mercoledì 27 novembre 2024

SE LA CRISI CLIMATICA CI ANNOIA (27/11/2024)

Di Redazione.


Disinteressati e forse rassegnati. Tutte le volte che si parla di clima la tentazione è quella di passare oltre. Che noia! È accaduto puntualmente anche per i lavori della Cop 29, conclusisi ieri a Baku in Azerbaigian. Lavori passati quasi inosservati, penalizzati dal voto americano. L'impegno dei Paesi ricchi di aiutare, con trecento miliardi di dollari l’anno, quelli in via di sviluppo affinché riducano le emissioni. Resuscitate le fonti fossili che sembravano messe al bando nella Conferenza precedente di Dubai. Un esito così deludente, dopo i disastri di Valencia o dell’Emilia e Romagna, tanto per restare in Europa, dovrebbe sollevare un’ondata di preoccupazione se non di sdegno. Il 2024 sarà l’anno più caldo di sempre. La crescita della temperatura media, rispetto all’era preindustriale, ha già superato la soglia allarmante di un grado e mezzo. Gli obiettivi di neutralità nelle emissioni al 2050 (che non significa si smetta di produrle) appaiono ancora più difficilmente raggiungibili, persino in Europa dove la sensibilità collettiva è maggiore. Non si è mai consumato così tanto combustibile fossile. Non si è mai inquinato così tanto. Tutto ciò non solleva però alcuna ansia collettiva. Alimenta, al contrario, un pericoloso processo di rimozione sul quale forse dovremmo interrogarci.

La transizione si fa con le scelte tecnologiche, gli investimenti, ma anche con il consenso e la partecipazione della popolazione. Inutile illudersi che venga solo dall’alto, per le scelte di Stati e imprese.

Deve crescere una spinta civica, responsabile. Soprattutto da parte dei cittadini dei Paesi ricchi che hanno un consumo pro capite venti, trenta volte superiore a quello degli abitanti delle Nazioni in via di sviluppo cui si chiede di essere più virtuosi. Invece gli elettori, nelle democrazie rappresentative, hanno premiato, negli Stati Uniti soprattutto, ma anche recentemente in diversi Paesi europei, i gradualisti se non i negazionisti. Una scelta legittima, per carità. Prevalgono, dunque, le preoccupazioni per i costi di un passaggio dalle fonti fossili a quelle rinnovabili, come se ciò comportasse un sacrificio di benessere che la gente giudica oneroso se non iniquo. Vi è una scarsa percezione del rischio che il rinvio determini oneri maggiori (i disastrosi costi anche umani dei fenomeni atmosferici estremi) e persino un progressivo impoverimento, una caduta del prodotto interno lordo (come tutti gli studi prevedono).

Ma c’è di peggio. La lotta al riscaldamento climatico è rimasta intrappolata nella categoria del «politicamente corretto», verso la quale vi è una palpabile rivolta. Colpa anche degli eccessi e delle ingenuità dei sostenitori più accesi della transizione. La decarbonizzazione non si fa solo con le rinnovabili e non si può elettrificare tutto. Ciò è avvenuto non solo con il voto massiccio a Donald Trump, che probabilmente, come ha fatto nel 2016, ritirerà il proprio Paese dagli accordi sul clima. Il presidente americano eletto ha appena nominato a capo del dipartimento dell’Energia, Chris Wright, un protagonista del cosiddetto fracking. Ma è anche vero che i grandi investimenti sulle rinnovabili sono in Stati a guida repubblicana. La crisi dell’auto elettrica, soprattutto tedesca, è accolta con soddisfazione da parte di chi ritiene che si sia esagerato sulle sue virtù ecologiche. Una moda costosa. Ma non è la rivincita del motore endotermico, la cui produzione (non circolazione) dovrebbe essere vietata nell’Unione europea dal 2035. Non si torna indietro come se ci si fosse liberati, finalmente, da una fastidiosa bardatura ideologica. È solo un passaggio di una grande sfida industriale verso una mobilità più pulita che vede i cinesi in vantaggio, ma la nostra industria, europea e nazionale, tutt’altro che sconfitta. Non si torna indietro ma è anche pericoloso restare nel mezzo. Senza fare una scelta precisa, magari dando fiato solo alle preoccupazioni di quelle aziende che temono di andare fuori mercato e meno a quelle che innovano. Investire cioè più sulla difesa dell’esistente, se non del passato, e meno sulla ricerca e sul futuro.

Il paradosso di Baku riguarda il ruolo dell’Unione europea. Troppe le assenze (la Cina per esempio). È toccato soprattutto agli inviati di Bruxelles fronteggiare le richieste dei Paesi in via di sviluppo. Insoddisfatti. Un isolamento, quello europeo, che prelude a diversi altri momenti difficili nel confronto con gli alleati occidentali, in particolare gli Stati Uniti sui temi della difesa. Ovvero una Commissione europea, ancora priva di fiducia, con i verdi in sofferenza, che almeno sulla carta difende il Green Deal e gli obiettivi della decarbonizzazione. Ma con la consapevolezza che il vento dei consensi sta soffiando da tutt’altra parte. Un’energia politica che, ovviamente, le forze della maggioranza si augurano non sia rinnovabile.

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