Di Redazione.
"Il Golfo-Marula Beach",spiaggia di Follonica. Davanti, l'Isola d'Elba. Il mare è increspato dal vento che soffia forte. In acqua solo i surfisti ben lieti di tanta grazia. Sotto gli ombrelloni, volti abbronzati e un paio di personali femminili degni di nota. Al tavolino del burraco fervono i preparativi per la classica sfida domenicale. Tutti stanno aspettando il quarto giocatore. Dicono, sorridendo, sia il più bravo e il più furbo. Pare stia arrivando. Dietro la nuvoletta del toscano, c'è l'inconfondibile sagoma di Luciano Moggi che qui a Follonica è di casa. Maglietta blu, bermuda e un paio di occhialini da sole. Battute, sorrisi e l'avvertimento che a carte giocherà tra un po' . È in forma, Moggi. Sorridente e loquace, cantilenante come sempre. Gli si avvicina uno che gli parla di un vecchio incontro di molti anni prima. Risponde al saluto, fingendo un ricordo che deve aver rimosso. Il caffè ristretto, il sigaro torturato a dovere e via con l'amarcord. Il patto è chiaro. Nessun accenno a Calciopoli, scudetti 2006, intercettazioni e connessi. Qui si parla di pallone e di mercato. Di affari e retroscena. Di colpi riusciti e di quelli andati a vuoto, secondo lui nessuno
Possibile che non abbia mai fatto cilecca?
«Non mi è mai successo. Tutti i giocatori che ho trattato sono sempre venuti da me. Se non ho preso qualcuno è perché non se, lo meritava».
O perché chiedeva troppo?
«No, alla fine l'accordo economico si trovava sempre. Diciamo che nel cercare i bravi giocatori, io guardavo anche alla persona. Magari per qualche affare c'è stato più da lavorare perché il giocatore, oltre ai soldi, guardava anche ad altre cose.E questo mi faceva piacere perché voleva dire che dietro al calciatore c'era anche un uomo».
Ha qualche esempio concreto?
«Penso a Junior e Nedved».
Partiamo da Junior.
«Era il 1984 e io lavoravo al Torino. Il brasiliano mi piaceva da matti. In Nazionale giocava terzino sinistro, ma nel Flamengo era il regista. Al Toro mancava un giocatore così, di personalità e carisma, oltre che fortissimo tecnicamente. Andai in Brasile con Luciano Nizzola, all'epoca dirigente granata. Ricordo che chiamai il presidente Rossi e gli dissi di farmi avere due biglietti aerei per Rio de Janeiro in prima classe».
In prima classe?
«Era per evitare di essere visti da qualcuno. Solo che a quel tempo ero ancora un dilettante in materia di viaggi aerei. Mi richiamò il presidente e mi disse: "Caro Moggi, in prima viaggiano solo il Papa e Andreotti". Niente incognito, ma riuscimmo ugualmente ad arrivare per primi su Junior».
Che però...
«Che però non voleva lasciare il Brasile, la sua casa, il Flamengo. Diceva che amava troppo la playa. E io nemmeno sapevo che volesse dire, pensavo fosse il nome di una donna. Riuscii a convincerlo, ma fu veramente dura. Il bello è che, dopo pochissimo tempo, Junior divenne il leader assoluto dello spogliatoio. Un trascinatore caciarone, con la chitarra sempre in mano. Un capo tribù fantastico».
E Nedved?
«Per Nedved serve una premessa essenziale, perché il suo acquisto è correlato alla cessione di Zidane».
Capisco: partiamo da Zidane, allora.
«Quello di Zizou fu un colpo eccezionale, uno di quelli da Top ten. Lo andai a vedere nelle due gare di Coppa Uefa contro il Milan nel 1996, da solo aveva spaccato gli avversari. Il bello è che Galliani prese Dugarry, spendendo una fortuna, e noi Zidane, pagando soltanto cinque miliardi. Chi fece l'affare?»
Oddio, gli inizi di Zidane alla Juve non furono proprio esaltanti.
«Anche a me venne il dubbio di aver preso il fratello quando lo rividi agli Europei. Mi fece una brutta impressione. Non era lui. L'Avvocato non risparmiò critiche e battute. Ma alla fine abbiamo avuto ragione noi. Zidane si è dimostrato un fuoriclasse planetario, un giocatore d'altri tempi».
Che, però, nel 2001 viene ceduto al Real Madrid.
«Verso la fine della stagione facemmo una riflessione. Volevamo girare pagina per formare una squadra più tosta, più fisica, mantenendo però un livello tecnico eccellente. Zidane andava per la trentina, ma soprattutto era richiesto dal Real Madrid. Florentino Perez, in ballottaggio per diventare Presidente del Real, mi chiese la disponibilità di Zidane. E io gli dissi che si poteva trattare».
Ma non era la moglie di Zidane che spingeva per la Spagna?
«Non lo so. Quello che so è che feci venire a casa mia, a Napoli, Perez una decina di volte e ogni volta alzavo il prezzo di dieci miliardi. Fino ad arrivare alla cifra finale di centoquarantasette miliardi, alla quale chiudemmo».
E Nedved in tutta questa storia?
«Ci arrivo. Non potevo certo cedere Zidane prima di aver trovato il suo sostituto. Questa è una regola fondamentale di mercato. Se la Lazio avesse saputo che Zidane era del Real, mi avrebbe triplicato il prezzo. Mentre trattavo con Perez, mi accordai con Cragnotti per il cartellino di Nedved. Mancava solo l'accordo con il giocatore».
E qui nacquero i problemi, giusto?
«Anche lui non voleva lasciare la Lazio. Per i tifosi era un idolo, lui non avrebbe voluto tradirli. Soprattutto, non voleva abbandonare la sua casa all'Olgiata. Era irremovibile. Gli dissi: "Ma almeno vieni a vedere l'abitazione che ti vorremmo dare, il posto". All'ennesimo no, rilancio: "Ti metto a disposizione un aereo privato. Non saprà niente nessuno, vieni in segreto a Torino, ti fai un'idea e poi decidi"».
E lui?
«Fu colpito dalle parole "in segreto" e allora disse di sì. Devo dire che lì fu decisivo l'intervento dell'amico Mino Raiola, il suo procuratore, uno dei più bravi sulla piazza, che lo tranquillizzò e gli fece capire che l'opportunità Juve era da prendere al volo. Insomma, Nedved venne a Torino, ma io nel frattempo gli avevo combinato uno scherzetto».
Cioè?
«Chiamai stampa e tv e comunicai a tutti l'ora e dove sarebbe atterrato l'aereo che portava Nedved a Torino. Non appena scese dalla scaletta, Pavel fu circondato dai giornalisti. Successe un casino, ma ormai non poteva più tornare indietro. Era fatta. Un grande colpo quello di Nedved, uno che ogni volta che vedeva la Juve segnava».
Prima ha rimarcato l'importanza di Mino Raiola: perché?
«Raiola ha tre pregi: ha buoni giocatori, è molto stimato dai suoi assistiti e ti aiuta a prendere anche quelli delle altre società. Come è successo per esempio con Ibrahimovic, uno dei miei colpi preferiti».
E in quel caso come è andata?
«Dicevano che non segnava! Me lo sconsigliarono tutti. E io, invece, l'ho preso, Ibra: un grandissimo, ha fatto la fortuna delle squadre in cui ha giocato. Lo bloccai a maggio 2004, a Montecarlo, grazie a Raiola. E dirò di più: nella stessa occasione presi anche Emerson che era in rotta con la Roma. Ricordo che quando arrivò Capello, mi disse: "Prendiamo Emerson". E io: "Eccolo qua". L'avevo già in mano».
Ma l'accordo definitivo fu siglato solo a fine luglio dopo tante polemiche.
«La Roma si mise di traverso, è vero. Ma poi quel che ha contato è stata la volontà del giocatore. E di Fabio Capello, un allenatore eccezionale, anzi un manager con grandi capacità, anche al di fuori del campo».
Anche la storia di Capello alla Juve suona un po' strana: qual è la verità?
«Il dottor Umberto Agnelli avrebbe voluto Deschamps, il quale però commise un errore. Dichiarò che sarebbe venuto se la Juve avesse preso i giocatori che diceva lui. Eh no, dissi io. Non va bene».
È qui che spunta Capello?
«Un giorno mi arriva una telefonata di Giorgio Tosatti. Mi dice che Capello e la Roma sono ai ferri corti. Non perdo tempo, in due ore sono a Roma e chiudo con Fabio. Era il 25 maggio 2004. Due giorni dopo Umberto Agnelli morì. Una grande perdita, la seconda dopo quella dell'Avvocato».
Già, a proposito dell'Avvocato: le ha mai perdonato lo sgarro di Bobo Vieri?
«Qui ci sono molte cose da chiarire. Intanto le faccio io una domanda: lei sa chi volle vedere l'Avvocato Agnelli due giorni prima di morire?».
Sinceramente no.
«Bene: volle vedere Marcello Lippi e il sottoscritto. Segno che non c'era nessun risentimento da parte sua, non le pare? Parlammo per due ore, ricordo sempre che ci salutò dicendoci: chissà se vi rivedrò».
D'accordo: allora con Vieri come andò?
«Tutto nacque da una telefonata che l'Avvocato mi fece il giorno prima della consueta assemblea dell'Ifi. Mi disse: siccome qua mi chiederanno più cose sulla Juve che di tutto il resto, che succede con Vieri? "Non lo vendiamo" gli risposi io. E l'Avvocato lo comunicò a tutti, stampa compresa».
Tutto vero?
«Sostanzialmente sì. Vero è che l'Atlético Madrid aveva fatto arrivare un'offerta di ventotto miliardi pagabili in cinque anni. Vero anche che a queste condizioni noi Vieri ce lo tenevamo. Sennonché Vieri dette di matto».
Ossia?
«Il giorno dopo venne in sede, era fuori di sé. Iniziò a urlare dicendo che lui voleva il posto da titolare, che voleva più soldi. Io lo bloccai e gli dissi: "Tu qui il padrone non lo fai. Se ti hanno mandato quelli dell'Atletico Madrid a fare casino, digli pure che se ci danno trentotto miliardi subito, noi non abbiamo problemi a cederti"».
Era un'esca fantastica.
«Proprio così, solo che nel frattempo io avrei dovuto mettermi al riparo nel caso di cessione. E difatti chiusi al volo con Filippo Inzaghi. Lo chiamai e ci accordammo verbalmente con la consegna che la notizia non sarebbe stata data a nessuno. Più o meno nelle stesse ore arrivò il fax dell'Atletico Madrid con l'offerta di trentaquattro miliardi in contanti».
Rifiutare a quel punto sarebbe stato difficile.
«Proprio così. Cercai l'Avvocato, ma era già uscito. Allora fissai un incontro con lui per chiarire tutta la storia. Mi disse: "Hai fatto bene, l'importante è comprarne un altro che faccia tanti gol". Fu in quel momento che gli dissi di Inzaghi».
Zidane al Real e Vieri all'Atletico Madrid: possiamo dire le due migliori operazioni in uscita?
«Io ci metto pure Henry. Lo suggerii a Wenger e l'Arsenal mi dette trentadue miliardi».
Anche quando l'acquisto è stato un flop, lei vuole rimarcare il risvolto positivo.
«Guardi, Henry è un giocatore eccellente, ancora troppo giovane quando è venuto da noi e "troppo" contropiedista. Non si è adattato al gioco italiano. Anche Ancelotti, che pure lo vedeva meglio di Lippi, lo ha utilizzato poco».
A proposito di Ancelotti, fu lei che lo portò alla Roma nel 1979?
«Sì, dopo che l'Inter gli aveva già fatto fare un provino. Mentre loro traccheggiavano, io chiusi con il Parma. Ma Ancelotti, sebbene avesse solo venti anni, si vedeva già che sarebbe diventato un campione. Più difficile è scovare il giovane ancora in erba».
A lei quante volte è successo?
«Molte volte, specie all'inizio, quando ero responsabile del settore giovanile della Juve. Anni fondamentali, dove ho veramente imparato il mestiere grazie a Italo Allodi e a Giampiero Boniperti. Mi hanno insegnato come si gestisce una società, mi hanno fornito i giusti contatti. Come si valuta un giocatore, i segreti e i trucchi del mercato. Allodi era avanti a tutti. Con Boniperti. . .si stava bene sotto la sua ala».
Chi sono i giovani che lei ha portato alla Juve?
«Tre nomi: Paolo Rossi, Claudio Gentile e Franco Causio. Rossi mi fu segnalato da Italo Acconcia, all'epoca selezionatore delle Nazionali giovanili. Era fortissimo. Ricordo che dissi a Ugo Locatelli, all'epoca uno dei tecnici del vivaio bianconero: ti porto un ragazzino di tre anni più giovane a provare. E lui: "No, poi si rompe". In effetti Rossi fu sfortunato, gli saltarono i menischi uno dietro l'altro».
Per questo non sfondò subito nella Juve?
«La storia di Pablito è strana. Fu dato in prestito al Como, che non lo riscattò. Andò poi al Lanerossi solo per combinazione. Il Vicenza, infatti,voleva Verza, altro nostro giovane che io, però, avevo già promesso al Varese. Boniperti, invece, si era accordato con il Lanerossi. Allora mi scusai con il Varese, ma andai da Fabbri, allenatore del Vicenza, e gli dissi: se vuoi Verza,prendi anche Rossi, altrimenti nulla. È stata la fortuna di Paolo».
E con Gentile come andò?
«Lì fu decisiva l'amicizia con Giorgio Vitali, all'epoca, 1973, Direttore sportivo del Varese. Gentile lo avevo visto diverse volte. Era ancora acerbo, ma le qualità c'erano tutte. Dissi a Vitali di non fare troppa confusione, sennonché qualche giorno dopo mi chiama e mi dice che s'è fatto sotto il Torino. Allora prendo la macchina, vado a Varese e chiudo, mentre il Toro faceva arrivare la sua offerta che era superiore alla nostra, ma ormai il gioco era fatto».
Manca Franco Causio.
«E questa è una storia da ridere. Siamo nel 1966, Eliani allenatore della Sambenedettese mi segnala Causio, che ha diciassette anni e gioca a San Benedetto. Di lì a poco organizziamo una prova a Forlì. Eravamo io e Locatelli. C'erano cinquanta ragazzi, tra cui anche Causio che fece numeri uno dietro l'altro. Un mostro di bravura».
Preso al volo, immagino.
«Sì. Finisce il primo tempo e lo leviamo, proprio perché nessun altro potesse vedere quanto era forte. Sennonché a fine prova ci affronta Eliani, imbufalito. Aveva appena parlato con Causio che era incazzato nero. "Prove non ne faccio più. Sono stato una settimana al Torino e poi niente. E ora, mi hanno fatto giocare venti minuti e poi mi hanno mandato a fare la doccia!". Era una belva».
Come lo ha ammansito?
«Gli dissi di stare calmo, che lo avevamo preso. Alla Sambenedettese mandammo il nostro giovane portiere Roberto Tancredi».
Solo omonimo di Franco, vero?
«So a cosa si riferisce. Nel 1977 ero Ds della Roma e acquistai Franco Tancredi al posto di Francesco Quintini, un portiere che non arrivava al metro e settanta. Un giornale titolò: "Grande colpo di Moggi: ha preso un portiere alto un centimetro in più di Quintini". Non sto a dire che Tancredi è giunto in Nazionale e ha vinto lo scudetto».
Magari a Roma si ricordano più volentieri di Pruzzo.
«Feci un buon affare. Era il 1978, Pruzzo era il pezzo forte del mercato. Tutti lo davano alla Juve, anche se era il Milan la squadra che più si avvicinò a lui. Ma io in tasca avevo la carta Bruno Conti che era già stato al Genoa ed era benvoluto dalla piazza rossoblù. Per questo dissi a Giorgio Vitali, che nel frattempo era diventato Ds del Milan, di lasciar perdere. Ma lui continuò a trattare. Invano. Vinsi io. Conti andò in prestito al Genoa e Pruzzo venne alla Roma».
C'è stato un giocatore che lei ha preso e che non ha sfondato come nelle previsioni?
«Enzo Badiani, il primo giocatore che portai alla Juve, nel 1961. Giocava nel Piombino, centravanti fortissimo, ma con molti problemi fisici. Un'altra piccola delusione, ma per altri motivi, fu Renè Van de Kerkhoff. Lo portai alla Lazio nel 1980, ma poi la squadra fu retrocessa in B e non potemmo tesserare lo straniero. In più ci si mise anche il Presidente Lenzini a far casino».
In che senso?
«Avevo preso Ilario Castagner come allenatore. Tra i giocatori, viste le squalifiche di Manfredonia, Giordano e Wilson, avevamo deciso di puntare sui giovani, con Tassotti in prima fila. Ci raccomandammo con il presidente. E lui "Tranquilli, Tassotti nun se move". Detto fatto, Tassotti andò al Milan e a noi dettero Chiodi e Bigon a fine carriera».
Tra i tanti affari, qual è stato quello "più furbo"?
«L'ingaggio di Crippa al Napoli. Fino all'anno prima ero stato al Torino con lui. De Finis, uno dei patron granata, aveva detto ai propri tifosi: "Se Crippa andrà al Napoli, vi autorizzo a sputarmi in faccia". Nel frattempo, però, era stato raggiunto un accordo per il passaggio del giocatore al Napoli per sei miliardi. Allora io feci inserire nel preliminare una condizione: se il Cda del Toro avesse detto di no entro un certo termine, l'accordo sarebbe saltato, senza nessuna penale».
E cosa successe?
«Successe che, pochi giorni prima della scadenza, io dichiarai che la campagna acquisti del Napoli era ufficialmente chiusa. Era un bluff, sapevo in quali condizioni economiche era il Torino. E infatti, il giorno dopo De Finis venne di corsa da me per chiudere per Crippa. Chi glieli avrebbe dati sei miliardi?».
E l'affare più "divertente"?
«Alemao. Beffai tutti. Il procuratore Bonetto parlava direttamente con Ferlaino perché prendesse l'irlandese Houghton e qualcuno lo scrisse pure in prima pagina il giorno dopo. Io diedi appuntamento a tutti alle dieci di sera all'Hotel Brun di Milano, mentre in realtà avevo già preso accordi con Gil, il Presidente dell'Atletico Madrid, e con un volo privato raggiunsi la Spagna. Non tutto filò come avevo previsto, qualche notizia trapelò, ma alla fine presi Alemao e tornai in Italia. Mentre i giornalisti erano ancora lì al Brun ad aspettarmi per la cena».
Qual è invece l'operazione alla quale è più affezionato?
«L'acquisto di Zola. Lo presi dalla Serie C su indicazione del Presidente della Torres, Barbanera. Era piccolo, lo andai a vedere una prima volta a Caserta. Mi piacque. Poi lo rividi a Campobasso, insieme ad alcuni "soloni" che lo bocciarono senza pietà. Giocò poco bene, va detto. Ma lo presi. Ho sempre pensato una cosa: solo chi sa giocare bene può anche giocare male, mai il contrario».
I fatti le hanno dato ragione.
«L'ho preso per trecento milioni di lire, è stato rivenduto per quattordici miliardi, dopo aver ereditato la maglia di Maradona. E pensare che quando lo proposi a Ferlaino, lui disse: "Crippa lo presento io, ma Zola lo presenti tu ai tifosi"».
Ultima domanda: quanti affari ha concluso negli hotel sede del mercato?
«Nessuno. Negli alberghi ci si andava per altri motivi . . . ».
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