Di Redazione.
Scrive Sergio Rizzo "Siamo al giro di boa, visto che poco più di due anni e mezzo ci separano dalla chiusura del Piano nazionale di ripresa e resilienza finanziato dall’Europa. E le cose non andrebbero poi tanto male, almeno a sentire la Corte dei conti. I soldi arrivano: in tre rate abbiamo già incassato 85,4 miliardi dei circa 200 che ci spettano. I progetti procedono, anche se in qualche settore si avvertono dei ritardi. I costi, soprattutto delle infrastrutture, sono saliti per colpa dell’inflazione anche del 20 per cento. Dobbiamo recuperare un po’ di quattrini per i progetti definanziati: parliamo di 18 miliardi, e non sarà facile. Mentre le modifiche da apportare al Piano sono ancora indietro e sarebbe il caso di darsi una mossa, dice la Corte dei conti. Ma la vera preoccupazione è per ciò che resterà. Il Pnrr doveva essere anche occasione per la rivoluzione digitale della nostra burocrazia, ancora tragicamente arretrata. Si calcola che per adeguarla agli standard europei manchino ben 65 mila figure qualificate con lauree scientifiche e tecniche. Per non parlare del privato. Le stime dicono che entro il 2026 si potrebbe generare in Italia una domanda di 111 mila nuovi occupati nei soli settori dell’informatica e delle telecomunicazioni: metà dei quali per effetto del Pnrr. Un bel po’ di giovani cervelli non più costretti a emigrare, ci pensate? Fosse davvero così, solo per questo il Pnrr sarebbe stato un buon affare".
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