sabato 24 settembre 2011

DA ROSSI A ROSSI (10/08/2011)

Di Redazione.

Di cosa parliamo quando parliamo di Juventus? Ma di Inter, che discorsi. E così da cinque anni, e sarà così fino a quando Calciopoli non troverà un'onesta sepoltura. Cambia l'allenatore, piange il bilancio, strilla il telefono. Colore dominante, il Rossi. Da Giuseppe detto Pepito, scalpo di turno, al professor Guido, bersaglio di sempre. Ha voglia, Antonio Conte, di spezzare il pane del 4-2-4 e di avventurarsi nelle selve oscure di mirabolanti paragoni (Juve alla Barcellona). L'obiettivo numero uno resta la rosa da sfoltire: il mercato lo sa, aspettando al varco Giuseppe Marotta e i suoi Amauri srotolati sotto il portico. C'è stato un periodo in cui sembrava vicino, molto vicino, Sergio Aguero. E anche Gokhan Inler. Sembrava. Per la verità, c'è stato un periodo in cui sembrava vicina persino la revoca dello scudetto che Rossi, Guido, aveva assegnato all'Inter. Chi scrive, ha sempre considerato quel tavolino un indebito regalo. La storia del titolo in astioso bilico fra i Grisi juventini e le suore interiste mi ha ricordato Jorge Luis Borges e l'immagine del pettine conteso fra due calvi. Le traiettorie euclidee di Andrea Pirlo, emergenti qui e là dai primi piatti, sono state scalzate dall'eco della relazione Palazzi, che ha inchiodato Massimo Moratti e Giacinto Facchetti. Apriti cielo. Il Paese ha reagito da par suo: Stefano Palazzi, fino a luglio idolo degli interisti e zimbello degli juventini, è diventato zimbello degli interisti e idolo degli juventini. Moratti, lui, si è spinto oltre le colonne d'Ercole dell'impudenza, invitando i propri tifosi a non leggere più la Gazzetta. Ripeto: la Gazzetta, non Tuttosport. Come se papa Ratzinger avesse messo all'indice l'Osservatore romano. Ripeto: l'Osservatore romano, non Tuttolutero. «L'etica non va in prescrizione» aveva tuonato l'anestesista Giancarlo Abete. E ribadito: «Non ho bisogno di stampelle» facendo il verso ai saggi del professore. Morale: il Consiglio federale ha deciso, amabilmente, di non decidere. All'epoca del processo sull'abuso dei farmaci, invitai Antonio Giraudo a rinunciare alla prescrizione. Oggi, invito Moratti: respinto con perdite. Parafrasando José Mourinho e il suo rumore dei nemici, il sinedrio del 18 luglio ha prodotto un gran rumore di vigliacchi. I pareri degli esperti erano contrastanti; gli appelli del «partito» sconfitto, sicuri. Sarebbe bastata una scelta, netta: sì o no. Campa cavillo. In attesa di pesare il contributo di Lichtsteiner e Ziegler, sul conto dei quali non mi farei troppe illusioni, prendo atto del fatto che Vidal è stato paragonato a De Rossi, Gerrard e Simeone. Saltando da un argomento all'altro, come suggeriscono gli sviluppi di Calciopoli, coloro che mettono sullo stesso piano Luciano Moggi e Giacinto Facchetti sono delle emerite teste di cavolo; coloro che, chiosando le 72 cartelle di Palazzi, hanno blaterato di «vendetta ai danni dell'Inter», pure; i Della Valle si sono buttati a corpo morto sulle bobine di Calciopoli 2 proponendo un tavolo fra i reduci: scarpe diem. In Italia, quando non si vuole fare chiarezza, si invoca un tavolo (meglio ancora, un tavolino) di discussione. Aggrappato a un morto per uscirne vivo, Moratti venera Facchetti come un santo dopo che in carriera lo aveva trattato, spesso, come un fante: Giacinto diceva di non votare Galliani presidente di Lega, il boss gli intimava di votarlo; Giacinto garantiva la conferma ad Alberto Zaccheroni, il boss flirtava con Roberto Mancini; Giacinto contattava Giorgio Tosatti per arrivare a Fabio Capello, il boss lo lasciava con il cerino in mano. Persino Zdenek Zeman era sceso in campo a favore della revoca dello scudetto, persino lui, eversore «sistemico» del Moggismo. Conte è costretto a ripartire dalle corde di un ring imbottito di troppo passato. Ogni anno, le ambizioni frustrate si sommano e cementano il muro dell'alibi, l'unico da cui la Juventus deve guardarsi. Ogni anno, da Calciopoli escono omissioni o intercettazioni che sgretolano l'associazione a delinquere e rimandano a una guerra per bande alla quale la Triade forniva le munizioni principali ma non esclusive. Conte proclama e reclama lo spirito Juve. Il problema è voltare pagina. Terzi, poi secondi, poi sesti, poi settimi: Andrea Agnelli pensi all'arrampicata del Napoli, risalito dalla C1 alla zona Champions. Voce dal fondo: il Napoli, cioè Napoli, cioè il processo. Siamo sempre lì. Entro ottobre, l'ardua sentenza. Nel frattempo, con l'aria che tira fra i tifosi, ed è una gran brutta aria, il quattro due quattro di Conte sembra un prefisso, più che uno schema. E un'intervista al colonnello Attilio «non ricordo» Auricchio, l'uomo dei nastri scomparsi, trascurati o dimenticati, non ha prezzo: l'ennesimo segno dei tempi (supplementari). Chi ha barato?

Nessun commento:

Posta un commento

Qualsiasi commento anonimo o riportante link NON sarà pubblicato

Any anonymous or linked comments will NOT be published