venerdì 4 marzo 2016

LIBIA:TRA MILIZIE ARMATE E TRIBU' IL DISASTROSO DOPO GHEDDAFI (04/03/2016)

Di Vindice Lecis.
Due parlamenti, a Tripoli e a Tobruk. Centoquaranta tribù. Duecentotrenta milizie armate. Nel 2015 i servizi segreti italiani hanno seguito sul campo il divampare dell’incendio libico, provocato dalla devastante guerra dell’Occidente contro Gheddafi del 2011. E hanno segnalato con sempre maggiore apprensione quanto stava accadendo. Sia sul versante dei finanziamenti all’Is (altrimenti definito Daesh, acronimno arabo che significa calpestare, distruggere) sia su quello dei fallimenti dell’Onu nel varare un governo di unità. Nel Paese opera oltre all’esercito “regolare” fedele al generale Khalifa Haftar che governa da Tobruk e nemico degli islamisti, anche quello di Alba libica, legata ai Fratelli musulmani e basata a Misurata. Il «contesto libico» è infatti vitale per la prevenzione dalla minaccia terroristica e di tutela degli interessi nazionali. La descrizione della Libia che emerge dalla Relazione sulla politica per l’informazione e la sicurezza presentata dal governo al Parlamento è quella di un autentico disastro, una voragine tenebrosa. In Libia sono attive una miriade di tribù nei tre monconi nei quali è lacerato il Paese ( Cirenaica, Tripolitania e Fezzan) ma nel vuoto di potere di un governo che non c’è prolifera l’Is. Che «gradualmente ha consolidato la sua posizione, collocandosi con cellule più o meno strutturate sia in Tripolitania (soprattutto a Sirte) sia in Cirenaica (Ajdabiya, Bengasi e Derna)». E ha alterato il tradizionale quadro di riferimento del terrorismo regionale, rivitalizzandolo. Tra gennaio e febbraio l’Is ha condotto operazioni sul campo «di notevole impatto propagandistico», quali l’attentato all’Hotel Corinthia di Tripoli a gennaio, l’uccisione di 21 egiziani copti a febbraio e l’attentato con un camion bomba contro il Centro di addestramento della polizia a Zlitem con 50 morti e un centinaio di feriti (il 7 gennaio). In Libia si stanno trasferendo combattenti stranieri in fuga dal quadrante siro-iracheno, a causa dell’indebolimento e della rotta dell’Is, dovuta all’offensiva dell’esercito di Bashar al-Assad coadiuvato dai bombardamenti russi e dall’impegno sul campo di Hezbollah e Iran. Non è un caso che dignitari dell’Is abbiamo «invitato i propri adepti a restare a combattere in Libia piuttosto che trasferirsi in Siria od in Iraq». Secondo la Relazione dei servizi, la sempre più capillare penetrazione dell’Is nel Maghreb è confermata dall’alto numero di adesioni di formazioni armate «ma anche dalla crescente radicalizzazione di vasti settori della società, specie giovanili e dal fenomeno dei foreign fighters, molti dei quali nord africani. In Libia l’Is ha mostrato una disponibilità notevole di risorse finanziarie «in grado di sostenere la propria strategia eversiva nel Paese». I servizi hanno rilevato una grande capacità nell’acquisire armamenti ed equipaggiamenti e a far fronte ai costi gestionali, come il pagamento di salari e per le altre attività logistiche. Si tratta di risorse «provenienti sia dai fondi resi disponibili dalla leadership di Daesh in Siria e in Iraq, sia dai prelievi imposti localmente alle attività economiche commerciali e alle minoranze religiose». Inoltre le milizie si finanziano costringendo i trafficanti di uomini al dazio per consentire il transito e le partenze. Oltre all’area libica, l’Is sostiene con alleanze tattiche anche l’articolato estremismo tunisino, riconducibile ad Ansar al Shariah e al Battaglione Oqba Bin Nafi. Questi gruppi utilizzano la Libia come serbatoio di armi e luogo di addestramento di combattenti.

(Da "Il Tirreno")

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