Di Bruno Manfellotto.
La sintesi migliore si deve alla matita di Emilio Giannelli, disegnatore satirico del “Corriere della Sera”, e al suo Renzi sorridente che, accanto a un Padoan accigliato, esclama: «Una buona notizia, abbiamo deciso di spendere il deficit». E già, è andata proprio così: con la legge di stabilità il governo mette a disposizione dell’economia 26,5 miliardi di euro, ma 14,6 sono figli della maggiore flessibilità chiesta a Merkel & C. riguardo ai vincoli di bilancio: ridurremo il deficit ancora più in là nel tempo. Se poi Bruxelles concederà all’Italia anche la cosidetta clausola immigrati, insomma riconoscerà lo sforzo eccezionale del Paese, allora sarebbero disponibili altri 3,1 miliardi che consentirebbero di anticipare al 2016 la riduzione dell’Ires. In altre parole, chi arriverà qui dalla Libia o dalla Siria potrà dire di aver dato un piccolo aiuto alle imprese italiane... A parte tutto, non è facile dare un giudizio complessivo della legge di stabilità perché, come tradizione vuole, una cosa è il testo licenziato dal governo, altra quello che uscirà da defatiganti sedute parlamentari con il consueto carico di emendamenti e assalti alla diligenza. Ma alcune caratteristiche sono ben evidenti. Innanzitutto, bisogna dirlo, si tratta di una manovra finanziaria espansiva, che punta sulla crescita, e non solo dello zero virgola. E nella povera Italia abituata da una ventina d’anni a sacrifici, aumenti di tasse e cinghia stretta, già questa è una prima rivoluzione. Per arrivarci, Renzi & Padoan hanno attuato una doppia strategia. Prima di tutto riducendo le tasse, cioè cancellando Imu e Tasi sulla prima casa, misura che renderà felici l’80 per cento degli italiani che vivono in una casa di proprietà, misura simile nella filosofia a quella degli 80 euro o, se volete, sorta di patrimoniale alla rovescia. In secondo luogo, una bella fetta della manovra - 14,6 miliardi su 26,5 totali - servirà di fatto ad annullare le cosidette clausole di salvaguardia, cioè quel meccanismo punitivo automatico che fa scattare all’insù tasse, imposte e accise (Iva e benzina, per capirci) quando si vìolano gli impegni di bilancio. Non sono soldi che entrano nelle tasche degli italiani, ma che non ne escono. E non è poco. Se fossimo maligni, ma certo non lo siamo, potremmo dire poi che la manovra ha un vago sentore di campagna elettorale perché sembra fatta apposta per accontentare tutti. Piace ai proprietari di casa, per l’abolizione di Imu e Tasi e per la proroga e l’aumento delle detrazioni per le ristrutturazioni, e piace pure ai Comuni ai quali è stata assicurata la restituzione del minor gettito; piace ai lavoratori autonomi per i quali è previsto un più conveniente regime forfettario; piace agli imprenditori per la riduzione dell’Ires e le agevolazioni per chi assume, e piace ai loro dipendenti per la detassazione dei premi di produttività e la possibilità di accedere al part time senza perdere contributi; piace a molti la possibilità di pagare in contanti fino a 3mila euro, meno a chi ci vede, non a torto, un incentivo alla piccola evasio. ne fiscale che spesso pesa quanto e di più della grande; deve piacere pure all’opposizione di destra che vede realizzati sconti e misure promessi in passato e mai attuati. Dunque, tutto bene? Sì, se non fosse per l’eterno, insormontabile macigno della spesa pubblica, stavolta aggirato (ma Merkel è davvero d’accordo?) eliminando le clausole di salvaguardia con la flessibilità conquistata. Attenzione, però, lo stesso allarme scatterà nel 2017 e nel 2018, quindi occhio ai conti. Insomma, non c’è niente da fare, non c’è riuscito nessuno, né Letta né Monti né il Rottamatore, troppi interessi e posti di lavoro in ballo: la “spending review”, che doveva tagliare dieci miliardi e ora si accontenta più o meno della metà, resta ancora una bella etichetta e un’eterna illusione. E allora? Allora bisogna sperare che il 2016 sia un anno spartiacque, che la ripresa ci sia davvero e che per questa via sia possibile ridurre il rapporto deficit-pil. Insomma, come dice il premier, bisogna avere fiducia. Noi ce la mettiamo tutta. E intanto incrociamo le dita.
(Da "Il Tirreno")
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