Di Luigi Coppola.
Non so quanti, tra i lettori, condividono il mio stato d’animo: non m’importa del fatto che oggi in serie B e domani, in seria A, si torni a giocare in stadi aperti, semiaperti, chiusi. Non m’importa che nel Milan potrebbe debuttare Ronaldo, che l’Inter potrebbe accrescere il record di vittorie consecutive, che la Roma speri di riaprire la lotta per lo scudetto. Non solo per quanto accaduto a Catania, e prima in un campo di terza categoria in Calabria.
Piuttosto per quanto accaduto dopo: governo che, giustamente, si preoccupa della sicurezza di cittadini e forze dell’ordine; Lega calcio che, applaudito il commissario Pancalli, per avere sospeso il campionato, da subito ha spinto perché si tornasse a giocare, perché “lo spettacolo deve continuare”; calciatori che chiedono: o tutti con il pubblico o tutti in stadi chiusi; molti politici apparsi protesi a tutelare, con i distinguo, bacini di voti. Il calcio, come lo abbiamo conosciuto tanti anni fa, è morto. Il calcio che portava intere famiglie negli stadi, che era occasione di svago, di sfottò, poi tutti a festeggiare o a consolarsi.
Contano solo i soldi: per i presidenti, per i giocatori, anche per i mass media. Il calcio porta soldi a molti soggetti. Primi quelli che non sanno far altro che tirare calci ad un pallone, alcuni allevati da genitori che li hanno educati alla furbizia e talvolta alla violenza (vedere cosa accade in molte gare dei tornei giovanili) senza preoccuparsi troppo dei tifosi, in particolare dei giovani. Necessari sugli spalti, ma poi chissenefrega di sapere chi sono, come vivono, quali problemi hanno.
Avrei tanto voluto che Figc e Lega denunciassero che il calcio italiano vive molto sopra le proprie possibilità economiche e culturali e che, quindi, la serie A scenderà a 16 squadre, la B a 18, la C a due gironi soltanto. Bloccando qui i professionisti. Gli altri tornino dilettanti. Si ridurrebbe l’enorme debito del calcio verso lo Stato, avremmo meno imprenditori che s’improvvisano esperti di calcio, al solo fine d’acquisire visibilità. Oggi c’è la corsa, tardiva, ad installare i tornelli. Non basta. Serve che molti dirigenti cessino di scaricare i limiti della squadra sull’arbitro; che i calciatori siano leali in campo, che gli arbitri non assumano, talvolta, irritanti atteggiamenti arroganti. Se per miracolo tutto ciò dovesse accadere in un sol giorno, saranno necessari, comunque, molti anni per conquistare nuovi tifosi e ridare al calcio il ruolo di gioco più bello del mondo.
(Da "La nuova Sardegna")
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