Di Alfredo Franchini.
Susanna Camusso conosce bene la storia della vertenza Sardegna e l’anno scorso partecipò allo sciopero generale con 50 mila persone in corteo. Sostenitrice dell’industria non può che condividere lo stato d’animo degli operai sardi: «Noi siamo co i lavoratori di Alcoa, afferma la segretaria della Cgil, «è incomprensibile che il governo continuit a non dire ai sindacati e ai lavoratori che cosa intende fare. Non si può accumulare vertenze senza risposta». Mentre la segretaria della Cgil, a Cagliari per la presentazione di un libro sul precariato, è in conferenza stampa nella facoltà di Scienze politiche, arriva la notizia degli incidenti di Roma in cui è rimasto ferito il capogruppo del Pd, Giampaolo Diana. «Le giuste rivendicazioni del diritto al lavoro, afferma Camusso, «non devono mai rischiare di essere adombrate da episodi che nulla hanno a che fare con la legittima protesta degli operai». Camusso sostiene da sempre che senza industria non ci può essere futuro. Ma la drammaticità della crisi sarda fa temere il peggio: le grandi industrie delle ex Partecipazioni statali hanno abbandonato l’isola, il manifatturiero è alle corde. Susanna Camusso, accanto al segretario regionale della Cgil, Enzo Costa, che si batte da tempo per far uscire la vertenza Sardegna fuori dai confini dell’isola, riflette: «La vertenza della Sardegna per alcuni aspetti è già una vertenza nazionale. Bisogna che, oltre agli aspetti più generali della vertenza, sia riconosciuto lo svantaggio competitivo che deriva dall’insularità. E c’è da affrontare i veri nodi che sono infrastrutturali, a cominciare dal gap energetico». E tra gli obiettivi dell’isola, la segretaria della Cgil non ha dubbi: «Si deve fare in modo da mettere fine alla fuga dei cervelli, puntare su una scuola di qualità. E per l’industria non è pensabile di perdere interi pezzi del settore manifatturiero». Parla piano, pesa le parole e invita alla calma: «E’ un momento in cui bisogna avere nervi saldi e grande tranquillità. Soprattutto non si devono invertire le cose». Camusso si riferisce a Monti e alla sua uscita sul Paese forse non pronto per le riforme. «Il parlamento è sovrano, potrà intervenire sulla riforma del lavoro e noi chiedermo di farlo. Monti si ricorsi che la riforma del lavoro è complessiva ed è lui che fa dipendere le sorti del governo se lega tutto al reintegro in caso di licenziamenti illegittimi». Ma questo non impedisce anche l’autocritica: «Sì, è vero che il sindacato all’inizio, quando furono elaborati i nuovi contratti, aveva sottovalutato il problema dei precari. Ci siamo mossi dopo rispetto all’inizio del fenomeno». Ma i diritti non si toccano, è l atesi della Cgil e a nulla serve toglierli a chi ce li ha, i garantiti, rispetto ai giovani che devono ancora incominciare. Caso mai, assicura Camusso, i diritti devono averli tutti allo stesso modo. Ecco perché, a giudizio della segretaria del sindacato, il governo Monti ha sbagliato a forzare, a voler chiudere la trattativa in questo modo. «E sarebbe meglio che si rendesse conto che non ha incontrato il consenso né del Paese, né tanto meno dei lavoratori. E sarebbe meglio correggere piuttosto che andare a fare una prova di forza». La rabbia dei lavoratori si salda con quello che nell’isola è considerato il problema dei problemi, l’urgenza di creare lavoro. «Siamo all’emergenza sociale. Ma le cose sono legate, per creare lavoro bisogna salvaguardare e proteggere il patrimonio industriale. Dovrebbe essere l’obiettivo primario del governo e della Regione. Invece il governo continua a ragionare solo sul tema del debito. Non va bene, non vogliamo un salvatore che ha salvato il nome del Paese ma poi non salva gli italiani». Anche perché, a giudizio della Cgil, «un Paese che non è in grado di tenere un rapporto con le parti intermedie è una Paese che si priva di una parte della democrazia». Camusso spiega: «Abbiamo fatto il nostro dovere con la riforma del mercato del lavoro ma è mancato un pezzo: l’idea del governo di fare un accordo, perché altrimenti si sarebbe dedicata la stessa attenzione anche sull’articolo 18 come lo si è fatto su tutti gli altri temi. In questo Paese la concertazione non la sta cancellando il governo Monti, ma lo ha già fatto, a suo tempo, il governo Berlusconi». Ciò che forse ogni tanto viene sottovalutato, a giudizio della Cgil, è che le organizzazioni sindacali non sono portatori di interessi corporativi ma generali, visto che la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro. «Ciò che dispiace», dice Camusso, «è che si siano cercate soluzioni con tante lobby corporative e si pensi che i lavoratori siano degni di meno attenzioni: questo è il vero vulnus della società».
(Da "La nuova Sardegna")
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