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domenica 12 febbraio 2017

COSA RESTERA' (12/02/2017)

Di Marco Travaglio.

Quando l’ultimo governo B. era agli sgoccioli, un talk show mandò i suoi inviati per le strade per domandare alla gente cosa avesse fatto di buono il Cavaliere. I passanti interpellati si dividevano tra due reazioni: chi rispondeva a male parole e tirava diritto, chi si fermava per tentare una risposta. Seguivano lunghi minuti di imbarazzata riflessione, durante i quali i malcapitati in preda a paresi facciale rivedevano a ritroso il film horror del quasi-ventennio berlusconiano alla ricerca di qualcosa di almeno decente, dopodiché o si arrendevano al nulla o farfugliavano qualcosa sulla patente a punti. La stessa scena potrebbe ripetersi oggi a proposito del triennio renziano, se esistesse un talk show interessato al tema: purtroppo non ce ne sono, perché Rai e Mediaset restano incrollabilmente renziane fino a nuovo ordine, mentre La7 bada agli ascolti ed è scientificamente provato che alla parola “Renzi” la gente cambia canale o cade in catalessi per la noia. Ci è voluto Crozza a Sanremo per dire ciò che tutti sanno: “L’Italicum è stato bocciato dalla Consulta, hanno salvato solo il font, il Times New Roman. Una sola cosa doveva fare Renzi. Ma alla fine del suo governo cos’è rimasto? Piuttosto che restare lì tre anni, uno impara a suonare l’ukulele”. Un’osservazione semplice, quasi banale, tipo “il re è nudo” della fiaba. Del mitico triennio renziano resta solo un mucchio di macerie, e di debiti. L’uomo della Rottamazione ha resuscitato persino D’Alema, l’uomo delle Grandi Riforme se l’è viste polverizzare tutte (dagli elettori, dalla Consulta, dalla Ue, dal Consiglio di Stato, dal governo Gentiloni) perché erano scritte coi piedi. Una catastrofe epocale, che naturalmente tv e giornali hanno scoperto solo dalla sera del 4 dicembre, quando furono certi che il loro idolo aveva perso. Da allora scattò il “liberi tutti” e partì la fuga di massa giù dal carro del vincitore divenuto il carrozzone del perdente. Tutti a fingere di non averlo mai conosciuto, amato, leccato. A dire che non ne aveva mai azzeccata una e, se avesse dato retta a loro, non sarebbe finito così. Peccato che, quando era regnante e potente, Renzi quei critici non li avesse mai sentiti, anche perché le rare voci stonate subito iscritte al partito dei gufi ed espulse dal consesso civile. Ora il tapino è un pugile suonato, mulina le mani a vuoto e mena fendenti per aria nella speranza che qualcuno lo noti. Dà ordini a Gentiloni, che gli risponde per pietà umana, assecondandolo come si fa con i matti. Telefona a Padoan per intimargli di rompere con l’Europa e rifiutare la manovra correttiva. E quello pazientemente gli ricorda quando non più tardi di tre mesi fa scrissero insieme la manovra elettorale, notoriamente basata su un falso in bilancio, nella speranza che a Bruxelles fingessero di non sgamarli ameno fino al 5 dicembre. Nel Pd sono tutti ansiosi di fare il congresso per liquidarlo. Lui offre le primarie, che non sono la stessa cosa, perché lui ha deciso che si vota di sicuro a febbraio, no a marzo, anzi ad aprile, pardon a maggio, o meglio a giugno. Gli comunicano, col dovuto tatto, che non decide lui e non si vota mai più. Allora propone il congresso anticipato, come se fosse un’idea sua, e fa sapere che forse si dimette da segretario. Un annuncio che il 5 dicembre sarebbe stato una bomba: la gente avrebbe apprezzato la sua coerenza, il partito sarebbe rimasto orfano del suo ometto forte, i leaderini avrebbero iniziato a scannarsi e lui se ne sarebbe rimasto in disparte, in attesa che lo richiamassero per portarlo in trionfo. Invece, essendo rimasto praticamente solo (cioè con Lotti, Boschi e Rondolino), nessuno gli consigliò di mantenere le promesse e lui finì in pasto ai vecchi marpioni, che simulavano la scissione per fargli capire che il suo Pd, senza di loro, alle elezioni arriverebbe terzo o quarto. E ora che annuncia finalmente le dimissioni, non se lo fila più nessuno: ieri, per trovare la notizia sui giornali, bisognava munirsi di microscopio elettronico. Fino a poco fa non c’era un suo tweet, post su facebook, sospiro o smorfia che non facesse notizia in prima pagina: ora può uscire di casa in mutande a pois con lo scolapasta in testa e non se ne accorge nessuno. L’affronto più sanguinoso sono certi nomi di aspiranti successori: Speranza, Pisapia e Orlando, noti frequentatori di se stessi, che non prenderebbero un voto neppure fra i parenti stretti. Tipo quando, dopo il movimentato e sfavillante impero di Nerone, arrivarono Galba, Otone e Vitellio, tre carneadi che durarono un paio di mesi ciascuno perché poi ai più veniva da ridere. Del resto, se il presidente del Consiglio è Paolo Gentiloni, quello che fino a tre mesi fa gli addetti al casting dei talk show tenevano in coda alla lista degli ospiti da invitare solo quando tutti gli altri sfollagente e desertificatori di share dicevano di no, e ora è il politico più popolare nei sondaggi, qualche domanda uno se la fa. Ma attenti a dare Renzi per spacciato: è vero che non può vantare neppure la patente a punti. Ma il fatto che Napolitano –a quanto pare – l’abbia mollato e sponsorizzi Orlando (che, diciamolo, non lo meritava) è già una garanzia di riscossa. Se lo scaricano anche Ferrara e Scalfari, liberandolo dal doppio bacio della morte, ce la può fare. Ps. Ieri i siti di Corriere,Repubblica,Stampa e Messaggero ci hanno regalato un altro prezioso frammento del celebre colloquio fra Paolo Berdini e un cronista su quella poco di buono di Virginia Raggi, sparato l’altroieri a rate dalla Stampa dopo una settimana di freezer. Non c’è nessuna novità: l’assessore ripete le sue porcate sulla sindaca “amante” di Romeo. Ma tutto fa brodo. E poi la parola “patata” non c’è, dunque niente sessismo né lesioni della privacy, e tutti zitti. Che schifo.

(Da "Il Fatto Quotidiano")

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