Di Redazione.
Al giorno d’oggi siamo sempre più esposti ai social e ai confronti. Questo porta, soprattutto i giovani, a vivere le situazioni con stress ed insicurezza. Abbiamo chiesto un parere in merito al Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Provincia di Trento Roberta Bommassar (NELLA FOTO IN ALTO). “In generale la società, ma soprattutto il mondo dei social ci portano a vivere ogni cosa come una prestazione”, sottolinea la Presidente. “Soprattutto tra i giovani è molto comune il confronto con quello che si vede sui social. Questo porta ad un eccessivo carico di aspettative rispetto alla propria vita, messa a paragone con le fantastiche esperienze mostrate dagli altri sui social. È un fenomeno sociale, ma anche economico, infatti qualsiasi aspetto della propria esistenza viene messo in discussione: la disponibilità economica, la prestanza fisica, quello che si fa. Ogni cosa è motivo di giudizio e ogni cosa viene giudicata”.
Percezioni che si scontrano poi con la vita “reale” di tutti i giorni.
Sì, spesso le aspettative che, in base a quello che la società e i social ci spingono a vedere e invidiare, siamo spinti ad avere, vengono deluse da esperienze personali, che nella nostra testa non rispecchiano quello che vorremmo ci accadesse, portandoci a provare tristezza in un momento che dovrebbe farci stare bene, il contrario di quello che ‘dovrebbe’ essere.
Ad esempio?
Un esempio di tutto questo fenomeno potrebbe essere la manifestazione di una sorta di tristezza, malinconia, correlata all’estate che si origina per le aspettative deluse rispetto a questo periodo dell’anno. Si potrebbe definire come Summer Blues, ma è un meccanismo generale che influisce su tutta la nostra vita: le aspettative deluse e la prestazione non completata che causano un senso di invidia e incompletezza.
Insomma, una sorta di depressione estiva?
Rispetto a questa stagione ci sono dei fenomeni che potremmo classificare come scatenanti di questo sentimento: l'estate si porta dietro una serie di “stereotipi ciclici”, preconcetti che la accompagnano, requisiti da soddisfare. Quando sentiamo la parola estate pensiamo a sole, mare, vacanza, divertimento. Ma non per tutti è così. Ormai andare in vacanza non è più prendersi del tempo per se stessi, rilassarsi, e leggersi un libro, ma è diventata anch’essa una prestazione, da postare, condividere, far vedere agli altri. Si vuole essere invidiati per non invidiare.
L’obiettivo è diventato vivere tutto al massimo, mostrare al mondo che lo si sta facendo.
Sì, e tutto è anche correlato dall’aspetto economico, il confronto con chi va in vacanza e dove, il dover andare in un posto costoso per dimostrare, per essere riconosciuti. Sembra che si debba sempre fare invidia a qualcuno. Se non ci si diverte “al massimo” per tre mesi, non si fanno esperienze e viaggi, si pensa di vivere un'estate “noiosa”, anzi, quasi di non viverla. Infine c’è il fattore estetico, bisogna essere sempre performanti, al top delle condizioni, e chi non rientra nei “canoni di bellezza” si sente impedito nel raggiungere quella speranza di perfezione, bellezza e felicità che reputava all’estate. Questo meccanismo però è collegabile a molti altri avvenimenti che possono causare preconcetti.
Cosa ci insegna questa tendenza rispetto alla società in cui viviamo?
Che siamo soggetti ad un’estenuazione dei modelli e della perfezione. La nostra società pressa per l’individualismo e il narcisismo, la persona si sente costantemente giudicata e in dovere di realizzare queste aspettative e, il riscontrare che queste aspettative non corrispondono alla realtà, e lo stress che il provare a realizzarle causa, provoca questi stati d’animo. Il problema sono la competitività e la prestazione che ormai influenzano ogni nostra azione.
Nessun commento:
Posta un commento
Qualsiasi commento anonimo o riportante link NON sarà pubblicato
Any anonymous or linked comments will NOT be published