Di Giuseppe Centore.
Il futuro dell'Alcoa di Portovesme, dopo il definitivo e non più negoziabile abbandono di Alcoa, si gioca su più tavoli: quello mediatico con annunci a effetto, richieste di incontri riservati poi resi pubblici, e appelli anche essi pubblici a fantomatici cavalieri bianchi; e quello concreto, gestito con un profilo basso, ma non per questo meno autorevole dal ministero dello Sviluppo Economico, che ha nella Provincia di Carbonia-Iglesias il suo interlocutore naturale. Il presidente dell'ente, Salvatore Cherchi, per storia personale e politica si trova a essere naturale mediatore tra territorio, sindacati ed enti locali e governo. Ingegnere minerario, ha iniziato la sua carriera proprio in quella fabbrica, prima di entrare nel 1983 in Parlamento, dove vi è rimasto, tra Camera e Senato, per cinque legislature, sino al 2001. A Montecitorio è stato più volte relatore di maggioranza del Bilancio dello Stato, ed è stato componente della commissione Industria e Partecipazioni Statali. Sindaco di Carbonia per 9 anni, da due è presidente della Provincia.
In questi giorni Tore Cherchi è impegnato non solo in incontri istituzionali e pubblici, con i sindaci e i lavoratori, ma anche in riunioni romane con i tecnici del Ministero dello Sviluppo Economico, per trovare alternative convincenti agli americani.
- Ma perché Alcoa se ne va? Energia, logistica, trasporti, mercato, recessione mondiale, giustificano il sacrificio proprio del nostro paese, rispetto alla Spagna, alla fin fine salvata?
«Alcoa non ha fiducia sulla capacità italiana di soluzione strutturale dei problemi di competitività, quello energetico innanzitutto: ecco perché va via. Questo fatto crea un danno serio all'affidabilità di un Paese che è già agli ultimi posti per attrazione di investimenti esteri. L'attuale Governo, diversamente da quello precedente, dovrebbe offrire una soluzione strutturale per l'energia e trattare su questa base con il vertice americano. Se divorzio ci sarà, come temo, dobbiamo tutelarci al meglio. La Provincia ha già deliberato di chiedere il ripristino ambientale con le migliori tecniche disponibili. Avverto che il piano relativo dovrà essere approvato in sede propria, prima di qualsiasi atto funzionale alla chiusura della fabbrica. Il Governo metta all'incasso la sanzione di 300 milioni di euro comminata ad Alcoa dall'Unione europea e la reinvesta nel territorio».
- Cosa può fare il Governo per rendere meno drammatica la situazione? E' possibile mettere insieme una cordata di imprenditori, simile a quella nata a Termini Imerese, dopo la chiusura della Fiat? È credibile l'ingresso di altre multinazionali che già operano a Portovesme, come Glencore? E a quali condizioni?
«La fine o la vita di questi settori produttivi hanno molto a che fare con la politica industriale del paese, non di singoli territori. Spagna, Germania, Francia hanno deciso di mantenere le produzioni di metallurgia. In quei casi, i governi hanno favorito la conclusione di accordi bilaterali fra imprese metallurgiche e produttori di energia. Questo è possibile anche per il Governo italiano, tenuto conto che a Portovesme si fa energia elettrica da carbone, la più economica. Abbiamo un paradosso: la metallurgia chiude e l'Enel vende come e dove vuole energia prodotta a basso costo nel Sulcis. Definito questo punto cruciale, le soluzioni imprenditoriali sono molteplici. Si può produrre anche senza Alcoa e mi risulta che più di una multinazionale sia interessata, ma è tutto da costruire».
- Il Governo ieri ha riferito alla Camera a seguito di interrogazioni urgenti sul caso Alcoa. Come si sta muovendo l'esecutivo?
«Il Governo ha dichiarato il massimo impegno per impedire la chiusura di questo settore produttivo. Sono persone serie e mi aspetto atti concreti e conseguenti. Un approccio sicuramente improduttivo è offrire soluzioni tampone, come accaduto anche nel recente passato, che hanno avuto come unico risultato quello di prolungare l'agonia e di non risolvere nessuno dei problemi strutturali».
- La caduta di Alcoa quali conseguenze immediate e di più lungo respiro avrà per la Provincia e l'isola?
«Le fabbriche sarde che lavorano alluminio sono quattro, più un porto e vari impianti collaterali. Il settore ha un moltiplicatore di un fattore 2,5 sull'economia circostante. Compresa la metallurgia dello zinco, l'Osservatorio industriale della Sardegna valuta un impatto su 5100 famiglie. Volete altri numeri?».
- L'area industriale di Portovesme, nata come risposta alla progressiva chiusura delle miniere, rischia di subire un impoverimento di produzioni e lavoratori senza precedenti. Che futuro potrà avere questo territorio? Quali sono i progetti della Provincia per rendere appetibile l'insediamento di altre imprese e che si può fare per impedire che altre abbandonino l'area? Sulcis Iglesiente è sinonimo di industria (non solo) primaria. Nel futuro, l'economia del territorio sarà ancora così dipendente dal manifatturiero?
«L'industria nel Sulcis Iglesiente ha radici profonde. Decretarne la fine non è lungimirante. Alle esigenze di oggi, ci si adegua reinventando processi e prodotti. Che l'industria non possa da sola trainare lo sviluppo è ben chiaro da almeno 20 anni e infatti sono state messe in campo numerose iniziative di conversione/integrazione del modello di sviluppo. Mi riferisco, in particolare, alla Nuova Programmazione basata sulle politiche dal basso, che hanno impegnato notevoli risorse, senza apprezzabili risultati, come accaduto in quasi tutto il Mezzogiorno e come ben conosce il neo ministro Barca. Questo è un punto su cui gli economisti sorvolano. Da parte nostra abbiamo individuato un articolato Piano strategico fatto di programmi e progetti con un buon potenziale. Cito ad esempio il settore turistico, dove l'obiettivo è recuperare il ritardo ed allinearci sulla media regionale. Questo significa triplicare le presenze nel territorio, obiettivo importante ma non impossibile, e una crescita occupazionale di 1300 addetti: un potenziale importante. Ma attenzione: due società pubbliche (Sose e Crenos) avvisano che serve un salto di competitività nelle imprese esistenti, che altre si dovranno inserire e che occorrono molte, nuove strutture ricettive orientate sulla fascia alta nel mercato. Il tutto richiede decisioni politiche serie: questa Giunta regionale ha accordato un numero notevole di riunioni sui singoli problemi ma non ha mai, ripeto mai, concesso un incontro per assumere decisioni di
carattere strategico. Senza una visione impegni singoli cadono nel vuoto».
- Va bene il futuro, ma dal 17 marzo gli operai Alcoa saranno in mobilità. C'è una alternativa a questo scenario?
«L'ipotesi della mobilità è fuori dal mio orizzonte. So che è evitabile e se le decisioni porteranno a quello, non le condividerò e farò le mie scelte».
La carta delle bonifiche può rappresentare un'alternativa o è solo una precondizione per ulteriori insediamenti?
«Anche su questo punto è meglio essere chiari. Le bonifiche vanno comunque fatte negli impianti già dismessi e sono il prerequisito per il riuso del territorio. Anche in questo campo il ritardo sulla costa mineraria e a Sant'Antioco è scandaloso, la responsabilità della Regione è lampante. Ma voglio pensare positivo. Con Regione e sindacati abbiamo concordato una posizione comune sul futuro della fabbrica e delle produzioni. Sto a questo impegno e lavoro per il successo della proposta. Per altre valutazioni ci sarà tempo».
- Insomma, lei non si sente orfano degli americani.
«Alcoa è solo una multinazionale che pensa prima alla Borsa e poi alle persone. Il mio interesse per Alcoa è strumentale alla soluzione di un problema: finisce qui. Sono invece molto legato alle idee e ai progetti di due intellettuali, sardi e sardisti, Mario e Giorgio Carta, spessi dimenticati: due giganti, scienziato l'uno, inventore l'altro, del grande e moderno progetto di impresa metallurgica, innestato in una tradizione culturale bisecolare, basato sulla crescita dei sardi, sulle manifatture che trasformano produzioni di base, sulla ricerca tecnologica. Quel progetto fu sconfitto da un potere politico (il centrosinistra di allora) subalterno al fallimento dei privati, quando si consentì a Edison di scaricare sulla nascente, moderna industria sarda, i rottami della Montecatini e gli impianti manifatturieri furono trasferiti al Nord. Per dirla con un nostro conterraneo poeta, ci dichiariamo vinti ma non siamo convinti. Oggi, bisogna ripartire dallo spirito che animava moderni intellettuali come loro e viverlo nel presente».
(Da "La nuova Sardegna")
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