Siamo in guerra, anzi non ancora, o meglio un po’ sì e un po’ no, come del resto è sempre stato per l’Italia d’assalto. Stavolta, però, ci siamo dentro di più. E dall’altro ieri, da quando s’è avuta la tragica notizia dell’uccisione in Libia di due tecnici italiani, scudi umani dell’Is o caduti sotto il fuoco amico, è tutto più vicino e possibile. È il prezzo da pagare per aver ottenuto il coordinamento delle operazioni militari per la lotta all’Is lì dove regnava il colonnello Gheddafi, incarico che nelle intenzioni di Matteo Renzi dovrebbe aiutare l’Italia a rafforzare un posto di primo piano al tavolo delle grandi decisioni europee. Senza contare che la Libia è a 180 miglia da Lampedusa, più o meno quanto dista la Sardegna dalla costa laziale; che è stata italiana dal 1934 al ’43 nella velleitaria parentesi coloniale; che dalle sue coste partono, verso la Sicilia e l’Europa, migliaia di profughi in fuga da guerra e fame; che dalle acque dinanzi a Tripoli e dalle sabbie del deserto l’Eni, presente lì da quasi sessant’anni, estrae ogni giorno 520mila barili tra greggio e gas. In Libia, insomma, siamo un po’ a casa e sarebbe davvero sorprendente subìre per la seconda volta decisioni altrui le cui conseguenze ricadono innanzitutto su di noi: nel 2011 Silvio Berlusconi, allora premier, non riuscì a fermare il blitz francese che portò alla caduta e alla morte di Gheddafi. Con tutto quello che ne è derivato. Adesso in quell’area, spinti dal caos e dall’assenza di un governo forte e unito, si sono insediati i miliziani dell’Is che hanno approfittato di questa lunga fase di interregno anche per stringere alleanze con jihadisti e qaedisti che allignano in mezza Africa: dall’Algeria alla Somalia, dalla Nigeria al Mali. La situazione sul campo è molto delicata e il prezzo del coinvolgimento italiano rischia di essere molto alto. Inutile dire poi che secondo i sondaggi la stragrande maggioranza degli italiani condanna l’intervento. Ma anche l’inerzia, l’immobilismo, il rinvio di ogni decisione sono da evitare. E per questo sono comprensibili le prudenze che fanno oggi da contrappeso all’insistenza con la quale Renzi ha chiesto di guidare la missione internazionale. La strategia adottata, concordata anche con il capo dello Stato, è di attendere che in Libia si formi un governo rappresentativo e di unità nazionale, frutto di un accordo tra il governo e il Parlamento di Tripoli e il governo e il Parlamento in esilio a Tobruk. Se così non fosse, si ripeterebbe l’errore fatale del 2011 e l’azione dei militari europei apparirebbe ai locali né più né meno che un atto ostile e neocolonialista, magari capace di spingere altri ancora sotto le nere bandiere sunnite. I paesi che con la Libia confinano hanno infatti già lanciato il loro altolà: Algeria e Tunisia sono contrari a un intervento militare unilaterale non concordato con il governo locale; l’Egitto insiste in particolare perché sia l’esercito libico a battersi contro l’Is e c’è addiritura chi ha letto nella tragica fine di Giulio Regeni e nell’inquietante balletto di depistaggi che sta accompagnando le indagini sulla morte del ricercatore italiano prima torturato poi ucciso, una sorta di sinistro avvertimento ai servizi segreti e ai governi d’oltremare. D’altronde, c’è anche chi si chiede che cosa potrebbe succedere se gli stivali della Divisione Acqui calcassero le sabbie libiche andando a rinforzare quell’esercito di tremila e più soldati pronti a intervenire, e per quanto tempo dovrebbero poi restare laggiù. Domande più che legittime. Nel frattempo, però, sul campo di battaglia già si combatte. Da tempo si muove ciò che resta dell’esercito di Tripoli impegnato da tempo contro l’Is, ma con il supporto determinante della Francia che anche stavolta cerca di ritagliarsi il ruolo di primattore. Altro rischio, dunque, cui si aggiunge quello di perdere la calma e di entrare in guerra troppo presto e da soli, magari per paura di restare schiacciati da scelte altrui. Dunque attenzione, prudenza, sangue freddo. Per non restare stritolati nella tenaglia di una decisione avventata, o di un nulla di fatto poco chiaro e inconcludente.
(Da "Il Tirreno")
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