Di Redazione.
Riporta Francesco Battistini "Basta sparare sui medici!. Lo striscione in arabo, appeso a due pali sghembi, apparve una mattina del maggio 2006 in uno dei tanti cortili dello Shifa Hospital, l’Ospedale della Guarigione. In quei tempi non c’era guerra, nella Striscia: gli israeliani s’erano ritirati da un anno e nessuno bombardava. Ma nelle corsie si sparava, eccome. Palestinesi contro: medici di Hamas contro medici di Fatah. Da una parte i freschi vincitori delle elezioni, dall’altra il governo spodestato degli uomini di Arafat. I 600 dipendenti legati al vecchio potere erano stati subito licenziati – «se vi fate rivedere, vi uccidiamo!» –, i miliziani islamici giravano a somministrare terrore. E dalla Guarigione s’era passati all’epurazione: via le infermiere che non si velavano, un colpo in testa a chi ricoverava la fazione nemica. C’era stato un accordo tra i due partiti, vietato ammazzare i feriti, ma anche quello era durato poco. Lo Shifa, costruito negli anni Quaranta dagli inglesi perché facesse da caserma, poi riconvertito in ospedale per gli ufficiali egiziani di Nasser, con l’arrivo di Hamas aveva riscoperto la sua vocazione da campo di battaglia. E chi ci lavorava, ci guariva o ci moriva, aveva ritrovato il suo destino di scudo umano. A Gaza ci sono 36 fra ospedali pubblici e presidi privati. Uno ogni 64 mila abitanti, una media quasi europea. Dopo un mese di guerra, gli israeliani li avevano colpiti almeno 250 volte e uno su due già non funzionava più. Dopo cinque settimane, se n’erano fermati due su tre. Dopo sette settimane, siamo all’anno zero: le cliniche della Striscia servono a seppellire i morti, forse a proteggere i terroristi di Hamas, probabilmente a nascondere gli ostaggi. A tutto, meno che a salvare vite. Nell’ospedalino pediatrico Rantisi, senza luce, si son dovuti lasciar morire i prematuri nelle incubatrici; all’Ospedale degli Emirati le partorienti, 160 al giorno, hanno passato ore di travaglio sdraiate nei wc zozzi; a nord, gli infermieri dell’Awda ricaricavano gli apparecchi per la dialisi con le batterie delle auto; allo Sweidi, l’ospedale svedese, s’è medicato con le garze già usate; nell’oncologia dell’Ospedale Turco, un regalo di Erdogan, ci s’è lavati con l’acqua di mare; al nuovissimo Indonesiano, inaugurato poco prima del Covid, si disinfettavano le ferite con l’aceto. Adesso, tutti i reparti di Gaza sono chiusi o stanno chiudendo. Pattugliati dall’unità speciale israeliana Shayetet 13. Distrutti dai tank della 401esima Brigata meccanizzata. Muore un bambino ogni dieci minuti. «Il dolore dei nostri pazienti va oltre ciò che l’umanità su questa Terra può sopportare», si sfoga Fadel Naim, chirurgo che riserva l’anestesia ai gravissimi. «In sala operatoria, diciamo ai feriti che possono solo stringere un fazzoletto in bocca. E urlare». Il sistema ospedaliero è sempre stato l’orgoglio di Hamas. Un simbolo di resistenza. Per non dipendere dagli acquedotti israeliani, il Rantisi era fiero di dissalarsi l’acqua da sé. Per aggirare l’embargo energetico, il Jenin Charitable Hospital usava al 100 per cento il fotovoltaico. Gli ospedali erano la carota d’un welfare che assicurava le cure ai gazawi, imprigionati da 18 anni d’assedio, e insieme il bastone per comandarli: lì dentro non si lavora, se non s’è fedeli al Movimento islamico. Vale anche per l’Onu, accusa Israele: l’agenzia Unrwa dei rifugiati ha perso nei bombardamenti più di cento operatori. È il vecchio dilemma d’ogni umanitario: fin dove si può collaborare, quando un ospedale è di Hamas, dei talebani, d’un dittatore? «Come fai a essere neutrale», risponde con una domanda Sara Pantuliani, direttrice di una Ong, «quando la popolazione e i nostri operatori diventano, tutt’e due, il target degli attacchi?». Sparare sulla Mezzaluna rossa è vietato dalla Convenzione di Ginevra prima ancora che dal buonsenso.Gli autisti delle ambulanze diGaza sono abituati a stare nel mirino o, se va bene, in lunghe code ai valichi d’uscita. Ma la spesa umanitaria oggi è un business, vale 50 miliardi di dollari all’anno in tutto il mondo. Quel che nell’altro secolo era considerato un crimine, nella Striscia è la regola. E lo Shifa, un’eterna trincea: già nel 1971, un cronista del Times raccontava d’uno scontro a fuoco con un militante del Fatah asserragliato sotto un letto dell’infermeria. Nella prima Intifada i soldati venivano presi a pietrate dai pazienti, al grido «uccideteci o andatevene!». E nella guerra del 2009, imiliziani sitravestivano damedici e si nascondevano nei sotterranei dell’ospedale: un luogo,rivelò allora un ministro dell’Autorità palestinese, dov’era normale torturare i collaborazionisti. Unmedico arabo chemise in dubbio le cifre ufficiali sulle vittime dell’operazione israeliana Piombo Fuso, gonfiate da Hamas, siritrovò la casa incendiata. Eppure, non è sempre stato così. Lo Shifa è il più grande ospedale di Gaza, sta fra il porto dei pescatori e il campo profughi di Beach, serve il 70 per cento della popolazione. Ma sapete chi lo rinnovò, costruendo i famosi sotterranei che oggi si pensa proteggano i terroristi? Due architetti israeliani, Gershon Tzapor e Benjamin Edelson. Erano gli anni Novanta, l’epoca degli accordi di Oslo, e si voleva favorire la convivenza arabi-coloni: le diagonali affilate della facciata sono uguali a quelle che decorano l’ospedale Bezalel di Gerusalemme. «Questi luoghi li vivevamo come un’oasi di pace», spiega l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby. Il suo ospedale Al Ahli, il più antico, l’unico cristiano e con un’oncologia ancora da inaugurare, è stato colpito da un missile (non si sa bene di chi) e ha avuto decine di morti. «Io capisco gli israeliani che hanno subìto un attacco blasfemo, malvagio, barbaro. Ma che cosa c’entrano i civili palestinesi?». Mille progetti internazionali hanno cercato d’aiutare gli ospedali di Gaza. Anche da Israele. Solo quindici anni fa, quando governava già Hamas, allo Shifa scendevano ogni mese trenta chirurghi arabo-israeliani. Scudi umanitari. Li mandavano ad assistere i colleghi palestinesi, a insegnare i trapianti. «C’erano sale operatorie datate, tecniche ferme agli anni Settanta», ricorda A., uno di quei dottori: «Ma la base era buona, trovavamo laureati dell’Europa dell’Est e della Turchia, tutti molto professionali». Quei trenta medici israeliani, che allora speravano nella pace, oggi hanno scritto un appello riprendendo il vecchio striscione del 2006: «Basta tirare sugli ospedali!». Ma l’aria è cambiata, lo Shifa è ridiventato prima linea. La Guarigione, un’ecatombe. E altri novanta colleghi, da Gerusalemme, hanno firmato un appello opposto: «Distruggete tutto ciò che serve a nascondere i terroristi: gli ospedali, li ricostruiremo!». Dottori contro. Che si sparano addosso. Anche Ippocrate è morto, sotto le bombe di Gaza".
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