai che possa trattarsi solo del modo chiuso e retrivo che ha caratterizzato il vostro comportamento in questa vicenda, nella quale vi sembrerà di avere conseguito chissà quale straordinario successo. Questa è una spia, la punta dell'iceberg, ma il resto è sotto. Ho riflettuto molto in queste settimane. Si riflette guardando forme nuove. La verità è che parliamo di rinnovamento e non rinnoviamo niente. La verità è che ci illudiamo di essere originali e creativi e non lo siamo. La verità è che pensiamo di fare evolvere la situazione con nuove alleanze, ma siamo sempre là con il nostro vecchio modo di essere e di fare, nell'illusione che, cambiati gli altri, l'insieme cambi e cambi anche il Paese, come esso certamente chiede di cambiare. Ebbene, caro Segretario, non è così. Perché qualche cosa cambi, dobbiamo cambiare anche noi. E, a parte il fatto che davvero altri (socialisti ieri, comunisti oggi) siano in grado di realizzare una svolta in accordo con noi - il che possiamo augurarci e sperare - la D.C. è ancora una così gran parte del Paese, che nulla può cambiare, se anch'essa non cambia. E per cambiare non intendo la moralizzazione, l'apertura del Partito, nuovi e più aperti indirizzi politici. Si tratta di capire ciò che agita nel profondo la nostra società, la rende inquieta, indocile, irrazionale, apparentemente indominabile. Una società che non accetti di adattarsi a strategie altrui, ma ne voglia una propria in un limpido disegno di giustizia, di eguaglianza, di indipendenza, di autentico servizio dell'uomo. Ecco tutto. Benché sia pessimista, io mi auguro che facciate più di quanto osi sperare. Non era questa la conclusione cui avevo pensato né l'addio immaginato per te ed i colleghi. Ma le cose sono così poco nelle nostre mani, specie se esse sono troppo deboli o troppo forti. Che Iddio ti aiuti ed aiuti il Paese. Cordialmente.
Aldo Moro
83) A Benigno Zaccagnini (non recapitata)
Caro Zaccagnini,
la lunga e tormentata vicenda della mia prigionia presso le Brigate Rosse pone dei problemi ai quali è doveroso e sempre più urgente rispondere. Mi riferisco all'atteggiamento di totale indifferenza assunto dal Partito nei confronti della mia persona e della mia famiglia, la quale paga un prezzo altissimo per un modo di fare che non ha assolutamente precedenti nella D.C.. Quest'ultima è venuta incontro, più o meno, alle necessità che premevano sui suoi associati, ma mai, come in questo caso, è restata del tutto fuori da una vicenda gravissima, delicatissima e per la quale non era certo priva di mezzi d'intervento. Si poteva fare, solo che si fosse voluto rimuovere una inconsistente pregiudiziale, ed invece non si è fatto. Il culto esasperato del rispetto della legalità formale ha reso rigidi e insensibili, ha ridotto ad essere soffocante, come mai era stata, la disciplina di partito, ha tolto ogni libertà di ragionevole movimento, ed ha sacrificato, con me e con la mia famiglia, quelle ragioni umanitarie che militano a favore, oltre che di vittime innocenti, ma anche di persone condannate le cui condizioni di salute e di vita abbisognano di particolare cura e per le quali si offre l'ospitalità, caritatevole o amichevole, di un paese straniero. Questi sono i principi sanciti nella nostra coscienza civile, e nei paesi più evoluti non manca mai una giusta considerazione di ragioni umanitarie, siano esse prevalenti, di volta in volta, per le vittime innocenti o per persone ormai condannate. Io pensavo che, al di là della mia persona sofferente ed in pericolo, in un partito d'ispirazione cristiana a queste cose non si potesse guardare con indifferenza. E proprio mentre i socialisti, sia pure in modo incompiuto, si fanno carico di cose delle quali ben prima proprio i cristiani dovevano avere la maggiore sensibilità. Da qui un profondo stupore ed un profondo disagio. Certo l'impresa portata a termine dalle Brigate Rosse è di notevole rilievo politico: ma è pur vero che essa pone in luce quei problemi umanitari dei quali parlavo innanzi e dei quali né il partito, né tu potete assolutamente disinteressarvi. Ed invece ve ne disinteressate con sfacciato cinismo, essendo del resto in buona compagnia. Mi stupisco del fatto che così si manifesti la tua sensibilità umana e cristiana. Questo, a prescindere da tante altre cose, per gli aspetti personali e per quelli obiettivi, è un capitolo importante, ed altamente deludente, dei miei rapporti con la D.C. Questo disagio di fondo l'ho capito ogni giorno di più, questa incomprensione, questa diversità tra noi diventano ogni giorno più vistose, rendendomi impossibile di ritrovarmi con gli antichi amici con la scioltezza e la naturalezza di sempre. Questa irremovibile intolleranza, che nasce, sia ben chiaro, da un fatto morale più che politico mi induce a questo punto a rendere formali le mie dimissioni dal Partito, intendo non solo dalle cariche, comprese quelle ipotetiche e future, ma proprio dal corpo, dalla famiglia della D.C. Passerò perciò, per la durata della legislatura al Gruppo Misto. Dopo tanti anni di amicizia, che ha sofferto anch'essa di questa crisi ci troviamo su posizioni estremamente lontane ed incongiungibili. Stranamente vedo in te quell'arroganza del potere che abbiamo tante volte lamentato in altri e che, ricordalo, il paese sente con crescente insofferenza, senza che possa essere questa assurda gara di resistenza nello sbarazzarci di ogni ragione umanitaria a farcelo perdonare. Sia dunque ben chiaro, perché non vi siano equivoci, che non si pone solo il problema della mia persona per quel che poco significa per la D.C., ma il problema oggetto del modo di reagire con senso cristiano e democratico di fronte a situazioni di obiettivo pericolo e che richiedono interventi umanitari. Ritengo dunque sbagliata e urtante la linea del partito che hai assunto e che incautamente si è fatto in modo che tu assumessi. La colpa è grave in entrambi i casi. Siamo guidati male, in modo insicuro e non coerente ai principi. Ma in un travaglio così complesso non sono solo queste le ragioni della mia decisione (la lettera si interrompe senza conclusione).
84) Ad Eleonora Moro (non recapitata)
A Noretta
la lettera di dimissioni a Zaccagnini è da spedire o rendere pubblica a giudizio concorde tuo, di Freato, Rana e Guerzoni.
Credo ci sia una buona uscita dell'Università.
85) Ad Eleonora Moro (recapitata il 5 maggio 1978)
Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l'ordine di esecuzione. Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue. Prega per me, ricordami soavemente. Carezza i piccoli dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio di amore a tutti.
Aldo
86) Ad Eleonora Moro (recapitata il 5 maggio 1978)
Tutto sia calmo. Le sole reazioni polemiche contro la D.C. Luca no al funerale.
Mia dolcissima Noretta,
dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell'incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l'indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E' poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall'idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. E questo è tutto per il passato. Per il futuro c'è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienimi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca), Anna, Mario, il piccolo non nato, Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo… (La lettera appare incompiuta e senza firma)
C'ERA UNA PISTA NESSUNO INDAGO'
I misteri delle indagini che furono approntate dal Viminale sulla Renault rossa non si limitano alla rivelazione che l' avvocato Mario Martignetti fece all' on. Gaspari nel luglio ' 78. L' auto usata dai brigatisti per trasportare il corpo di Moro da via Montalcini al centro di Roma, il 9 maggio 1978, è al centro di due altri sconcertanti episodi sui quali il giudice istruttore Rosario Priore ed il pm Domenico Sica dovranno dare le opportune spiegazioni a conclusione delle indagini che stanno effettuando nel quadro dell' inchiesta Moro quater. I due magistrati hanno chiesto l' acquisizione di documenti, giacenti al ministero dell' Interno e riguardanti l' attività dell' Ucigos durante il sequestro Moro. Si parla di tre fascicoli che si riferirebbero, appunto, alla Renault rossa. Il 28 marzo ' 78 un anonimo telefonò all' Ucigos, questo il suo messaggio: Controllate queste persone che sono certamente collegate con le Br: Teodoro Spadaccini anni trenta-trentacinque, pregiudicato; un certo Gianni che lavora al Poligrafico dello Stato e ha un' auto 126 Fiat targata Roma S04929; un certo Vittorio, di anni venticinque-trenta, che ha un' auto Ami 8 targata Roma F74O48; Rino Proietti, attacchino del Comune di Roma, Guglielmo Pinsone che circola con una Fiat 125 di colore celestino. Tutti e cinque abitano nella zona Prenestina e frequentano la Casa della studentessa. L' Ucigos anziché indagare immediamente, passò il contenuto della telefonata alla Digos il 29 aprile, con trentadue giorni di ritardo. La Digos, a sua volta, il 9 maggio (altri dieci giorni di ritardo), cioè proprio il giorno dell' uccisione di Moro, chiese alla Procura generale l' ordine di perquisizione degli appartamenti delle persone indicate. Teodoro Spadaccini era il br che durante il sequestro Moro ebbe in consegna la Renault rossa, rubata e da lui spostata e parcheggiata in varie vie della capitale. Pedinando Spadaccini, ma dopo l' uccisione di Moro, la Digos riuscì a scoprire la tipografia delle Br in via Pio Foà e ad arrestare Enrico Triaca mentre Mario Moretti riuscì a fuggire, secondo la polizia, per puro caso. L' altro episodio sulla Renault rossa accadde poche ore dopo la strage di via Fani. Il tenente dei carabinieri Antonio Varisco chiese alle 17,15 del 16 marzo ' 78 alla centrale operativa dei carabinieri di Roma di fare ricerche riservatissime su una Renault rossa targata Roma T75812. Alle ventuno e quindici dello stesso giorno arriva un' altra segnalazione riguardante una Renault rossa vista in Lungotevere con a bordo i presunti brigatisti. Nessuno ha mai saputo o voluto dire perché Varisco fece quella segnalazione. Il colonnello dei carabinieri fu poi ucciso il 13 luglio 1979 dalle Br, alcuni giorni dopo che si era dimesso dall' Arma.
(Da "La Repubblica" del 20/05/1988)
CASO MORO TUTTI I MISTERI TARGATI P2
I verbali sono scomparsi: di quelle riunioni al Viminale nei giorni del sequestro Moro non è rimasta traccia. Così non sapremo forse mai come si mosse concretamente lo Stato fra il marzo e il maggio del 1978. Quali notizie ebbero i due comitati operativi sui carcerieri di Moro, quali sospetti circolarono in quelle stanze, quali decisioni alla fine furono prese. Nessuno potrà quindi mai avere la certezza che, fra le mille segnalazioni di quei giorni, non ce ne fosse già una su via Montalcini. Due commissioni parlamentari d' inchiesta (Moro e P2) si sono chieste in questi dieci anni se l' inadeguatezza delle forze dell' ordine e le carenze dello Stato nacquero da autentica impreparazione o furono abile copertura di un doloso disegno di complicità. La prova a sostegno dell' una o dell' altra ipotesi finora non è stata trovata. Ma ormai i fatti incalzano, lo spazio per invocare le semplici coincidenze si va sempre più riducendo. Due magistrati, Rosario Priore e Domenico Sica, si rendono conto che nella quarta inchiesta sulla strage di via Fani dovranno ormai affrontare anche il nodo del terzo livello dell' affare. Mentre i politici chiedono una nuova inchiesta del Parlamento. Dinamica essenziale Dice Rosario Priore: I fatti e i delitti sono stati accertati nella loro dinamica essenziale. Restano zone d' ombra nel contesto che con il tempo e le opportune indagini di certo non rimarranno tali. A questo serve la presente istruttoria, promette il magistrato. Non si deve correre dietro a voci o illazioni su cui non rare volte si inseriscono tentativi di speculazioni che nulla hanno a che fare con la ricostruzione dei fatti. Ma non si devono nemmeno trascurare quelle novità che hanno rilevanza di prova e che permettono di far luce su condotte di parti o gruppi d' interesse, durante e dopo il sequestro Moro, perseguibili dalle norme penali. Giorgio La Malfa ricorda la presenza dei vertici della P2 negli apparati dello Stato e afferma che le nuove rivelazioni su via Montalcini e la sommarietà con cui vennero condotte le indagini pongono nuovi interrogativi. C' è da chiedersi a questo punto, continua, se sia stato fatto tutto ciò che era possibile e necessario per assicurare alla giustizia i terroristi. I repubblicani chiedono al governo una ricostruzione dei fatti e forse una nuova indagine, proprio perché chi sostenne la linea della fermezza ha oggi il dovere di pretendere trasparenza. Il segretario del Psi Craxi ha avvertito che il suo partito segue con attenzione le novità sulla prigione di Moro. Oggi a riaprire l' affare Moro sono episodi e comportamenti che riguardano i mesi successivi al sequestro. Ma il quesito sulla natura dell' inefficienza che non consentì la salvezza dello statista potrebbe trovare risposta solo in quanto avvenne negli apparati dello Stato in quei 55 giorni della prigionia. Come mai le tracce di ciò che si fece al Viminale sono scomparse? Eppure fino all' ultimo nel comitato tecnico operativo qualcuno prese appunti, ci conferma il senatore democristiano Francesco Mazzola, allora sottosegretario alla Difesa. Io stesso annotavo i momenti più importanti di quelle riunioni sui miei diari personali. Al di là dei diari di Mazzola, ancora ignoti, alcuni verbali fino al 3 aprile ' 78 sono stati consegnati alla commissione Moro dall' allora sottosegretario agli Interni Nicola Lettieri che presiedeva il comitato. Di ciò che si dissero e di ciò che fecero fra il 3 aprile e il 9 maggio i nuclei di esperti del Viminale, invece, non si sa nulla. Come non è stata resa pubblica una sola memoria di quel gruppo di tecnici, criminologi e grafologi che analizzavano e studiavano le lettere di Moro prigioniero e i comunicati dei suoi carcerieri. Chi erano coloro a cui lo Stato affidò la salvezza di Moro? Questa ricerca nel passato, attraverso le stanze segrete del Viminale, è un viaggio sconvolgente. Basta poco per rendersi conto che in quei giorni il ministero attrasse a sé non soltanto potenti rappresentanti della P2, che erano al vertice dei servizi di sicurezza riformati, della Finanza e di altre strutture preposte alle indagini, ma anche protagonisti tra i meno raccomandabili dell' intreccio nazionale e internazionale. Accanto ai generali Grassini e Santovito, accanto all' ammiraglio Torrisi, ai generali Giudice, Lo Prete, al colonnello Siracusano, al tenente colonnello Cornacchia, al prefetto Pelosi (i cui nomi furono trovati negli elenchi P2), salirono le scale del Viminale Franco Ferracuti, all' epoca docente di medicina criminologica e psichiatrica dell' Università di Roma, incaricato per lungo tempo dei rapporti tra il Sisde e la Cia e l' Fbi americani; Ferdinando Guccione, prefetto, che andò a dirigere la delicatissima sala situazione globale del Viminale; il contrammiraglio dello stato maggiore della Marina, Antonio Geraci, impegnato al vertice del Sios, il servizio d' informazione di quell' Arma. Anche loro tutti tesserati P2. Mi chiamò Cossiga il 17 marzo, il giorno successivo alla strage racconta adesso Franco Ferracuti dovevamo predisporre un intervento medico qualora fossimo arrivati alla prigione e preparare una psicobiografia degli autori dei volantini. Inoltre continua Ferracuti quando cominiciarono ad arrivare le lettere, nostro compito divenne l' analisi della salute mentale di Moro. No, allora non ero ancora iscritto alla P2. Nella loggia vi entrai nel 198O, perché c' erano quasi tutti i miei colleghi. Tra l' estate del ' 78 e il maggio del 1981 svolsi il ruolo di consulente del Sisde...: è ancora il ricordo di Ferracuti, che dinanzi al giudice di Bologna Libero Mancuso aveva aggiunto: Infatti subito dopo la fine del sequestro Moro, Cossiga mi chiese di entrare a mia scelta nel Sisde o nel Sismi. Preferii il Sisde. Mi fu affidata la selezione degli aspiranti civili del servizio. Ferracuti era collega di lavoro e buon amico di quell' Aldo Semerari, vittima del binomio camorra-servizi deviati. Ferracuti ebbe presto a che fare con Michael Ledeen, politologo, giornalista, vicino al Dipartimento di Stato Usa, che perorò subito la causa di Pazienza. Ma Ferracuti oppose un secco rifiuto. Anche Ledeen partecipò alle riunioni di quel comitato? Risponde adesso Ferracuti: So che conosceva parecchie persone, ma non partecipò alle sedute del gruppo. Anche i risultati del comitato di esperti rimasero nei cassetti del Viminale. Ferracuti rammenta che, tra l' altro, era arrivato alla conclusione che Moro fosse preda della sindrome di Stoccolma e che il volantino che ne segnalava il cadavere nel lago della Duchessa fosse falso. Sui motivi del sequestro Moro, il criminologo ricorda: Il mio parere coincideva con quello del generale Grassini che spesso prendeva parte alle nostre riunioni. Moro era stato rapito perché voleva l' accordo con il Pci. Questo avrebbe costituito un abbraccio mortale per il partito di Berlinguer. E le Br non lo volevano. Comitato di esperti e comitato tecnico-operativo furono in quei giorni gli incontrastati registi della non strategia del Viminale. I vecchi servizi erano stati sciolti alla fine del ' 77. La legge di riforma prevedeva che quelli nuovi avrebbero cominciato a funzionare entro sei mesi e la data d' inizio andava a cadere al 22 maggio ' 78. Si era dunque aperta la battaglia per le nomine di vertice. Candidato naturale alla direzione del Sisde sarebbe stato Emilio Santillo, laico, un uomo che, durante i tre anni e mezzo nei quali aveva diretto l' ispettorato antiterrorismo, aveva raggiunto più di un successo investigativo. Invece Santillo fallì. Al suo posto venne nominato Grassini e il nucleo antiterrorismo fu sciolto. Santillo rimase senza compiti precisi, ma una delle ultime iniziative la prese proprio durante i giorni del rapimento Moro. Nell' ambito delle indagini sul sequestro, incaricò il questore di Arezzo, Antonio Amato, di svolgere accertamenti sul Venerabile. Gelli, intanto, poco dopo s' incontra con il generale Grassini. A raccontarlo è Elio Cioppa. Passato dalla questura di Roma alla vicedirezione del Sisde, nell' agosto ' 78 riceve da Grassini l' incarico di indagare su tre appunti, frutto di una riunione alla quale aveva partecipato proprio Gelli. Due appunti riguardano gli ambienti dell' extra sinistra, presunti favoreggiatori: intellettuali, giornalisti. Un terzo, più importante, riguarda l' analisi politica di Gelli sul rapimento: Moro è stato sequestrato per le sue aperture a sinistra. Questo appunto, contrariamente al primo, Cioppa lo cita, lo descrive, ma non è stato mai trovato al Viminale. Grassini da parte sua ricorda di aver incontrato Gelli, ma null' altro. Protestò con Andreotti Santillo non fu l' unico emarginato eccellente di quei giorni. Gaetano Napoletano, prefetto, aveva ricevuto l' incarico di segretario del Cesis il 13 gennaio 1978. Il suo compito era quello di coordinare Sismi e Sisde, cioè Santovito e Grassini nominati capi in quegli stessi giorni. Ma ritenne di non essere messo in grado di agire. Protestò con Andreotti, presidente del Consiglio; se ne lamentò con Cossiga, ministro dell' Interno. Scrisse appunti, memoriali. Inutilmente. Il 23 aprile ' 78, infine, in pieno sequestro Moro, è costretto a dimettersi. Gli succede Walter Pelosi, P2 come Santovito e Grassini. Napoletano si sentiva emarginato. Una fonte vicina a lui lo può testimoniare racconta Sergio Flamigni, l' ex parlamentare comunista, membro della commissione Moro, autore del libro La tela del ragno che ha recentemente riproposto l' inquietante scenario istituzionale di allora, descrivendolo come un vero e proprio potere condizionatore. Ricorda Flamigni: Inutilmente ho chiesto i verbali delle riunioni dei due comitati e solo dopo sei mesi di insistenze sono riuscito ad avere la fotografia di tutto quanto successe il 16 marzo e il 18 aprile nella sala operativa del Viminale. Perché? Non so, certo è che dagli appunti che consegnò Lettieri alla commissione risulta chiaro il ruolo svolto da Grassini e da altri, spesso di vero e proprio depistaggio. Rammenta ora Francesco Mazzola: Eravamo sprovveduti, erano state smantellate le vecchie strutture, ma non ce ne erano di nuove. Sembra quasi che il periodo fosse stato scelto apposta. E come non bastasse, Grassini e Santovito si attaccavano continuamente, si facevano la guerra. In queste condizioni, con una struttura investigativa formata da piduisti, consulenti più o meno legati a potenze straniere, faccendieri o anche semplici incompetenti, la sorte di Moro era davvero segnata. I silenzi ufficiali che si sono protratti nel tempo su via Montalcini, il mistero che perdura sul materiale che sarebbe scomparso da via Montenevoso, la regia della riforma dei servizi, il vero ruolo dell' informatore Gelli, fanno parte dell' intreccio che ha riacceso l' interesse politico e che è ormai destinato a entrare a tutto titolo anche nelle indagini giudiziarie.
(Da "La Repubblica" del 20/05/1988)
COSI' FU PEDINATA LA CARCERIERA BR
Il giudice Domenico Sica ha chiesto al consigliere istruttore Ernesto Cudillo di poter incriminare per reticenza l' avvocato Mario Martignetti, il legale che nell' estate del ' 78 segnalò al parlamentare dc Remo Gaspari, attuale ministro del Mezzogiorno, della presenza in via Montalcini di una Renault rossa simile a quella trovata in via Caetani con il corpo di Aldo Moro assassinato dalle Br. Ieri Martignetti è stato nuovamente interrogato, in qualità di testimone, per diverse ore. Ma non ha tuttavia rivelato il nome della persona che gli parlò della Renault in via Montalcini nei pressi della prigione del presidente dc, trincerandosi dietro il segreto professionale. Da qui la richiesta di Sica di poter emettere contro Martignetti l' ordinanza prevista dall' articolo 351 del Codice di procedura penale, con la quale, se sarà accettata, potrà imporre all' avvocato di rivelare le proprie fonti sulla vicenda di via Montalcini. Cudillo si esprimerà nei primi giorni della prossima settimana. Oltre a Martignetti, Domenico Sica e il collega Rosario Priore hanno interrogato ieri anche il prefetto Alfonso Noce e il questore Umberto Improta, rispettivamente capo divisione e capo sezione della segreteria di coordinamento dell' Ucigos, e il questore Alfonso Schiavone. Proprio a Schiavone, nell' estate del ' 78, fu affidato il compito di verificare l' attendibilità delle segnalazioni pervenute dal ministero degli Interni. Martignetti, infatti, aveva confidato, 2 mesi dopo la morte di Moro, a Remo Gaspari la voce su via Montalcini. E Gaspari aveva a sua volta informato l' allora ministro degli Interni Virginio Rognoni. Direttamente chiamato in causa dall' avvocato Martignetti, Rognoni ieri ha dichiarato di aver fatto quello che, a quel tempo, andava fatto, cioè passare alla polizia una notizia che mi era stata data. L' ex ministro ha inoltre precisato che divenne titolare degli Interni un mese dopo l' uccisione di Moro, per cui in quel momento scoprirne la prigione non voleva più dire salvargli la vita. Obiettivi primari ha concluso Rognoni erano divenuti i brigatisti che l' avevano sequestrato e ucciso, e tutti costoro sono stati identificati, processati e condannati. Dopo la segnalazione di Martignetti, il nucleo operativo dell' Ucigos incaricò una ispettrice di indagare su via Montalcini. L' appartamento era di proprietà di Laura Braghetti, allora incensurata. Fino al giugno (un mese dopo la morte di Moro), vi aveva vissuto anche un uomo che si faceva chiamare Altobelli (Prospero Gallinari? Roberto Seghetti? Patrizio Peci? In realtà nessun inquilino lo ha riconosciuto nelle foto dei br arrestati). Nessuno, però, dichiarò all' ispettrice d' aver visto la Renault. La funzionaria di polizia fece pedinare la Braghetti, e evitò di perquisire l' appartamento per non insospettire la donna. Il pedinamento durò fino ad ottobre, ma la Braghetti riuscì a non insospettire la polizia, che quindi sospese le indagini. Da qui la decisione dell' Ucigos di non presentare un rapporto alla magistratura.
(Da "La Repubblica" del 29/05/2018)
LA VERA STORIA DI VIA MONTALCINI
Marito e moglie, figli ancora giovani: una famiglia tranquilla, messa in crisi dalla paura. Dieci anni fa, la coppia riconobbe nella Renault rossa abbandonata in via Caetani con il cadavere di Aldo Moro l' auto che, nei giorni immediatamente precedenti, era stata parcheggiata in un garage di via Montalcini. Avevamo le Brigate rosse in casa e non lo sapevamo ripetono da allora i due coniugi ad una ristrettissima cerchia di parenti. Ad uno di loro, all' avvocato Mario Martignetti, lo dissero quasi subito: il sospetto che quella macchina fosse proprio la stessa fu riferito con discrezione al parente penalista. Martignetti soppesò l' informazione, tenne conto dei timori espressi dalle sue fonti, valutò che gli elementi a disposizione non fossero sufficienti per una denuncia vera e propria alla polizia e preferì girarla a un conoscente che aveva responsabilità politica: Remo Gaspari, allora vicesegretario della Dc e suo coinquilino. E' questa la vera storia della segnalazione giunta sul tavolo del ministro dell' Interno Virginio Rognoni ai primi di luglio del 1978. La preoccupazione del Palazzo Dalla notizia scaturirono indagini della polizia e dei carabinieri, ma non approdarono a niente. La prigione di Moro venne smantellata dagli stessi brigatisti, Moretti si dileguò, il misterioso Maurizio Altobelli (Gallinari o qualcuno rimasto sconosciuto?) si trasferì e perfino Anna Laura Braghetti riuscì a traslocare indisturbata. Morto Aldo Moro, lo Stato aveva perso interesse a rintracciarne la prigione: ormai la preoccupazione principale del Palazzo era metter le mani su nastri e verbali originali dell' interrogatorio di Moro. Una parte di essi verranno rintracciati dal generale Dalla Chiesa nell' ottobre ' 78 nella base brigatista di via Montenevoso a Milano. Le carte più delicate sarebbero scomparse o rimaste segrete perché coperte dal segreto di Stato. Dieci anni dopo, quella zona ancora sommersa dell' affare Moro produce ancora paura e misteri. La coppia di coniugi parenti di Martignetti è terrorizzata. Una volta scoperta ufficialmente la prigione di via Montalcini (' 82), si resero forse conto che la loro informazione, qualora controllata nell' immediatezza del delitto Moro, avrebbe potuto portare almeno alla cattura dei brigatisti. Ma perché non parlarono subito? Temevano che la pubblicità che ne sarebbe derivata avrebbe potuto nuocere ai figli, al loro lavoro? Così dicono essi stessi ai loro parenti. Oppure quel 9 maggio, appena la Renault della morte apparve sui teleschermi, furono in grado di collegarla ad altri dettagli che avevano visto o udito? E di qui la grande paura... I due coniugi, in quella primavera, avevano avuto un' intuizione giusta e costituivano una fonte credibile. Eppure nulla accadde. L' avvocato Martignetti si è rifiutato finora di rivelare le sue fonti, ha opposto il segreto professionale, ha parlato esplicitamente di un cliente da proteggere. E a suo modo ha detto il vero: basta infatti chiedere un consiglio ad un avvocato per instaurare un rapporto professionale. E moglie e marito chiesero appunto a Martignetti: come dobbiamo comportarci? Nella ristretta cerchia di parenti del penalista si discute ormai da settimane e non si esclude che nelle prossime ore i testimoni decidano di farsi vivi con i magistrati. Il loro chiarimento servirebbe a ricostruire con precisione come andò l' episodio, ma resta il fatto che le indagini di quell' estate 1978 vennero condotte in modo superficiale, inconcludente, addirittura colpevole se si considera il fatto che pochi mesi dopo la stessa mano brigatista uccise Vittorio Bachelet. Ormai, intanto, la possibilità che un potere condizionatore abbia potuto inquinare le indagini non è ritenuta inverosimile neanche dai brigatisti in carcere. Mario Moretti, regista del sequestro Moro, ad esempio, pur rivendicando la linearità della storia brigatista, non esclude che dal di fuori possano essere state tentate strumentalizzazioni. La posizione del leader brigatista di un tempo è contenuta in un lungo documento redatto dal gruppo di detenuti che fanno capo allo stesso Moretti e a Renato Curcio, nel quale viene sfiorato anche il delicato capitolo dei misteri dell' affare Moro. Moretti com' è noto nega che vi siano ancora segreti ed intrecci da svelare, ma sostiene che alcuni capitoli sarebbero totalmente ricostruibili, se non si trattasse di fare delazione. A cosa si riferisce? Si può tentare un' ipotesi: una delle macchine sequestrate nella tipografia delle Br di via Pio Foà a Roma era appartenuta ai servizi segreti. La versione di Moretti potrebbe essere che non esiste alcuna collusione, ma che il percorso della macchina sarebbe chiaro se solo si potessero fare i nomi di coloro che gliela fecero pervenire. Da via Montalcini a via Montenevoso, a Milano. La strada che collega le due basi, i mesi trascorsi tra l' uccisione di Moro e la scoperta del covo dove era custodito il materiale che riguardava lo statista è tortuosa e in parte tuttora sconosciuta. A via Montenevoso, il primo ottobre ' 78 vengono arrestati Nadia Mantovani, Lauro Azzolini e Francesco Bonisoli del comitato esecutivo delle Br. Ma, premessa essenziale dell' operazione è la nomina del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a capo dell' ufficio per il coordinamento dei reparti speciali dell' antiterrorismo. Durante il sequestro di Moro, il generale, che era stato suo allievo, si era messo a disposizione. Ma solo in settembre gli viene riconosciuto un ruolo effettivo. Il decreto governativo di nomina viene emanato appena venti giorni prima del blitz di Milano e contiene una clausola eccezionale, molto contrastata: Dalla Chiesa avrebbe operato alle dirette dipendenze del Ministero dell' Interno e sarebbe stato esentato dall' obbligo di riferire alla magistratura. E qui entra in scena il Venerabile: il primo dicembre ' 78 Gelli riceve ad Arezzo la visita di due personaggi, il giornalista fiorentino dell' Ansa Marcello Coppetti e il maggiore Umberto Nobili che era capo del servizio informazione dell' aeronautica per la Toscana. Alla fine dell' incontro, Coppetti redige una breve relazione sulle cose riferite da Gelli. Scrive: Il caso Moro non è finito. Dalla Chiesa aveva infiltrato un carabiniere giovanissimo nelle Br. Costui sapeva che le Br avevano anche materiale compromettente di Moro. Dalla Chiesa andò da Andreotti (allora presidente del Consiglio, ndr) e gli disse che il materiale poteva esser recuperato se gli dava carta bianca. Siccome Andreotti temeva le carte di Moro (le due valige scomparse? ndr) nominò Dalla Chiesa. Costui recuperò quello che doveva. Così il memoriale Moro è incompleto, anche quello che ha la magistratura. Poiché è segreto di Stato.... In fondo all' appunto, a penna, Coppetti aggiunge: In questo caso Moro è stato un affare di Stato e Gelli lo sa. Quel primo ottobre in via Montenevoso vengono elencati 210 reperti. I carabinieri, per schedarli, rimangono soli per un certo tempo. Sentiti a lungo dalla commissione Moro, sia Coppetti che Nobili hanno confermato il contenuto delle rivelazioni di Gelli. Ma di che genere di materiale compromettente si tratta? I parlamentari, interrogando Coppetti, insistono a lungo su questo punto. Luciano Violante chiede cosa Coppetti voglia intendere alludendo alle due valige e questi replica di credere che ci si debba riferire alle due borse di Moro e aggiunge: almeno così credo. L' onorevole Moro quando fu preso aveva con sè due valigette, due borse, io credo che lui si riferisse a quelle. Sergio Flamigni, l' ex senatore comunista autore de La tela del ragno racconta che Azzolini e Bonisoli, incontrati di recente nel carcere milanese di San Vittore, gli avrebbero confermato che non tutti i documenti custoditi in via Montenevoso erano stati ufficialmente ritrovati. Fu proprio Bonisoli dice Flamigni a portare nel covo, una settimana prima del suo arresto, il plico che conteneva i famosi manoscritti e tutti e due mi hanno riferito la loro sorpresa quando si sono accorti che quei preziosi fogli non erano stati trovati dai carabinieri. Secondo Flamigni, inoltre, lo stesso Mario Moretti nel rispondere ad una sua precisa domanda in proposito, gli avrebbe confidato che una parte del memoriale di Moro era stata imboscata dai servizi segreti. Le fotocopie scomparse In via Montenevoso c' era il memoriale di Moro trascritto a macchina (ma non la prima battitura) e soprattutto le fotocopie degli originali scritti a mano da Moro nella prigione. Fotocopie che non sono mai venute fuori. Non c' erano invece i nastri degli interrogatori (di cui il memoriale trovato è una sorta di riassunto). I brigatisti sostengono che, memori di una passata esperienza, li avevano bruciati per evitare che fossero riconosciute le loro voci. I magistrati del Moro quater però non credono a questa versione, mentre del fatto che mancano carte e documenti parlano anche i brigatisti. Anche il generale Dalla Chiesa fu sentito due volte, dalla commissione d' inchiesta. Nel 1982, smentì la versione di Gelli, negò che i carabinieri fossero rimasti soli, e che avessero asportato alcunché, ma insinuò il dubbio che dalla base brigatista mancasse qualche cosa. Ad un certo punto della lunga audizione, infatti, rispondendo ad una domanda concernente Moretti, il generale uscì fuori tema e improvvisamente disse: Mi chiedo oggi dove sono le borse, dov' è la prima copia (perché noi abbiamo trovato la battitura soltanto) l' unica copia che è stata trovata dei documenti Moro non è in prima battuta! Questo è il mio dubbio: tra decine di covi non c' è stata una traccia di qualcosa ...non c' è stato nulla che potesse condurre alle borse. Chiede Leonardo Sciascia: Lei pensa che siano in qualche covo?. Dalla Chiesa: Penso che ci sia qualcuno che possa aver recepito tutto questo. Sciascia: Sono contento che le sia venuto questo dubbio. Dalla Chiesa: Dobbiamo pensare anche ai viaggi all' estero che faceva questa gente. Moretti andava e veniva. Era il 23 febbraio del 1982. Pochi mesi dopo, alla fine dell' estate, Carlo Alberto Dalla Chiesa fu assassinato insieme a sua moglie dalla mafia.
(Da "La Repubblica" del 01/06/1988)
LA MORO - STORY CONTINUA
I magistrati romani ritengono che Alvaro Loiacono e Alessio Casimirri abbiano fatto parte del gruppo di fuoco brigatista che il 16 marzo 1978 sparò in via Fani. Ieri il giudice istruttore Rosario Priore ed i pubblici ministeri Domenico Sica e Franco Ionta hanno firmato due mandati di cattura per il concorso materiale nella strage di dieci anni fa ed il sequestro di Aldo Moro. Salgono così a dodici i brigatisti condannati o accusati di aver partecipato all'uccisione dei cinque agenti che scortavano lo statista e alla gestione del rapimento. Loiacono e Casimirri sono latitanti da molto tempo. Ambedue sono già accusati di vari reati, tra cui la partecipazione a banda armata (Br) e per questa ragione il primo era già imputato di concorso morale in vari attentati compiuti dall' organizzazione, il secondo era accusato dello stesso reato in relazione al caso Moro. L' iniziativa dei magistrati è stata presa dopo recenti rivelazioni di un brigatista pentito, forse proveniente dall' area della dissociazione. I giudici, infatti, nell' ambito della quarta inchiesta sull' affare Moro, nei giorni scorsi hanno interrogato per l' ennesima volta alcuni degli imputati più in vista del processo. Inoltre, hanno sentito a lungo una donna di quarant'anni, Marcella Leli, insegnante, arrestata nei giorni scorsi: era ricercata per l' attentato contro Remo Cacciafesta avvenuto il 21 giugno ' 77. A quell' agguato avrebbero partecipato anche Adriana Faranda e Valerio Morucci. Il commando che operò in via Fani sarebbe dunque ormai completamente individuato: dodici partecipanti, tra i quali Mario Moretti, Prospero Gallinari, Valerio Morucci, Barbara Balzerani e Raffaele Fiore. I due nuovi mandati di cattura dimostrano che il caso Moro è tuttora un mosaico a cui mancano tasselli fondamentali. Le rivelazioni di questi giorni lo confermano. Una serie di misteri riguardano la gestione dei cinquantacinque giorni del sequestro, altri hanno a che fare con la scoperta della base di via Montenevoso a Milano, ma altri ancora potrebbero essere svelati dalle ammissioni dei brigatisti. Evidentemente, mentre Moretti, Balzerani e altri continuano a ripetere che non esiste più alcun segreto, proprio nel fronte brigatista si vanno aprendo nuove falle e le nuove ammissioni del pentito o dei pentiti potrebbero aprire una nuova stagione di notizie. Non è escluso neanche che gli inquirenti riescano finalmente a raggiungere una più plausibile verità sulla prigione di Moro in via Montalcini numero otto e sull' identità di quel Maurizio Altobelli che abitava all' interno uno con Anna Laura Braghetti. Non si sa ancora chi sia, Altobelli. Gran parte degli inquilini di via Montalcini hanno escluso ad esempio che si tratti di Gallinari e il particolare non è di poco conto: potrebbe anche demolire l' ipotesi fin qui accreditata che sia stato proprio Gallinari a uccidere Moro, il 9 maggio di dieci anni fa. L' inchiesta giudiziaria non potrà questa volta trascurare il filone dei misteri politici del caso Moro. Certamente se ne occuperà il Parlamento, con la nuova commissione per le stragi e nel frattempo si moltiplicano le interrogazioni. Ieri Massimo Teodori ne ha presentata una al presidente del Consiglio e al ministro degli Interni. L' esponente radicale vuole sapere se risponde a verità quanto riferito dalla stampa secondo cui dall' archivio del Viminale mancherebbe l' intero dossier o almeno una importante parte della documentazione relativa alle indagini sul caso Moro durante e dopo i cinquantacinque giorni del rapimento. Dal ministero dell' Interno infatti sarebbero scomparsi i verbali delle riunioni tenute dal comitato degli esperti che nei giorni del sequestro si doveva occupare di studiare le mosse dei brigatisti, i loro comunicati, le lettere di Moro. Così come non sarebbe più possibile rintracciare quelli delle riunioni tenute dopo il 3 aprile del ' 78 dal comitato tecnico-operativo. Teodori chiede se, in caso di una effettiva mancanza, siano state svolte indagini per constatare il materiale mancante, appunti e verbali delle riunioni, ordini di indagini, risultati e segnalazioni, e in quali periodi di tempo si sarebbe verificata la sottrazione. Teodori conclude sollecitando la verità: vuole conoscere i titolari della responsabilità politica della eventuale mancata custodia.
(Da "La Repubblica" del 04/06/1988)
FORSE E' MORUCCI IL 'PENTITO' CHE STA PARLANDO COI GIUDICI
Valerio Morucci è diventato un pentito? E' questa la voce che circola da qualche giorno negli ambienti giudiziari romani. Sarebbero lui e Teodoro Spadaccini (che fece parte della colonna universitaria romana delle Br), i due brigatisti che stanno rivelando ai magistrati nuovi particolari sui misteri del caso Moro, e su altri capitoli del terrorismo. E' , probabilmente, in base alle loro informazioni che è stata ricostruita completamente la formazione del commando che operò in Via Fani: mancavano due nomi, l' altro ieri i giudici hanno spiccato due mandati di cattura contro Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Probabilmente i magistrati chiederanno ai due pentiti qualche notizia anche sui rapporti tra Br e malavita. Moretti ha sempre negato che ce ne siano stati, ma sulle collusioni affiorano nuove rivelazioni. Quale fu, ad esempio, il ruolo di Toni Chicchiarelli, falsario, rapinatore, uomo della banda della Magliana, nei giorni del sequestro Moro? Chicchiarelli che fu assassinato misteriosamente nel settembre ' 84 fu l' autore del falso volantino del Lago della Duchessa. Ma probabilmente il suo coinvolgimento fu assai maggiore. Toni mi disse di avere fotografato Aldo Moro, con una vecchia Polaroid, durante i giorni della prigionia, e di avere conservato un paio di fotografie, ha affermato un suo amico, Gaetano Miceli, al magistrato Francesco Monastero. Lo rivela Panorama. Fu Chicchiarelli, nel 1979 afferma ancora il settimanale a far ritrovare in un taxi oggetti che riguardavano il caso Moro. Successivamente, il bandito fece ritrovare una busta contenente la rivendicazione brigatista della rapina alla Brink' s Securmark di 35 miliardi di lire, e due pezzetti di foto polaroid raffiguranti la stella a cinque punte e le parole Brigate rosse. Quei due frammenti di foto continua la rivista sono identici alla parte superiore delle immagini di Moro scattate durante il suo sequestro e rese pubbliche dalle Br. Stessa stella, stesso cerchio, stessi caratteri. Perfino le stesse pieghe del drappo e un' ombra sul basso della seconda s' della parola rosse, proprio in coincidenza con il punto dove arrivava la testa di Moro nelle foto per dir così ufficiali delle Br. E allora diventa credibile che Chicchiarelli fosse davvero entrato nella prigione di Moro, polaroid in mano. Intanto è stato ritrovato in via Vallazze, nella periferia est di Milano, un furgone con dentro una moto probabilmente usati dalle Br. In particolare si pensa che la moto, un' Honda 600, possa essere servita per il lancio di volantini di rivendicazione dell' assassinio di Ruffilli compiuto la mattina del 12 maggio davanti a sei grossi complessi industriali. Il furgone era parcheggiato da molti giorni e aveva una targa rubata.
(Da "La Repubblica" del 05/06/1988)
QUEI VERBALI TOP SECRET SCOMPARSI AL VIMINALE
Mai, nei dieci anni dalla morte di Moro, il clima politico era stato così torbido. Cosa sta succedendo? Il copione è vecchio... basta aspettare un po' e chi ha buttato le reti le tirerà, consigliano a Via del Corso. Nella Democrazia cristiana c' è meno sangue freddo. Si parla di mettere su un gruppo ristretto di esponenti del vertice del partito col compito di seguire da vicino i tormentati sviluppi del caso Moro e delle manovre sul Quirinale. Il vicesegretario dc Guido Bodrato ha chiesto una riunione con De Mita. Il Pci teme i depistaggi di oggi, ma non intende sottovalutare i segnali di gravi inquinamenti che continuano a emergere su quei 55 giorni. Ai più alti livelli istituzionali c' è apprensione, i servizi segreti sono allarmati per la possibilità di manovre destabilizzanti. E i magistrati guardano con rassegnazione al Palazzo: sui loro tavoli le carte della quarta inchiesta sul rapimento di Moro sono continuamente rimescolate da indecifrabili novità, mentre resta difficile acquisire certezze. I giudici intendevano studiare i verbali dei comitati di crisi che si riunivano al Viminale dieci anni fa. Ma sono scomparsi e non da oggi: Rognoni, ministro dell' Interno dal 13 giugno ' 78, ricevette le consegne non da Cossiga (dimessosi all' indomani dell' uccisione di Moro) bensì da Andreotti, presidente del Consiglio che per più di un mese si era tenuto l' interim del Viminale. Tra i dossier consegnati non c' era già allora traccia alcuna di quei verbali. Eppure è certo che qualcuno appuntava ogni dettaglio di quelle riunioni. Sento odore di speculazione Il vicepresidente del comitato di crisi, Nicola Lettieri, non vuole parlare di quei giorni. Si rende conto che molto ancora rimane da raccontare, ma lui non si offre a farlo, teme che anche i suoi ricordi e le sue supposizioni possano contribuire a sporcare sempre di più le acque. Esclude la presenza di Gelli nel comitato e fu proprio lui che consegnò alla commissione Moro i resoconti di alcune riunioni. Ma solo fino al 3 aprile. Un po' scontroso Flaminio Piccoli, allora presidente del partito e da qualche tempo sostenitore della linea di clemenza verso i terroristi: Sento odore di speculazione. In quei 54 giorni la Dc fece le cose con serietà. Ma, l' ho già detto che c' era qualcosa che non andava e mi hanno dato del bestemmiatore. Sarebbe ora che i brigatisti ci facessero sapere cosa è successo in quei giorni. Ci dicessero la verità sui documenti del caso Moro messi insieme in quei 54 giorni. La domanda che tutti si fanno è su cosa ci sia dietro l' ennesima tela del ragno. Tra Palazzo di Giustizia e il Parlamento circolano due ipotesi. La prima riguarda le indagini. La quarta inchiesta stava cominciando a far luce sui misteri del caso Moro: dalla prigione di via Montalcini ai documenti scomparsi (forse coperti da segreto di Stato) in via Montenevoso; dal fallimento delle ricerche di Moro vivo, ai collegamenti tra Br, criminalità fino alle frange dei servizi deviati dell' epoca. Nuovi pentiti stanno parlando. Sembra che un nuovo interesse stia sorgendo sullo scenario in cui operò il partito della trattativa. E questo può disturbare un po' tutti. Infatti Claudio Signorile, all' epoca vicesegretario del Psi ha già affermato di aver informato non solo Fanfani e Zaccagnini, ma anche Cossiga, dei suoi contatti di allora. Adesso tutto questo rischia di tornare nell' ombra. Il sospetto che Gelli abbia visitato il Viminale durante i 55 giorni ha oggettivamente messo in secondo piano altre delicate questioni, anche se può sembrare ingenuo meravigliarsi per la possibile presenza del Venerabile in quel palazzo frequentato da tanti iscritti eccellenti alla Loggia P2. Tina Anselmi, ex presidente della Commissione d' inchiesta su Gelli, invita alla cautela: Questa vicenda, per quanti siano gli interrogativi aperti bisogna giudicarla su fatti reali altrimenti non si giunge alla verità ma si solleva un polverone. L' altra ipotesi che circola al Palazzo esclude che l' obiettivo siano le indagini ma, piuttosto, il Quirinale. Le grandi manovre prevederebbero un alternarsi alla presidenza della Repubblica prima della fine del settennato per cedere il posto a un altro democristiano. Oppure a un socialista. Insomma, per colpire Cossiga, si strumentalizzerebbero tutti i segreti di quei 55 giorni, quando l' attuale presidente della Repubblica era ministro dell' interno. Rognoni nega: Non credo che ci sia un attacco al Quirinale, ma solo la dietrologia folle di questo paese. Cossiga merita grandissima e incondizionata stima. Ma intanto, nel Transatlantico si risente parlare del 18 aprile ' 78, un giorno importante nella storia del sequestro Moro, il giorno in cui venne scoperto il covo di via Gradoli e diffuso il falso comunicato del Lago della Duchessa. In quel messaggio (che poi si seppe essere stato compilato da Tony Chicchiarelli, falsario poi ucciso in circostanze misteriose) si diceva che Moro era morto. Ricorda il senatore Luigi Covatta, già membro della commissione Moro: il Viminale accreditò quel comunicato almeno fino alle due del pomeriggio. Craxi era a Milano. Signorile venne convocato al ministero dell' Interno verso le undici del mattino. Tornò e Manca ed io venimmo incaricati di stilare il manifesto funebre. Ci mettemmo in contatto con Craxi che, probabilmente aveva altre fonti, oppure migliore intuito politico. Ci disse di non farne niente e convocò la direzione del partito nel pomeriggio. Adesso ad abbozzare un' ipotesi che collega il comunicato del lago della Duchessa con le recenti voci riguardanti Licio Gelli, è l' avvocato Giannino Guiso, l' ex legale di Curcio che, per conto dei socialisti, cercò durante il sequestro Moro di individuare un oggetto di trattativa possibile. Secondo Guiso in quel falso c' era lo zampino di Gelli. Dice il legale: quello fu la prova generale della morte di Moro... il fatto che questo falso documento fosse ritenuto credibile, mentre era palese la sua inattendibilità, doveva pur voler dire qualcosa. Chicchiarelli non lo preparò certo per sua iniziativa.... Dopo quel 18 aprile gli eventi, com' è noto, sembrarono precipitare, mentre le indagini non portavano a niente. Oggi Mino Martinazzoli, il presidente dei deputati democristiani che da ministro della Giustizia condusse anni fa una inchiesta amministrativa sulla scomparsa di un rollino di fotografie scattate in via Fani, subito dopo la strage, commenta: Mi resi conto che le indagini erano andate avanti con molta superficialità, impreparazione, approssimazione. Credo che si trattò di questo e non di altro. Moro fu ucciso, la prigione di via Montalcini rimase sconosciuta. Il primo ottobre di quell' anno, però, i carabinieri irruppero in via Montenevoso a Milano. Nella base br, i terroristi avevano trasferito tutti i documenti del sequestro Moro. Fra le carte fu trovato il memoriale, il riassunto cioè dei verbali d' interrogatorio di Moro. Il ministro dell' Interno Rognoni ricorda ancora il momento in cui mostrò ad Andreotti il fascicolo portato a Roma. Il presidente del Consiglio impallidì: in quelle pagine c' erano delle accuse durissime contro la Dc e i suoi massimi esponenti. Sarebbe quindi da escludere, dato il turbamento di Andreotti, che lo stesso avesse avuto tra le mani carte ancor più scottanti? Quei documenti, il dubbio che tuttora ci sia qualche stralcio rimasto sconosciuto, è ciò che intriga di più il Palazzo. Con il giallo dei documenti di Moro, ci si chiede ancora che fine abbiano fatto le due borse-valigia piene di carte delicate che lo statista portava sempre con sé. Se lo chiese Moro stesso nella prigione delle br. Sono state recuperate quelle due valigie? scrisse in una lettera. I mormorii di questi giorni parlano di documenti riguardanti alcuni politici. Il ruolo di Dalla Chiesa Ma chi ha le carte di via Montenevoso? Gelli disse che il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, dopo aver avuto via libera, le portò a Roma ad Andreotti. Il quale le avrebbe coperte con il segreto di Stato. Le cose però sono forse più complesse: il generale Dalla Chiesa aveva seguìto il caso Moro da lontano. Nel gennaio del ' 78 era stato messo da parte. Nel marzo, dopo via Fani si era messo a disposizione, ma non aveva ottenuto alcun ruolo rilevante. Fino ad agosto dunque si era limitato ad osservare, consigliare. Soprattutto Craxi. In piena estate poi, per decreto, Andreotti lo nominò responsabile del coordinamento antiterrorismo. Adesso il segreto di via Montenevoso è ancora nelle mani dei brigatisti. Il regista dell' operazione Moro, Mario Moretti, continua a negare che esistano misteri, ma nessuno gli crede. Secondo notizie di agenzia i giudici sono tornati a Rebibbia ad interrogarlo pochi giorni fa e Moretti avrebbe ripetuto la sua verità. Il ruolo del leader brigatista è intanto pesantemente messo in discussione da Il sabato, settimanale di Cl, vicino ad Andreotti. Sotto il titolo Qui ci covava Moretti il giornale scrive: Le sue ambiguità sono sempre state evidenti, ma nessuno ha mai fatto chiarezza, tolto un rapporto dei servizi per ora agli archivi. Il settimanale, citando Alberto Franceschini, avanza il dubbio che dietro alle Br ci siano gli israeliani.
(Da "La Repubblica" del 10/06/1988)
CASO MORO, LA DC ORA CHIEDE CHE SI INDAGHI SUI SERVIZI
Il senatore Paolo Cabras, direttore de Il Popolo, non si rassegna a quelle ombre, a quelle coincidenze che tuttora rimangono sul sequestro di Moro. Insiste: Vogliamo chiarezza. La Democrazia cristiana, partito dello statista assassinato ha sete di sapere. In altre parole, Cabras chiede che un' azione congiunta di magistratura e della commissione parlamentare d' inchiesta sulle stragi, indaghi a fondo sui comportamenti dei responsabili dei servizi di allora, dei responsabili delle indagini per vedere se vi furono omissioni. Sembra dunque che si vada aprendo, per la Dc, un capitolo inedito: quello della ricerca dei responsabili delle omissioni. Cabras non precisa: ma si intendono sia responsabilità politiche che responsabilità amministrative. La strada imboccata può portare lontano, e può anche essere una strada scomoda. A chiedere chiarezza, con tanta ostinazione, è soprattutto una parte della Democrazia cristiana legata alla sinistra. Cabras esclude che si tratti di prendere le coincidenze e dar loro validità di prove. E indica anche la via di ascoltare Gelli, il Venerabile che secondo il senatore Dc, già membro della commissione Moro, non se ne stava certo al Viminale, non partecipava, a mio avviso, ai comitati. Ma sarebbe opportuno che i magistrati, cui Gelli fa tutte queste visite di cortesia, gli chiedessero qualcosa sui suoi rapporti coi capi dei servizi, che erano affiliati alla sua Loggia. Dalla seduta spiritica su via Gradoli alla mancanza di indagini su via Montalcini, ai documenti di via Montenevoso: Cabras elenca questi tre punti come pilastri della nuova ricerca. Ma prima ancora della commissione parlamentare, spetterà al governo rispondere alle interrogazioni e proprio ieri il responsabile della commissione affari costituzionali della camera, Silvano Labriola (il cui nome era negli elenchi della P2), chiede che il governo fornisca alle Camere e alla pubblica opinione tutti gli atti e i documenti di cui dispone e la spiegazione dei comportamenti di chi aveva responsabilità politiche-costituzionali nella primavera del ' 78. Strisciante, sommersa, proveniente da parti diverse, continua la manovra di alludere a responsabilità di Cossiga, ministro dell' Interno durante il caso Moro. Accanto a una autentica sete di verità c' è qualcos' altro, di assai meno limpido. Il presidente dei senatori del Pci, Ugo Pecchioli, ha una sua ipotesi: può essere in atto un tentativo di delegittimare la massima autorità dello Stato. Può esser in corso un grande ricatto. Dice Pecchioli: In un momento di crisi politica del Paese, in un momento in cui sono giustamente in discussione riforme istituzionali, in un momento in cui vengono avanti tesi miranti non a dare efficienza democratica alle istituzioni previste dalla Costituzione, ma a capovolgere il sistema, perché escludere che anche attraverso questi polveroni, anche attraverso un gioco intricato di ricatti, di minacce, non si tenti di condizionare questa situazione politica e quindi le riforme istituzionali?. Il senatore Pecchioli fa dunque intendere che la posta in gioco potrebbe essere molto alta: potrebbe trattarsi addirittura della proposta di Repubblica presidenziale (elezione diretta del Capo dello Stato) che è alla base del credo gelliano, alla quale è contraria la Dc. Ciò non toglie, aggiunge Pecchioli, che non bisogna assolvere nessuno in partenza: Cossiga era ministro dell' Interno, quindi se c' è qualcosa che ancora attiene alla responsabilità sua dell' epoca deve emergere, sia ben chiaro. Bisognerà occuparsi del come gli uomini della P2 riuscirono ad occupare i punti più delicati dello Stato, chiarire perché furono sciolti i nuclei di Dalla Chiesa e di Santillo. Gli equivoci ora ce li ritroviamo tutti fra i piedi accusa anche l' ex deputato liberale Antonio Patuelli. E Massimo Teodori scrive che il rilancio dell' ipotesi di un ruolo determinante di Gelli nel caso Moro (attraverso la notizia drogata data dal Gr2) è un' operazione pretestuosa e fuorviante che allontana la verità invece di avvicinarla. Insomma, Gelli non fu il grande vecchio dell' affare, e i piduisti del caso non si mossero indipendentemente dai loro padrini politici cui erano strettamente intrecciati. Al di là delle polemiche, delle voci e delle strumentalizzazioni, il sostituto procuratore Domenico Sica pare convinto che vi sia ancora qualche custode della verità. Scrive: Se qualcosa di concreto deve essere detta, se qualcuno la sa e la può dire, che ce la dica. Per la parte che mi riguarda sarei pronto, in cambio, pure a superare l' irritazione di chi sta impazientemente aspettando da dieci anni, di sentirsi raccontare la verità.
(Da "La Repubblica" del 14/06/1988)
LE BR CREDEVANO CHE LA POLIZIA FOSSE ORMAI IN VIA MONTALCINI
Primi di maggio del 1978. Le Brigate rosse erano convinte che la polizia stesse per fare irruzione in via Montalcini. I terroristi si sentivano scoperti, Laura Braghetti, intestataria dell' appartamento, sospettava di essere pedinata. Fu così che al comitato esecutivo che si riunì nei pressi di Firenze, i brigatisti affrontarono l' emergenza. Il loro nucleo dirigente decise di accelerare l' uccisione di Moro e incaricò Moretti di predisporre ogni dettaglio. Contemporaneamente però venne studiata un' operazione alternativa, qualora la polizia fosse entrata nella prigione di via Montalcini: con la pistola puntata alla tempia di Moro, i carcerieri avrebbero cercato di trattare. La loro vita in cambio di quella dell' ostaggio. Ferdinando Imposimato, oggi senatore comunista ma giudice istruttore del processo Moro dieci anni fa, ha ormai un pugno di certezze. Si basano in gran parte sull' inedito racconto che nel carcere di San Vittore gli ha fatto Franco Bonisoli, brigatista, membro dell' esecutivo, componente del commando che agì in via Fani. Bonisoli gli ha affidato la sua ricostruzione qualche tempo dopo aver scelto di dissociarsi. Per Imposimato non vi è più dubbio che il sequestro di Aldo Moro sarebbe dovuto durare molto più a lungo di quei 55 giorni. Anche Moretti mi ha assicurato che affrettarono l' esecuzione, dice il senatore. Nei piani originali Aldo Moro sarebbe dovuto rimanere prigioniero nel carcere del popolo circa sei mesi. La sua sorte, inoltre, non era stata decisa già il 16 marzo. Anzi. Sono convinto che il timore di essere scoperti accelerò la decisione dei brigatisti di uccidere Moro. Anche se la sentenza di morte fu emessa soprattutto per motivi legati alla loro lacerazione interna. Gli stessi timori dei terroristi sono stati ripetuti ai giudici romani anche da Lauro Azzolini. Ripensando alla vicenda di quella prigione in cui la polizia andò troppo tardi e inutilmente, Imposimato non si dà pace. Quell' indirizzo, dice non è stato mai citato in un solo atto processuale in quanto prigione di Moro. E la ragione è elementare: appena via Montalcini viene formalmente indicata come il luogo dove fu tenuto il leader della Dc, allora i ritardi, le omissioni e i silenzi di chi doveva indagare, diventano troppo gravi. In sostanza gli esperti dell' affare Moro sospettano sempre di più che la segnalazione dell' indirizzo brigatista, arrivata due mesi dopo la morte di Moro al ministro Rognoni, non sia la sola. Ancor prima, insomma, ce ne sarebbe stata un' altra, quando lo statista era ancora vivo. La polizia forse si mosse e i brigatisti se ne accorsero. I dissociati lo hanno confermato alla magistratura ed è questo uno dei motivi che hanno convinto i giudici romani che sia giusto cercare ancora. Qualcuno indicò via Montalcini quando Moro era ancora vivo. Il segreto dell' indirizzo della prigione è uno scheletro che rifiuta di rimanere chiuso nell' armadio: è la chiave per capire come furono gestite le ricerche di Moro. E' il perno di ogni ricerca attuale e futura per stabilire se ci fu davvero chi non volle salvare il presidente della Dc. Attorno a questo dubbio ruotano nuovi elementi inquietanti finora rimasti ignoti. Attraversano i 55 giorni del rapimento e cominciano già dalla vigilia. Il 15 marzo 1978, il commissariato di Monte Mario era in allarme per un possibile sequestro di persona. Monte Mario è proprio la zona di via Fani e il capo del nucleo di polizia di allora, il vice questore Enrico Marinelli fu il primo ad arrivare sul luogo della strage. Siamo in allarme per una segnalazione Oggi Marinelli è questore, responsabile dell' ispettorato di polizia del Vaticano. Dice di non ricordare la circostanza. Bisognerebbe controllare gli archivi del commissariato. Qualcuno, però, quell' episodio non l' ha mai dimenticato. Il signor M. C. lo sentì raccontare dal protagonista: Il lunedì successivo al rapimento il mio conoscente professor B. ed io ci trovammo da un notaio per stipulare un contratto. Commentavamo la strage di via Fani. Mi disse che la sera precedente al rapimento, cioè il 15, era stato costretto a telefonare al commissariato di zona, quello di Monte Mario, per chiedere un intervento della polizia. Gli inquilini della palazzina sospettavano infatti che ci fosse un ladro in un appartamento. Il funzionario responsabile gli rispose: professore, stasera abbiamo un diavolo per capello. Siamo in allarme, è arrivata una segnalazione secondo la quale sarebbe imminente un sequestro di persona. I due conoscenti si chiesero come fosse potuto accadere che, mobilitati per un sequestro di persona, gli agenti non avessero pensato che l' obiettivo potesse essere il personaggio politico più illustre e più in prima linea della zona. Anche il professor B. non ha scordato quella vicenda. Essa si inserisce ormai in quell' insieme di avvertimenti e segnali che precedettero il 16 marzo e che se fossero stati presi in seria considerazione avrebbero reso più difficile l' azione delle Brigate rosse. Il rapimento di Moro fu un sequestro annunciato? Quanti sapevano o sospettavano un prossimo rapimento? Un giorno del 1980 il giudice istruttore Ferdinando Imposimato chiese alla polizia il dossier su un certo Franco Moreno, un personaggio arrestato all' indomani del sequestro e poi rilasciato. Nel febbraio precedente era stato sorpreso mentre si aggirava con insistenza nel giardino sul quale davano le finestre dello studio di Moro in via Savoia. Le indagini sul suo conto avevano messo in luce un' ambigua personalità: Moreno nel ' 73 era stato imputato per spionaggio politico in relazione ad una complessa vicenda. In seguito aveva frequentato pregiudicati ed aveva avuto contatti con ambienti dell' estremismo. L' inchiesta su di lui tuttavia non approdò a nulla. Ma una cosa colpì il giudice: Quel rapporto di polizia precedente a Via Fani racconta Imposimato aveva come intestazione indagini relative a un sequestro di persona. Non sono riuscito mai ad avere una spiegazione esauriente ricorda ora il senatore comunista. Imposimato cita invece lo straordinario ottimismo dimostrato alla vigilia della strage dal capo della polizia, Giuseppe Parlato, che, proprio nello studio di via Savoia, rassicurò Aldo Moro e Nicola Rana: Su Moreno continueremo ad indagare, ma comunque va tutto bene, state tranquilli. Com' è noto il partito della fermezza nasce pochi istanti dopo la strage di via Fani. Il governo di unità nazionale viene votato in poche ore mentre la sera prima sembrava impossibile: Tina Anselmi era stata incaricata dal Pci di far sapere ad Aldo Moro che i gruppi parlamentari comunisti avrebbero negato il sostegno al governo. Anselmi aveva chiamato il presidente della Dc la sera del 15 marzo e Moro le rispose angosciato: Signorina, pochi sanno che siamo ormai sull' orlo del baratro. La risposta di Berlinguer Il 16 marzo, votato il governo, i partiti cominiciano a riflettere su cosa stia succedendo in Italia. Alle Botteghe oscure c' è un timore preciso: le Br chiedono il riconoscimento politico come organizzazione armata combattente. Il Pci intuisce subito un rischio: una volta ottenuto lo status richiesto, automaticamente si sarebbe stabilito un collegamento ufficiale e consequenziale tra le Brigate rosse, i gruppi armati stranieri e i paesi che li appoggiano. Così per 55 giorni la risposta di Berlinguer alle Brigate rosse è no. Il sequestro si conclude senza questo riconoscimento politico interno. Sul piano internazionale, invece, l' azione delle Brigate rosse le ha fatte decollare. La loro capacità guerrigliera viene apprezzata in particolar modo dal nucleo centrale dell' Olp. Arafat ha sì fatto avere alle br un pubblico invito a liberare Moro, ma inutilmente. Nonostante questo comunque, neanche un mese dopo l' assassinio di Moro, il vertice dell' Olp cerca contatti con le Br a Parigi per stabilire un grande patto che viene siglato prima del Natale ' 78. Da una parte Moretti, Braghetti e Guagliardo. Dall' altra Abu Ajad, capo dei servizi di sicurezza dell' Olp. Nell' inchiesta romana dei giudici Priore e Imposimato e nei fascicoli dell' indagine di Mastelloni a Venezia, il patto di collaborazione è descritto con chiarezza. Un anno dopo, nel ' 79, le Br ottengono 15O Sterling e alcuni missili terra-terra. Offrono all' Olp un deposito strategico in Italia. Secondo la magistratura, quelle armi sparano in quasi tutte le azioni brigatiste degli anni successivi, fino a via Prati di Papa. I missili sarebbero dovuti servire a Giovanni Senzani nel 1981 per attaccare la sede del Consiglio nazionale Dc di piazzale Sturzo. Dice Rosario Priore, giudice istruttore romano: Quella strage avrebbe segnato l' inizio della guerra civile. La mancata attenzione al sequestro annunciato, il non aver forse deliberatamente raccolto una probabile segnalazione della base di via Montalcini, (che perfino i brigatisti avevano intuito), l' intransigenza del partito della fermezza, i depistaggi dei piduisti del Viminale, la scelta del partito della trattativa di non rendere noto all' esecutivo il proprio canale, costituirono un insieme di elementi che, ben lungi dal salvare Moro, ne affrettarono la morte. 9 maggio ' 78. Da via Montalcini parte la Renault rossa con il cadavere di Moro nel portabagagli. Al Viminale, Claudio Signorile, allora vicesegretario del Psi, si trova nello studio di Cossiga. Non è la prima volta che l' esponente socialista va a trovare l' allora ministro dell' Interno: durante il sequestro gli ha riferito che i socialisti continuano a cercare un canale... il giorno prima Craxi aveva manifestato a Fanfani la preoccupazione che le cose potessero precipitare. Aveva ribadito la necessità di una manifestazione pubblica di attenuato rigore da parte della Dc. Il 9 maggio, nello studio di Cossiga, Signorile sta rinnovando l' invito. Nonostante l' ultimo comunicato delle brigate rosse con l' annuncio della prossima esecuzione, il vicesegretrario del Psi ritiene che ancora sia possibile tentare. Invece arrivò un primo allarme della polizia, generico, racconta Signorile Dicevano che c' era un' auto in via Caetani dove forse... allora Cossiga esclamò pallidissimo: è finita. Poi richiamarono. Ormai avevano trovato il corpo del presidente della Dc. Cossiga ripeté: E' proprio finita. E subito aggiunse, abbassando gli occhi mi dimetto.
(Da "La Repubblica" del 17/06/1988)
TROPPE CAMICIE IN VIA GRADOLI
Savasta conferma: fin dal luglio del ' 78 la polizia avrebbe potuto arrestare Mario Moretti, Prospero Gallinari e Anna Laura Braghetti. In un' intervista a L' Espresso, il pentito riferisce di come, due mesi dopo la morte di Moro, Anna Laura Braghetti, che continuava a svolgere la sua funzione di prestanome nella base di via Montalcini, si fosse accorta di essere pedinata. Venimmo informati anche racconta Savasta che un poliziotto si era recato nel suo ufficio per chiedere informazioni. Nei giorni successivi, la Braghetti passò in clandestinità, e Moretti e Gallinari rimossero il falso tramezzo e sgomberarono l' appartamento. Secondo Savasta, inoltre, non c' è alcun mistero dietro la scoperta del covo di via Gradoli. A provocare l' infiltrazione che attirò sul posto i vigili del fuoco fu infatti a detta del pentito l' attività di bucato a cui Anna Laura Braghetti si assoggettava durante la convivenza con Moretti: la br avrebbe lasciato infatti aperto il rubinetto della vasca dopo un risciacquo del gran numero di camicie possedute dal compagno. Il pentito esclude rapporti tra la malavita organizzata e le Br su cui invece insiste Panorama: Enrico Paghera, un delinquente comune in contatto con i servizi, rivela al settimanale di essere stato convinto da un misterioso capitano dei carabinieri a dire ai giudici che il volantino sul lago della Duchessa era stato diffuso da Azione rivoluzionaria. Panorama si chiede se l' iniziativa non servisse a tranquillizzare Toni Chicchiarelli, il malavitoso che avrebbe anche fotografato Moro prigioniero, e a coprire chi presumibilmente Chicchiarelli aveva cominciato a ricattare.
(Da "La Repubblica" del 19/06/1988)
FORSE A FIRENZE I CAPI BR
Era a Firenze il comando generale delle Brigate rosse che gestì il sequestro e l' assassinio del presidente della Dc Aldo Moro? A questo interrogativo stanno cercando di dare una risposta gli uomini della Digos del capoluogo toscano che sono stati incaricati dal sostituto procuratore della Repubblica di Roma, Franco Ionta, di svolgere una serie di accertamenti in merito al ruolo svolto dalle br fiorentine durante il caso Moro. Sulla nuova inchiesta, per il momento, non sono trapelati ulteriori particolari, nè tantomeno è stato possibile appurare dal magistrato, attualmente in ferie, i motivi che lo avrebbero indotto ad indirizzare le nuove indagini sul caso Moro in direzione della città di Firenze. Per certo risulta che nel capoluogo della Toscana, una decina d' anni fa, proprio in concomitanza con l' agguato di via Fani, come risulta dagli atti del processo a carico dei brigatisti del comitato rivoluzionario toscano, c' erano tre covi base: in via Barbieri, in via Unione Sovietica e in via Pisana. Secondo le indagini svolte all' epoca, gli appartamenti di via Unione Sovietica e di via Pisana sarebbero da escludere. Rimarrebbe, quindi, la terza possibilità. Le br, stando agli atti del processo contro il comitato br toscano, occuparono dal settembre ' 77 al dicembre ' 78 l' appartamento di via Barbieri, scoperto solo dopo la cattura di quattro brigatisti Cianci, Baschieri, Bombaci e Barbi. Moro fu sequestrato nel marzo del 1978 e assassinato nel maggio dello stesso anno. L' appartamento fiorentino di via Barbieri venne scoperto solo sette mesi dopo. Dunque non si può affatto escludere che proprio a Firenze il comitato esecutivo delle br sia rimasto riunito in permanenza, nell'appartamento di via Barbieri, durante l' intera operazione Moro.
(Da "La Repubblica" del 02/08/1988)
GUERZONI "MORO FU UCCISO PERCHE' ERA LEALE COL PCI"
Moro fu ucciso perché tutti sapevano che se il Pci avesse vinto le elezioni lui non avrebbe impedito un governo con i comunisti. Corrado Guerzoni, che con Nicola Rana fu uno dei più stretti collaboratori di Aldo Moro, per la prima volta ha rotto il silenzio sull' assassinio del leader dc con un articolo scritto per la Gazzetta del Mezzogiorno. Non sappiamo scrive Guerzoni chi ha deciso di uccidere Moro, quando lo ha deciso, di chi si è avvalso, a chi ha delegato il compito, quanti e chi ne furono a conoscenza, favorirono, tollerarono il rapimento e l' omicidio. Ma senza dubbio, almeno in sede politica, sappiamo perché è stato ucciso: per la sua posizione nei confronti del Pci. Guerzoni precisa che non bisogna pensare che l' avversione all' onorevole Moro derivasse dal fatto che egli era favorevole all' inserimento dei comunisti nella maggioranza parlamentare o eventualmente a forme più stringenti di partecipazione ad un governo a direzione dc. Il punto centrale era la convinzione che Moro avrebbe garantito che anche per i comunisti sarebbe stato rispettato fino in fondo il gioco democratico. E cioè che se i comunisti avessero vinto le elezioni, nulla sarebbe stato fatto per impedire, a loro danno, il rispetto formale e sostanziale del dettato costituzionale. Ciò che preoccupava i nemici di Moro, conclude Guerzoni, era che egli sarebbe stato in ogni circostanza tutore, garante, testimone della correttezza democratica. Ciò era considerato non indecente o scandaloso ma semplicemente impossibile. Su questa controversia si è giocata la vita di Aldo Moro.
(Da "La Repubblica" del 07/09/1988)
L' ULTIMO LATITANTE BR BASTAVA POCHISSIMO PER SALVARE ALDO MORO
Una concessione anche piccola, come la liberazione di un solo detenuto, magari con problemi di salute, avrebbe consentito di salvare la vita di Aldo Moro. Nel gruppo di nove terroristi che fece il rapimento non c' erano stranieri e la ridicola storia del Grande Vecchio è scaturita dal fatto che Moretti era chiamato il Vecchio dagli altri brigatisti. Lo afferma Alessio Casimirri, trentasette anni, uno dei brigatisti del commando che rapì il leader democristiano, in una intervista che sarà pubblicata sul prossimo numero di Famiglia cristiana e di cui ieri è stato anticipato il testo. Alessio Casimirri è l' ultimo latitante del commando che agì in via Fani. Nome di battaglia Camillo, entrò nelle Brigate rosse nel 1972 e divenne presto uno degli uomini di spicco della colonna romana. Non era un semplice gregario. La Corte di Assise di Roma, per il processo Moro-ter, lo ha condannato all' ergastolo il dodici ottobre scorso. Casimirri racconta: Oggi lavoro, ho una nuova vita sentimentale e due bei bambini che occupano gran parte del mio tempo e dei miei interessi. No, non dirò in che Paese sono. E spiega:Se mi sono deciso a parlare è per un unico motivo: sono scaduti i termini della legge sulla dissociazione. Non voglio usare questa legge né essere confuso con la categoria dei dissociati. Non sono né un pentito né un dissociato né un irriducibile. Anzi, rifiuto questa divisione che considero un tentativo di esorcismo storico. E' un dato di fatto che oggi una fase politica e sociale che è conclusa in Italia. Alessio Casimirri, si legge nell' intervista del settimanale cattolico, esclude nella maniera più categorica la partecipazione o il benchè minimo intervento dei servizi segreti nel sequesto Moro e in tutta la attività delle Br almeno per il periodo in cui ha fatto parte della organizzazione, ossia fino al 1982. Casimirri ha anche detto che la operazione Moro non aveva una conclusione predeterminata. Tutte le soluzioni erano possibili secondo lo svolgimento degli avvenimenti. Per quanto riguarda la strage di via Fani le nostre disposizioni ha detto erano di rapire Moro. Poi un agente ha sparato e c' è stata la nostra reazione al fuoco. Da chi venne presa la decisione di uccidere Moro? chiedono i due redattori di Famiglia cristiana. Nella conclusione della vicenda Moro risponde il brigatista latitante non ho potuto partecipare perchè ero congelato. Avevo ricevuto una perquisizione dei carabinieri e la direzione di colonna di Roma aveva deciso che mi trovavo in una situazione pericolosa per cui fui sospeso dal lavoro politico per molte settimane, più o meno fino alla conclusione della vicenda. Così non ho potuto partecipare al dibattito finale. Da quel che so la decisione finale fu presa all' unanimità dopo una discussione che si sviluppò in tutti i livelli dell' organizzazione. Per Casimirri non c' è nulla da chiarire di quei giorni. La presunta influenza o l' intervento diretto di un qualsiasivoglia servizio segreto nell' azione di via Fani la escludo. Escludo il benchè minino intervento dei servizi nel sequestro Moro e in tutta l' attività delle Br almeno fino al momento della mia permanenza nell' organizzazione. Siamo stati il frutto della nostra generazione politica. Abbiamo, sì, avuto influenze di tipo ideologico, soprattutto nei primi tempi nel ' 72-' 73 e soprattutto sudamericane, ma niente di più. Vorrei chiarire anche un punto che sempre mi ha fatto ridere quando appariva sui giornali. Mi riferisco alla storia del Grande Vecchio che starebbe dietro il sequestro Moro e dietro le quinte delle Brigate rosse. E' nata dai racconti di qualche pentito male informato. Noi chiamavamo a Roma Mario Moretti il Vecchio per via dell' età: era un po' più grandicello di noi. Lui usava come tutti un nome, anzi vari nomi di battaglia. Però, riferendoci a lui, noi lo chiamavamo abitualmente Il Vecchio. Da qui è nata questa ridicola storia. Tra l' altro Moretti non era un imperatore nelle Br cui si possono imputare tutte le responsabilità e le decisioni. Era un compagno con compiti di direzione alla pari di altri compagni. Non dimentichiamo che le Brigate rosse erano un collettivo dove tutte le decisioni venivano sempre prese in forma collegiale e dopo esasperanti discussioni e approvazioni all' unanimità. E le Br di oggi? Quello che ieri aveva un senso oggi non lo ha più. Quello che ieri era giusto, oggi non è più giusto. L' Italia attuale non è la stessa di quando è nata e si è sviluppata l' esperienza delle Br.
(Da "La Repubblica" dell'08/11/1988)
L'EPISODIO DI VITERBO
Un episodio inquietante è quello avvenuto a Viterbo il 21 marzo 1978. Nel pomeriggio di quel giorno, un ragazzo di quindici anni, Roberto Lauricella, riferì, telefonando al 113, di avere notato un pulmino giallo e bianco con targa tedesca e due persone a bordo, seguito da una berlina Mercedes color caffellatte anch'essa con targa tedesca e cinque passeggeri. Di questa seconda vettura era stata aperta per un attimo la portiera posteriore sinistra e Lauricella aveva ritenuto di intravedere, tra le gambe di uno dei passeggeri, una "machine pistol". Il ragazzo fu in grado di indicare la targa del pulmino: Pany 521. La questura di Viterbo dispose una battuta lungo la strada in direzione di Roma imboccata dai due autoveicoli, ma senza successo. La questura di Roma, informata, interessò, tramite l'Interpol la polizia tedesca. Il 24 marzo l'Interpol forniva due interessanti notizie: la targa segnalata non apparteneva ad un pulmino ma ad una autovettura Volvo; detta autovettura apparteneva a tale Norman Ehehalt, noto per avere prestato assistenza ad una associazione criminale e per la sua appartenenza ad un gruppo anarchico. Successivamente, il 28 marzo, l'Interpol riferiva che la Volvo, alla quale la targa apparteneva, era stata gravemente danneggiata in un incidente stradale avvenuto a fine dicembre 1977. Sempre tramite l'Interpol, la polizia tedesca chiedeva di conoscere i motivi che avevano indotto la polizia italiana a richiedere le informazioni. Purtroppo nessuno provvide a dare disposizioni ai posti di frontiera perché fossero effettuati controlli al momento in cui i due automezzi avessero effettuato il rientro in patria. Il 6 aprile il ragazzo fu finalmente convocato dalla questura di Viterbo per mettere a verbale la sua deposizione. Il 18 maggio la polizia tedesca rinvenne, nel corso di una perquisizione in una tipografia, le targhe Pany 521 bruciacchiate e piegate. Nessuna traccia fu invece trovata dell'autovettura Volvo. Norman Ehehalt rifiutò di rispondere alle domande della polizia tedesca e successivamente all'interrogatorio per rogatoria del giudice istruttore di Roma. La circostanza, successivamente riferita da Patrizio Peci, che il terrorista tedesco Willy Peter Stoll sarebbe stato in contatto con Moretti almeno fino alla scoperta della base di via Montenevoso, richiamò di nuovo l'attenzione sull'episodio di Viterbo. L'Interpol aveva infatti accertato, secondo quanto riferisce il giudice istruttore Ferdinando Imposimato nell'ordinanza di rinvio a giudizio dell'11 gennaio 1982, l'esistenza di un rapporto tra Stoll e Ehehalt in base alla testimonianza di Ettore Tacco alla Digos del 31 marzo 1978. Il rifiuto di quest'ultimo di fornire spiegazioni può, quindi, essere interpretato, sempre secondo quanto dedotto dal giudice Imposimato, come un atto tendente a coprire Stoll nel caso questi fosse stato uno degli occupanti delle macchine di Viterbo. A conferma dei collegamenti di Stoll con i terroristi italiani, va sottolineato che, quando egli fu poi ucciso a Dusseldorf in un ristorante cinese, aveva con sé dei documenti concernenti tali rapporti.
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