Di Paolo Maninchedda.
Io non concordo su molti aspetti del suo ragionamento. In primo luogo sui rimedi alla crisi in Sardegna. Pigliaru si attesta su una linea mista: sostenere il reddito dei lavoratori e finanziarne la formazione in vista di una nuova occupazione, da una parte, e attrarre nuove imprese, dall’altra, soprattutto attraverso la semplificazione normativa e l’efficienza burocratica. Sono validissime entrambe le misure e tutte nella responsabilità dei sardi, ma sono dell’idea che siano insufficienti.
Più passa il tempo e più mi convinco che il gap di sviluppo della Sardegna è legato al secolare disallineamento tra la pressione fiscale a cui è stata ed è sottoposta e i suoi livelli di sviluppo. I processi di accumulazione di capitale e di incremento del sistema economico non sono andati naturalmente crescendo con l’articolarsi dello Stato e dei suoi costi in un rapporto positivo, come è avvenuto in altre regioni europee; in Sardegna è arrivato prima il fisco, poi lo Stato e solo negli anni ’70 uno sviluppo fondato sul debito pubblico e sull’incentivazione diretta dell’impresa.
Ciò che dico è noto a tutti, ma perché non si consolida nella coscienza del sistema politico sardo? La risposta è semplice: perché comporta iscrivere all’ordine del giorno un tema rimosso che è quello della sovranità reale. Parlare di fisco, infatti, significa parlare di chi è davvero detentore della sovranità. Nel caso dei sardi, il detentore del potere è l’Italia, la quale, unica tra gli Stati del vecchio continente, quando ha sottoscritto i trattati dell’Unione europea non ha mai notificato l’esistenza o la necessità di un regime fiscale agevolato per la sua più grande isola. Perché? Perché la ‘Madre’ Patria non può sopportare a un’ora di volo dai suoi aeroporti una zona di vantaggio fiscale dove le tasse possano gravare, per esempio, sui redditi per non più del 30% dell’imponibile. Sulla questione fiscale la Sardegna e l’Italia non hanno interessi coincidenti, e pertanto non possono avere una comune politica ‘nazionale’. A quando una presa di coscienza seria di questa decisiva tensione?
In secondo luogo, soprattutto alla luce di ciò che sta emergendo sulla vera natura e sui costumi dei mercati finanziari, non credo che si possa ancora ‘classicamente’ parlare del mercato come di ‘un organismo globale, complesso, impersonale, non manovrabile’, come vuole Pigliaru. La richiesta che viene da tutte le parti del mondo di regole condivise per il mercato globale denuncia che non è poi così impersonale, così non egemonizzato, così poco manovrabile e manovrato. Anzi, i movimenti di piazza che costellano la politica di questi mesi, denunciano che, forse anche grazie al volume di informazioni che la rete internet mette in circolazione, oggi è molto più chiaro a tanti chi esercita un’egemonia e chi la subisce: le malefatte dei banchieri - socialmente molto costose - sono sotto gli occhi di tutti.
Certo, Pigliaru dice pragmaticamente che non è nella disponibilità della piccola politica sarda incidere sulle grandi scelte globali; ma culturalmente è importante marcare in quale posizione ci si collochi rispetto alle esplicite e non democraticamente e legalmente delegate egemonie e tirannidi di mercato. Considerarle come ‘date’, allo stesso modo del creato, è una posizione passiva, non riformatrice da cui dissento. Stesso discorso può farsi sulla fuga del manifatturiero dal mondo occidentale. Anche questo è un fatto da giudicare, non da accettare.
Diceva quest’estate Giovanni Sartori: «Nel 1993 scrivevo che a parità di tecnologia i Paesi poveri a basso costo di lavoro erano destinati a togliere lavoro alla manodopera dei Paesi ricchi. Invece gli economisti hanno inneggiato alla globalizzazione come nuovi mercati di espansione e di vendita. È finita, per ora, che la Cina è diventata la cassaforte che sostiene il debito pubblico degli Stati Uniti, e che sono i cinesi che esportano più di noi».
In altre parole, il manifatturiero, nei tempi della tecnologia globale, si trasferisce dove minore è la tutela dei diritti, del lavoro, della salute, dell’istruzione e dove è dunque minore la pressione fiscale per sostenere livelli umani di cittadinanza. Ma anche questa realtà richiede e sollecita una decisione: si è d’accordo o no sull’uguaglianza di accesso al mercato a prescindere dalla disuguaglianza dell’accesso ai diritti individuali? Non è banale quando si fa politica nel piccolo, sapere come la si pensa nel grande.
(Da "La nuova Sardegna")
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