venerdì 22 giugno 2012

IL MONDO DELLA SCIENZA PERDE ANTONIO CAO (22/06/2012)

Di Maria Paola Masala.


«L' età porta con sé questo difetto: diventi più responsabile, e quasi hai timore di non essere all'altezza di ciò che sei stato». Era modesto, Antonio Cao, e consapevole che battere se stesso non era facile. Ottantatré anni compiuti il 4 maggio, il pediatra cagliaritano, genetista di fama mondiale, è morto ieri nella sua città. Era malato da qualche tempo, ma fino alla fine la sua vita è stata caratterizzata da un punto fermo, il lavoro. «E la ricerca scientifica per me è un hobby». Un piacere che ha conservato anche dopo i limiti d'età. Al Microcitemico - il luogo della sua battaglia appassionata contro la talassemia, dove stamattina dalle 11 sarà allestita la camera ardente - aveva conservato uno studio. Una stanza piccola, al sesto piano, invasa di libri, di luce e di musica, e curata dalla insostituibile segretaria Rita, regista di una grande festa a sorpresa per i suoi 80 anni. Amava soprattutto la classica, e il jazz degli anni Trenta, il professor Cao, «ma non posso ascoltare Beethoven mentre lavoro, mi impegna troppo. Meglio Bach. Il Barocco ti dà quel senso di eternità..». Meglio Bach, contrappunto rilassante all'attività frenetica dello studioso e alle inquietudini dell' uomo. «Mi alzo alle 5, faccio una corsa, torno a casa, mi preparo e poi vengo qui o vado a Monserrato al Policlinico. La sera spesso seguo i miei allievi, o faccio lezioni per specializzandi in genetica o pediatria, ma mi costa una fatica enorme, pretendo troppo da me». Antonio Cao era un raro caso di clinico e di ricercatore. Di studioso che ha alternato l'attività di straordinario pediatra a quella di genetista. «Oggi non sarebbe più possibile, le ricerche sono troppo sofisticate. Io ci sono riuscito, anche se è costato un'enormità ai miei cari. Ho dedicato al lavoro tutti gli angoli liberi della mia vita». Si raccontava il professore, due anni fa, ai microfoni di RadioSardegna. Diretto, scarno, ironico, affascinante, e affettuoso. Non una parola di troppo, non un aggettivo sprecato per dire di sé, dei suoi studi, della sua straordinaria vicenda professionale che lo ha portato a farsi apprezzare dalla comunità scientifica internazionale. Sulla parete dello studio di via Jenner, il riconoscimento della Società americana di genetica conferitogli al Karolinska Institut (la prima volta a un italiano) ma anche il Sardus Pater di cui lo insignì Renato Soru, «un onore, dopo Lilliu». Ci teneva a mostrarli, ma teneva di più a quei dipinti fatti da un amico talassemico oristanese, suo paziente, o alle foto di Giuseppe Pilia e Adele Sanna, amati allievi perduti troppo presto. Aveva parlato, in quella chiacchierata informale, delle tante battaglie per sconfiggere la talassemia, del suo ritorno a Cagliari nel '74, dopo Perugia, del vuoto di quegli anni sul fronte della lotta alla talassemia, delle prime conquiste, della scommessa recente di Progenia, dei progetti futuri. Gli piaceva ripercorrere la sua vita professionale, con eleganza, senza compiacimenti. Tra i possibili rimpianti, quello di non aver colto al volo le ripetute proposte giunte dagli Stati Uniti. «Sono stato vigliacco, qui stavo bene, non ho voluto rischiare». Professore, che cosa deve fare un buon medico? «Farti capire che in quella mezz'ora che ti dedica ci sei solo tu, il resto non esiste». Lui lo ha fatto per una vita, «ho dato belle notizie ma anche molto brutte. Eppure non ho mai ucciso la speranza. Non sono un allegrone. Sono abbastanza meditabondo e forse se bevo un bicchiere di vino divento anche simpatico, ma in fondo sono un ottimista, perché penso che anche nei momenti più terribili ci sia una via d'uscita».


(Da "L'Unione Sarda")

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