mercoledì 29 novembre 2023

UCRAINA QUELLE FERITE DA CURARE (29/11/2023)

Di Redazione.


Riporta Fiamma Tinelli "La guerra che fa male, Paola Severini Melograni l’ha vista molte volte. È stata in Libano, nel Kurdistan iracheno, è appena tornata dall’Ucraina. Nella sua vita ha incontrato donne cieche per una granata, bambini amputati da una mina colorata come una farfalla. «Ferite atroci, che segnano per sempre». Giornalista, «convintamente cattolica», frequentatrice di carcerati, matti e disabili, Severini conduce su Rai 3 una trasmissione che è il perfetto esempio di cosa vuol dire fare servizio pubblico, se solo lo si vuole: O anche no, dedicata a inclusione e disabilità. Nel suo appuntamento televisivo settimanale racconta storie belle, cerca soluzioni. Fa ridere, perfino. «Ci guardano in tantissimi, anche chi coi disabili non c’entra». Il 1° dicembre, in occasione della Giornata mondiale delle persone con disabilità, condurrà in prima serata su Rai 3 uno speciale di Oanche no che parla della guerra come “fabbrica di disabilità”. Ospite d’onore l’ex calciatore Andrij Shevchenko (NELLA FOTO IN ALTO DA SINISTRA SHEVCHENKO E LA TINELLI), oggi consigliere del presidente Zelensky, in viaggio in un’Ucraina ferita. Ma andiamo per ordine: il perché a Severini interessi tanto il mondo dei disabili è già una storia nella storia. 

A 17 anni già si occupava di handicap. Si può dire, handicap? 

Certo che si può dire. Il politicamente corretto mi fa ridere, non è che se sei sordo e ti chiamano non udente cambia qualcosa. Quello che fa la differenza è come ti trattano. È l’inclusione. 

Una ragazzina di quell’età di solito pensa ad altro. Ai vestiti, alle battaglie di piazza casomai. Perché la disabilità? 

Semplice, in 5ª ginnasio m’innamorai di Antonio Guidi, (ex ministro per la Famiglia e la Solidarietà sociale, ndr), spastico. Che poi, che fosse spastico per me contava poco, io vedevo solo che era intelligente, bello come il sole. Ci sposammo che ero ancora minorenne, abbiamo avuto tre figli. Poi è finita, ma fu l’inizio di un’avventura. 

Cioè? 

Grazie a lui, medico, incontravo persone eccezionali. Frequentavamo Franco Basaglia, Enzo Aprea, Domenico Modugno. Se stai con gente che al ristorante fatica a tenere in mano un bicchiere di vino, t’ingegni. Io prendevo la Bic dalla borsa, toglievo il tubo dell’inchiostro e la porgevo come una cannuccia. 

Negli anni Settanta,Basaglia le mostrò i manicomi. 

Il mio incubo più terribile. Ho visto donne legate al letto come bestie, bambini down abbandonati in un angolo, soli. Li chiamavano matti, talvolta erano solo strani, diversi. La disabilità ha tante forme. C’è quella che si vede e quella che resta nascosta, ma fa male lo stesso. 

La prima volta che ha toccato la guerra? 

In Libano, negli anni Ottanta. Partii con il mio ex marito, dovevamo organizzare un ponte di aiuti. Beirut era un cumulo di macerie e dolore, c’era gente a cui il fuoco delle bombe aveva cancellato la faccia. Lì ho capito quanto si poteva fare.

Nel 1994, accanto a Maria Pia Fanfani, allora presidente della Croce Rossa, aiutò i sopravvissuti del genocidio in Ruanda. 

Li portavamo in Italia perché facciamo le protesi migliori del mondo. Bambini tutsi di 10 anni con le gambe mozzate da un colpo di machete, perché gli hutu, che erano più bassi di loro, volevano accorciarli. 

Per la puntata speciale di O anche no ha intervistato Andrij Shevchenko. 

Mi ha detto: questa è la partita più importante della mia vita, è la differenza tra esistere o non esistere. Sheva conosce bene il dolore di un popolo che si batte per sopravvivere: è figlio di contadini, la sua bisnonna morì di fame durante l’Holodomor, la carestia provocata dai sovietici. Da 21 mesi vede la sua gente martoriata. Chi sopravvive, si porta addosso segni indelebili. 

Che cosa vi ha mostrato del suo Paese? 

In visita ai centri di riabilitazione, ha raccolto storie che dicono tutto. Come quella di Katya, 13 anni: un missile le ha ucciso la mamma, lei è sopravvissuta ma ha il corpo lacerato dalle schegge. O quella del soldato Rostyslav, che si è battuto per difendere Mariupol. Torturato per mesi dai russi, non riesce più a camminare. Dove c’è guerra, non c’è pietà. 

E dove non c’è guerra, c’è il tabù. Nel 2016 fece di tutto perché il pianista Enzo Bosso venisse invitato a Sanremo. 

Fu un successo travolgente. Passò un messaggio fondamentale: se ce la fa lui, ce la possiamo fare tutti.

Ma serve aiuto. La politica italiana sostiene i disabili? 

Più che altro li usa quando servono. Se non fossero sotto schiaffo della politica, che permette loro la sussistenza attraverso i finanziamenti, i milioni di disabili italiani – dai tetraplegici ai malati di Alzheimer – sarebbero una potenza. E invece manca ancora una legge sui caregiver, quelli che io chiamo i curacari. Gente che spende la vita per curare un familiare, che si ammala di stress, e che ha diritto a un riconoscimento economico, a facilitazioni sul posto di lavoro, perché solleva lo Stato da un compito immenso. Altro che legge 104.

Lei è cattolica. 

Recito il rosario tutti i giorni.

E si dice radicale. 

Da sempre, ho anche la tessera di Nessuno tocchi Caino. 

Parrebbe una contraddizione. 

E perché? Sono antiabortista, ma non nego il diritto all’aborto. La libertà di scelta non si tocca. Quel che importa sono le battaglie, e i radicali sono gli unici a battersi per i dimenticati. 

Come mai la sua trasmissione s’intitola O anche no? 

Perché per i disabili la vita può essere difficile. O anche no. 

Il rischio del pietismo è dietro l’angolo. Come se ne tiene lontana? 

Ci vuole competenza. Non si racconta lo strano ma vero, il tizio con due teste, ma la persona. I disabili non sono eroi, anche loro si mettono le dita nel naso. Con cura e pudore si può parlare di tutto, anche di sesso. 

Come l’ha cambiata toccare il dolore da vicino? 

Mi ha reso più paziente. Testarda, anche. Amo solo le persone difficili, alla lunga è un problema. Un amico psichiatra mi ha detto: Paola, guarda che ogni tanto ti devi arrendere, non è che si può risolvere tutto. 

E lei, sa arrendersi? 

No".

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