ASCOLI-BOLOGNA 2-0
Ascoli:Allenatore:Fabbri.
Bologna:Allenatore:Perani.
Arbitro:Casarin di Milano.
Reti:49'Bellotto 70'[Autorete] Marchini.
AVELLINO-UDINESE 0-0
Avellino:Allenatore:Marchesi.
Udinese:Allenatore:Orrico.
Arbitro:Pieri di Genova.
CAGLIARI-PESCARA 1-0
Cagliari:Allenatore:Tiddia.
Pescara:Allenatore:Giagnoni.
Arbitro:Milan di Treviso.
Rete:38'[Autorete] E.Pellegrini.
FIORENTINA-CATANZARO 3-0
Fiorentina:
Catanzaro:Allenatore:Mazzone.
Arbitro:
Reti:
INTER-MILAN 2-0
Inter:
Milan:
Arbitro:
Reti:
JUVENTUS-NAPOLI 1-0
Juventus:
Napoli:
Arbitro:
Rete:
PERUGIA-TORINO 0-2
Perugia:Allenatore:Castagner.
Torino:Allenatore:Radice.
Arbitro:Michelotti di Parma.
Reti:57'Vullo 68'P.Pulici.
ROMA-LAZIO 1-1
Roma:Tancredi,Rocca,Peccenini,Benetti,Turone (40'De Nadai),Santarini,Amenta,Di Bartolomei, Pruzzo,Ancelotti, B.Conti.A disposizione:P.Conti,Ugolotti.Allenatore:Liedholm.
Lazio:Cacciatori,Tassotti,Citterio,Wilson,Manfredonia,Zucchini,Garlaschelli,Montesi,Giordano,Nicoli,Viola.A disposizione:Avagliano,Manzoni,Todesco.Allenatore:Lovati.
Arbitro:D'Elia di Salerno.
Reti:6'Zucchini 16'Pruzzo.
Ammoniti:Di Bartolomei,Manfredonia,Zucchini.
Espulsi:Montesi ed Amenta all'82' per reciproche scorrettezze.
Note:giornata nuvolosa.40000 spettatori: 40.000 circa quelli che hanno assistito realmente alla gara. Oltre 70.000 i tagliandi venduti.
Quella che doveva essere una giornata di festa per le squadre romane, che celebravano l'ennesimo derby della capitale, si è trasformata in un'assurda tragedia senza precedenti. Mancavano una manciata di minuti alle quattordici quando un razzo partito dalla curva sud centrava il volto di un ignaro tifoso laziale Vincenzo Paparelli, meccanico di trentatré anni, seduto nella curva opposta, conficcandosi nell'occhio sinistro. Scene di panico fra i tifosi limitrofi che scappano inorriditi, mentre altri, cercavano di richiamare i soccorsi con ampi gesti. Un ragazzo cerca di intervenire cercando di togliere il petardo dall'occhio di Paparelli ma ci riesce solo a metà e dal foro sul viso e da dietro la testa esce del fumo. Arrivano i medici ed una barella che lo porta nell'antistadio della Curva Nord dove c'è un'ambulanza che di corsa, a sirene spiegate, cerca di raggiungere l'Ospedale Santo Spirito dove però il povero Paparelli giungerà cadavere. La notizia fa il giro dello stadio in un'attimo, mentre alle quattordici e quindici viene data in diretta durante il prologo della trasmissione televisiva 90° Minuto mandando in agitazione non poche famiglie che avevano congiunti all'Olimpico. Immediata la reazione della tifoseria biancazzurra che tentava in tutti i modi di bloccare la gara, mentre gran parte del pubblico lasciava gli spalti in preda ad una comprensibile paura. Negli spogliatoi si decideva di giocare per motivi di ordine pubblico, ma la gara poteva iniziare solo dopo che alcuni giocatori si erano recati sotto la curva nord per parlamentare con i tifosi inferociti. A questo punto, la cronaca della gara passa in sott'ordine, in quanto le due squadre profondamente provate dai fatti menzionati decidevano tacitamente di non farsi del male per non aggravare la situazione già incandescente che la vittoria di una o dell'altra avrebbe potuto far esplodere in maniera ancora più drammatica. La rete di Zucchini al 6' e il pareggio di Pruzzo dieci minuti più tardi sono solo un'appendice ad una giornata tragica per lo sport italiano. Le forze dell'ordine sono alla ricerca degli autori del folle gesto, grazie anche alle segnalazioni dei tifosi giallorossi vicini al gruppo che viene ritenuto responsabile del gesto. Doveva essere una giornata di sport ed invece una vedova piange il giovane marito disteso nell'obitorio dell'ospedale.
La curva nord dove si fermano i tifosi della Lazio è quasi vuota. Il drammatico episodio con la morte di uno spettatore ha choccato tutti. I più sono tornati a casa. Quando le squadre entrano in campo un «commando» di alcune decine di giovanotti chiede a gran voce ai laziali di non giocare. Sullo sfondo si ode il coro 'Assassini! Assassini!'. La polizia è schierata con cani e lacrimogeni innestati nei fucili. Wilson va a parlare con i tifosi, cercando di convincerli che la gara deve essere disputata. E si gioca. Ma è un calcio senza slancio. Mancano gli ingredienti soliti nei «derby». Quasi non c'è la volontà di lottare. Sul prato dell'Olimpico si stende la tristezza della terribile notizia di pochi minuti prima. I tifosi sembrano ammutoliti. Non c'è il clamore che di solito accompagna le azioni di gioco. La Lazio pare più agile la Roma più quadrata. Nell'impostazione tattica della gara si nota che Liedholm insiste nella marcatura «a zona», e nei larghi spazi spuntano Giordano in grande evidenza, e Garlaschelli, a cui Peccenini concede troppa libertà. Ma nonostante le impressioni la Lazio non domina il gioco. Regna un certo equilibrio. Manca la spinta dei momenti felici. La manovra è monotona e senza sbocchi. Nella tattica della Roma si nota la ricerca di Pruzzo, a cui Manfredonia non dà tregua. Gli scontri fra i due sono frequenti, anche se inizialmente corretti. La difesa laziale regge l'urto con sicurezza. E' buono Tassotti, anche se un po' avventato, mentre Citterio non può sganciarsi: è costretto infatti a controllare Bruno Conti che è sempre in movimento. Il centrocampo degli azzurri domina sul ritmo. C'è differenza di passo: Montesi corre. Nicoli corregge la posizione arretrando in molte circostanze. Viola è dinamico. Zucchini rimane a protezione di un reparto, quello difensivo, che forse non ne avrebbe bisogno. Di contro sta una Roma in notevole difficoltà. Incassa un gol strano, perché la deviazione di Rocca su colpo di testa di Zucchini è netta, e reagisce con caparbietà. Viene il pareggio in pochi minuti ed è merito di Pruzzo, che sfrutta abilmente una punizione calciata da Amenta. Raggiunto l'uno ad uno il gioco lentamente si spegne. Con il passare dei minuti le due squadre dimostrano di accettare il nullo come risultato valido per entrambe. Si sviluppano tentativi di attacchi, ma non più attacchi veri. Si intravede verso la mezz'ora qualche spunto di Giordano, a cui la coppia Santarini-Turone non riesce a fare argine. Giordano parte bene, ha dribbllngs intelligenti, poi sfrutta male le conclusioni. Una volta trova Tancredi pronto a deviare un tiro di testa, in altre circostanze fallisce banalmente il bersaglio. E' comunque un centroavanti di grosse capacità, sgusciarne, rapido, intraprendente. E sorretto da centrocampisti che lo invitano. La difesa della Roma regge bene al contrasto, anche se Rocca appare in evidente difficoltà. Rocca è un terzino di forza, un incontrista di notevole valore, ma più che altro è un difensore capace di portare avanti alcuni palloni preziosi con «i cross a rientrare». Ma Rocca non è ancora il bel terzino che avevamo ammirato in nazionale anni addietro. Clinicamente è guarito, atleticamente è a posto, ma non ha più il dinamismo e gli slanci di un tempo. Rocca non ha compiti speciali di marcatura, ma raramente avanza, forse per timore di non poter rientrare in tempo utile. E' una Roma diversa da quella vista all'inizio di stagione. La Lazio potrebbe vincere nella ripresa, quando Pruzzo cala di tono e quando Ancelotti sbaglia più del lecito, ma non è giornata di grandi risultati. Il pubblico di parte laziale non accetta la partita. Rifiuta di restituire i palloni che arrivano nel settore riservato ai tifosi biancoazzurri. Se qualche ragazzino tenta di avvicinarsi, rischia botte e qualche lattina in testa. Si perde molto tempo. Forse oltre sei minuti. L'arbitro non ricupera. D'Elia non vuole guai. Conferma di accettare il pari che accontenta le due parti. Ferma Giordano per un fallo inesistente quando il centravanti laziale sta per calciare a rete a colpo sicuro, e poco dopo grazia i difensori laziali per un atterramento di Ancelotti. fuori area di rigore. D'Elia diventa sereno prima della fine espellendo Montesi e Amenta per un banale scontro a due. Parlare di tecnica non ha senso. Questo derby Roma-Lazio non ha sussulti, soltanto un gol, accettato quasi senza entusiasmo dagli stessi tifosi. Era importante chiudere la gara senza aggiungere guai al lutto che ha reso drammatico e triste un normale avvenimento sportivo. La folla che se ne va in silenzio. E' la prova che nessuno pensa alla classifica, ma tutti rimpiangono quel povero padre di famiglia, morto a trentatré anni colpevole soltanto di aver voluto trascorrere un pomeriggio allo stadio. Il derby Roma-Lazio passerà tragicamente alla storia. Uno spettatore di trentatré anni, Vincenzo Paparelli, sposato, padre di due figli, è stato ucciso sulle gradinate della curva Nord quasi al limite con la tribuna Monte Mario, da un razzo esploso dalla curva Sud che si trova al lato opposto dello stadio. Era un tifoso della Lazio. Ieri è andato alla partita con la tessera del fratello, tifoso della Roma, con il quale manda avanti una piccola officina nel quartiere di Primavalle. E' la prima volta in Italia, che un incontro di football viene funestato da un delitto. L'episodio è accaduto verso le tredici, quando già gli spalti dell'Olimpico erano gremiti di folla. Sulla curva Sud sì trovavano, secondo un'antica consuetudine, i tifosi romanisti, mentre il lato Nord era riservato ai sostenitori laziali. Le due fazioni stavano scambiandosi i soliti slogan sfottenti. La scintilla è scattata quando nel settore laziale e apparso un grosso striscione sul quale era scritto a lettere cubitali: «Rocca bavoso, i morti non resuscitano», I romanisti replicavano con bordate di fischi. Improvvisamente dal punto dove giganteggiava un grosso drappo con scritto «Commando Ultrà Curva Sud», è partito un grosso razzo, che dopo aver attraversato sibilando tutto il campo, andava a colpire in pieno volto il Paparelli che si accasciava sanguinate al suolo. In un baleno dilagava il panico. La folla si precipitava verso le uscite mentre un altro proiettile, scagliato dallo stesso punto, oltrepassava addirittura il settore Sud andando a finire su un albero fuori dello stadio. Intanto accanto al Paparelli era rimasta soltanto la moglie Wanda del Pinto, che gridava disperatamente. E' trascorso qualche minuto prima che ci si rendesse conto della gravità dell'episodio. Poi sono arrivati i barellieri. L'ambulanza si faceva largo con la sirena spiegata, diretta verso l'ospedale di Santo Spirito. Purtroppo il poveretto ha cessato di vivere lungo il tragitto. Uno spettatore ha raccolto il piccolo razzo insanguinato, che aveva ucciso il giovane e lo ha consegnato alla polizia. Solo dopo un quarto d'ora si spargeva fra il pubblico la notizia della morte del Paparelli. I sostenitori biancoazzurri si abbandonavano ad una reazione rabbiosa. Saltavano fuori bastoni, spranghe di ferro, biglie. Venivano infranti i vetri che dividono i settori delle tribune Tevere e Monte Mario. Alcuni esponenti dei circoli biancoazzurri si portavano davanti agli spogliatoi chiedendo la sospensione della partita. Il presidente della Roma. ing. Viola, pallido in volto, replicava con aria affranta che non si sentiva di assumersi la responsabilità di una decisione che avrebbe rischiato di creare incidenti ancora più gravi. Anche le autorità hanno ritenuto opportuno evitare di prendere iniziative con il pericolo di far precipitare la già precaria situazione. Quando le squadre sono entrate sul terreno di gioco, dalla curva Sud si è levato il coro di «assassini, assassini». La curva Nord presentava larghi vuoti. Molti avevano lasciato lo stadio per paura e altri in segno di protesta aderendo all'invito lanciato dai capo-tifosi. Alcuni scalmanati si sono avvicinati al fossato e hanno cominciato a lanciare oggetti in campo mentre le forze dell'ordine si schieravano con i fucili lanciarazzi puntati. Il capitano della Lazio Wilson e Giordano, si avvicinavano agli spalti cercando di placare l'ira della folla. L'arbitro D'Elia si guardava intorno disorientato. Partiva un razzo di color rosso che lo sfiorava ad una spalla. Nel trambusto generale, il direttore di gara decideva di fischiare l'inizio della partita. Continuava il lancio di proiettili di ogni genere. Il comandante dei carabinieri decideva di far entrare nel recinto della curva Nord drappelli di militi. Si accendeva qualche scontro. Ma fortunatamente non accadevano altri episodi gravi. Più tardi il capo del secondo distretto di polizia, dott. Marinelli, ha dichiarato che era stato effettuato il fermo di quattro giovani. Si sospetta che due dì essi abbiano a che fare con l'episodio delittuoso. «Non sappiamo con esattezza quale tipo di arma abbia usato il teppista che ha sparato riteniamo che debba trattarsi di un lanciarazzi dotato di una carica di notevole potenza» ha aggiunto il funzionario.
Roma-Lazio, una stracittadina che nelle ultime occasioni aveva già fatto registrare allarmanti segnali di alta tensione tra gli opposti schieramenti. Le opposte fazioni si scontrano passando per la tribuna Tevere, con le forze dell'ordine a rinforzare i punti più caldi, e quando tutto sembra tornare alla calma... arriva il dramma! Dalla Sud una scia nera sibilante parte nei pressi dello striscione "Club Somalia" verso la Curva Nord, ma la traiettoria cambiata dal vento fa slittare il mortaio sopra il tabellone. Poi un altro "fischio". Parabola diversa. Va fuori lo stesso. Infine un terzo, sempre un razzo antigrandine. Questa volta con traiettoria tesa, senza parabola. Fa un percorso di 150/160 metri nell'aria... "Ho visto arrivare il razzo dalla Sud con la scia nera, lunghissima, filava veloce, credevo che andasse in alto come gli altri, ma all'improvviso è arrivato verso di noi. Istintivamente mi sono scanzato e in quell'istante m'è arrivato del sangue in faccia", racconta rabbrividito un testimone dell'atroce domenica, quando un razzo va ad infilarsi proprio nella testa di un tifoso della Curva Nord. "Quell'uomo aveva un panino tra le mani e lo stava mangiando; poi la moglie ha cominciato a urlare, e lui, rosso di sangue, cominciò a rotolarsi mentre tutti scappavano". I primi a soccorrerlo sono dei medici: "Quel razzo era entrato nell'occhio sinistro dell'uomo. Metà razzo gli fu tolto da un ragazzone. Pensate che dalla testa continuava ad uscirgli il fumo, una scena orribile". Sulle verdi panchine ora macchiate di rosso sangue s'odono per un attimo solo le strazianti grida di una donna sconvolta: "No, non morire, non puoi morire, abbiamo due figli!", è la moglie dell'uomo. "Corsi subito nella parte alta della curva dove la gente s'agitava freneticamente, andai verso quell'uomo, vidi il razzo nel suo occhio e lo tolsi nella speranza di salvarlo: s'era conficcato proprio dentro la testa. Non dimenticherò mai di che colore diventò la mia camicetta. Uno spettacolo assurdo, straziante... non si può morire così!" Arriva l'urlo lacerante di una sirena. La corsa al Santo Spirito. Un inutile battaglia contro il tempo, per un responso scritto sul registro dell'ospedale: quell'uomo arrivato dallo stadio è registrato con il numero seimila duecento venti, l'atto di una fredda fase burocratica che gli sancisce la morte dinnanzi alla legge. Sono le tredici e quarantacinque quando la prima fila della gradinata Nord, sopra l'ingresso cinquantasette nell'angolo accanto al passaggio, viene piantonata da 4 carabinieri con elmetto e fucile intenti a proteggere gli addetti che effettuano i rilevamenti sul luogo ove la morte s'è fermata. Quell'uomo si chiamava Vincenzo Paparelli, trentatré anni, di professione meccanico, abitante a Mazzalupo, vicino Casalotti. Era venuto allo stadio in compagnia della moglie Wanda, ma un razzo per imbarcazioni, gli stronca la vita. Le reti di Zucchini e Pruzzo passano inosservate, anche se la Sud continua ostinata nei suoi "Roma,Roma", mentre la Nord si accanisce persino su un pallone che erroneamente arriva in curva, rigettato in campo squarciato dalla lama di un coltello. Al fischio finale le violenze si riversano per le vie della città. "Ad incitare chi sparò addosso a Paparelli furono in molti. A pochi metri c'era anche un servizio d'ordine con tanto di fascette di riconoscimento legate al braccio, ma nessuno disse niente, anzi tutti l'applaudirono, e tutti hanno visto quel razzo finire tra la gente della Nord. Qualcuno urlava ai Laziali "morirete", invece altri alzavano bare di cartone, poi quando si seppe che una persona era morta, tutti gridarono a quel ragazzo "assassino assassino" e lui è scappato piangendo" scrisse Il Corriere dello Sport riportando le testimonianze dei tifosi presenti in Sud.
DA "GIALLOROSSI" DEL DICEMBRE 1980
L'appuntamento con il latitante è per le cinque del pomeriggio, in piazza del municipio. Quando arrivo, accompagnato dal collega Mario Biasciucci dell'Occhio, lui è già lì. "Come stai?", gli chiedo. "Male, grazie", risponde. Però non ha l'aria dell'individuo braccato, anche se le polizie di tutta Europa, in questo stesso momento, gli stanno dando la caccia. Lui, G.F., è l'ultra romanista che il 28 ottobre del 1979, allo stadio Olimpico, uccise con un razzo per le segnalazioni marine il tifoso laziale Vincenzo Paparelli. E' sereno, disteso, quasi disinvolto.
"Andiamoci a bere un caffé", dice. "Poi vi racconterò tutto". Indossa un paio di jeans sdruciti, stivaletti a punta scalcagnati e un maglione che fanno a pugni con la camicia rossa della Cerrel, elegantissima e acquistata a Roma, in una boutique, quando ancora non doveva nascondersi. "Adesso non potrei permettermela" aggiunge guardandomi con gli occhi socchiusi per il fumo della sigaretta."Non ho una lira".
E' duro vivere da latitante?
"Altro che se è duro. Devi sempre correre, scappare, diffidare di tutti e di tutto. Ogni persona che incontri può essere un poliziotto. Per questo, ho deciso di farla finita. Tra venti giorni, un mese al massimo, mi costituirò, tornerò in Italia e affronterò il processo. Non ce la faccio più a tirare avanti così, sono a tocchi. Ho già contattato i miei avvocati, G.A. e P.V., per farmi consigliare. In fondo ho solo diciannove anni e, anche se mi condanneranno, potrò ancora rifarmi una vita".
L'uomo che hai ammazzato ne aveva trentatré. Ci hai mai pensato?
"Cristo, se ci ho pensato. Non ho dormito la notte per il rimorso, questo è stato un anno d'inferno, il peggiore anno della mia vita".
Parlando, siamo arrivati davanti a un bar che tutti, qui a Lugano, chiamano "Caffè del Federale" perché tra la sua clientela, un tempo, c'erano parecchi neofascisti italiani in fuga. Proprio lì, a quel tavolo d'angolo, Marco Pozzan (notoriamente amico Freda e Ventura) rilasciò la prima intervista dalla clandestinità e Angelo Angeli, detto "golosone" per la sua passione per i Baci Perugina e il tritolo, riceveva gli amici sanbabilini e i "colleghi" della S.a.m., Squadre d'Azione Mussolini.
La domanda è inevitabile.
Come mai ci hai dato appuntamento in questo posto? Chi te l'ha suggerito?
"Nessuno, non sforzarti per capire, perché tanto arriveresti a conclusioni sbagliate. Non sapevo che i fascisti pascolavano qui, insomma non sono un "nero" se è questo che vuoi sapere, non ho alcun interesse per la politica. Caso mai sono giallorosso, la mia unica fede è la Roma".
Anche adesso, dopo tutto quello che è successo?
"Sì!"
Dove hai trascorso questo anno di latitanza?
"In giro, facendo una vita infame e modesta. Ho tirato a campare".
Chi ti ha dato i soldi per sopravvivere? Si,insomma, chi ti ha aiutato? La vedova di Vincenzo Paparelli ha detto in un'intervista che c'è qualcuno che ti protegge, che finanzia la tua fuga.
"No, io so' disgraziato, non ho santi in paradiso. Per mantenermi ho dovuto lavorare a giornata. Ho fatto il lavapiatti, l'idraulico, il meccanico".
Come facevi a farti assumere?
"Dicevo di avere fame"
Hai mai temuto di venire scoperto?
"Un'infinità di volte. La prima mi capitò subito dopo la disgrazia. Ero alla macchia da una decina di giorni. Presi un treno per tornare a Roma e mi trovai in uno scompartimento di seconda classe con diversi viaggiatori. Uno di loro era un poliziotto in borghese, lo capii dai discorsi. A un certo punto si mise a leggere il giornale. Con la coda dell'occhio vidi che stava guardando la mia fotografia e lo sentii esclamare: "Se mi capitasse tra le mani questo tipo qui, gli metterei la pistola in bocca e lo menerei pure". Per paura che mi riconoscesse, mi buttai una rivista in faccia e rimasi così per tutto il viaggio, facendo finta di dormire. Non ho mai pregato come quella volta. Anche di recente per poco non mi è venuto un colpo. Stavo rientrando nel mio rifugio, quando ho sentito una voce che diceva: "Giovanotto...". Mi sono girato e ho visto un gendarme che correva verso di me. "Stavolta è proprio finita" ho mormorato. Invece voleva solo un fiammifero. Gli ho regalato l'accendino dalla gioia quando me ne sono reso conto".
I vecchi amici ti sono rimasti vicino?
"No, mi hanno abbandonato. Non c'è stato un cane che sia andato da mia madre a chiedere notizie. Perfino la ragazza mi ha piantato. Ha diciotto anni. Non ho più avuto il coraggio di cercarla da quello stramaledetto giorno".
Che cosa rammenti di quel pomeriggio?
"Tutto. Le grida della folla, il rumore del razzo..."
Come te lo eri procurato?
"In un negozio, dove sennò? IL giorno prima del derby, approfittando del fatto che ero di riposo, mi sono trovato con i soliti amici. C'erano M.A., E.M. e altri"
Tutti tifosi della Roma?
"Bé, dire tifosi è poco. Noi ciavemo er core giallorosso, Pruzzo è il nostro Dio e Liedholm il suo profeta..."
Che cosa avete fatto?
"Abbiamo studiato un programma per sostenere la squadra l'indomani".
Risultato?
"Siamo andati a comprare dei botti per fare un po' di casino, Nel primo negozio non c'era niente che facesse al caso nostro, ma nel secondo ci hanno fatto vedere dei razzi a luce rossa. "Sono pericolosi?" abbiamo chiesto. "No", ci ha risposto il proprietario. "Se li sparate orizzontali, a cinquanta metri si apre il paracadute e potete raccoglierli con una mano". Se non ci avesse detto così non li avremmo presi, siamo stati truffati, insomma. Oltretutto le istruzioni erano scritte in inglese e nessuno di noi capisce questa lingua. Soltanto dopo abbiamo saputo che si trattava di residuati di magazzino, che non si trovavano neppure più in commercio. Con cinquantamila lire ne abbiamo presi tre" .
Chi vi ha dato quei soldi? La Roma?
"Tutto sudore nostro. Ce li siamo procurati da soli. Noi del Commando Ultrà Curva Sud siamo sempre stati autosufficienti".
Che cos'é il "Commando Ultrà Curva Sud"?
"E' il fior fiore dei tifosi romanisti...".
Dei più scatenati, visto che il vostro stemma è un teschio con una Folgore?
"Macché scatenati, noi ci agitavamo solo per rincuorare la Roma. Sono i "trascinatori" quelli che fanno casino. Loro sono dei delinquenti, armano anche i bambini. Noi abbiamo sempre usato bengala innocui".
La società favoriva la vostra attività?
"Non ci ha mai aiutato più di tanto. Ci dava i biglietti omaggio del servizio d'ordine e ci metteva a disposizione il magazzino".
Bel servizio d'ordine! Nel magazzino custodivate i razzi. Allora sono le società a favorire la violenza.
"No, la Società non c'entra. Il magazzino ce lo dava per le bandiere, Certo che ogni tanto qualcuno ci nascondeva anche i botti. Con i biglietti del servizio d'ordine, difatti, si passava dallo stesso cancello "E" da cui entrava il personale dello stadio. Non c'erano controlli. Quel giorno, ad esempio, i razzi me li ha portati dentro uno della Roma due ore prima dell'inizio. Io ero fuori con quelli del controllo".
Poi che cos'è accaduto?
"I laziali si davano un gran daffare e così abbiamo pensato di controbatterli. Mi sono ritrovato in mano il primo razzo e l'ho acceso, ma ho dovuto agitarlo perché non partiva. A forza di muoverlo mi è sfuggito di mano, era la prima volta che lanciavo un ordigno simile. Subito dopo ho cercato di accenderne un altro, ma si è sprigionato un fumo densissimo. Nella nebbia ho visto la folla ondeggiare dalla parte dei laziali, nient'altro".
Non ti sei accorto di aver ucciso un uomo?
"No, l'ho saputo dalla radio e dagli altoparlanti del campo".
Allora che hai fatto?
"Sono rimasto al mio posto a vedere la partita. Speravo che non fosse il mio, quel razzo maledetto. Verso la fine del primo tempo, però ho notato che i compagni mi guardavano in modo strano e ho cominciato ad allarmarmi. Appena hanno aperto i cancelli dello stadio me la sono squagliata. Mica poteva restare lì con scritto assassino in fronte".
Questa è la prima volta che ammetti di aver lanciato il razzo omicida. Se non sbaglio, in passato hai scritto una lettera ad un giornale negando tutto.
"Non sapevo più cosa fare per discolparmi, avevo perso la testa. Quel giorno non volevo fare del male a nessuno, tanto è vero che giravo a viso scoperto, senza fazzoletto sul volto come fanno gli ultrà quando decidono di menare le mani. Non sono mai stato violento. Certo, qualche volta mi sono picchiato con i laziali, ma tutto è finito lì. Ho sempre avuto paura di prenderle. Anche da bambino ero sottomesso a tutti. Nella mia zona mi chiamavano "pollacchione" e non mi rispettava nessuno".
Eri già romanista a quell'epoca?
"Tifavo per la prima in classifica che era la Juventus. Poi ho scoperto la Roma e me ne sono innamorato. Ho cominciato ad andare allo stadio ad otto anni con mia sorella N. A 13 anni ho cominciato a lavorare perché non avevo più voglia di studiare. Con i primi guadagni mi sono comprato un abbonamento per la Curva Sud".
Torniamo alla tua fuga.
"C'è poco da dire. Quando i compagni, che sono rimasti allo stadio fino all'ultimo, mi hanno confermato che la polizia mi cercava per l'assassinio di quel tizio me la sono squagliata. Prima però ho telefonato a casa, a mia madre, dicendole che partivo per Pescara".
Non le hai detto altro?
"E che so' scemo? Mica potevo dirle "ho ammazzato uno". Sarebbe svenuta al telefono".
Avevi molto denaro con te?
"Duecentomila lire, tanto è vero che ho dovuto chiedere ospitalità a un amico. La sera dopo mi sono spostato, poi ho cominciato a vagare da un paese all'altro. Sono stato anche all'estero..."
Come viaggiavi?
"In treno o con l'autostop. La polizia trascura gli autostoppisti, ha altro da fare".
Adesso come trascorri le tue giornate?
"Lavorando qua e là. La sera non esco mai, non vado neppure al cinema per paura che mi fermino per chiedere i documenti".
Hai più visto i tuoi genitori?
"No, ed è questa la cosa che mi dispiace di più. Oltretutto io contribuivo al bilancio familiare. Prendevo cinquantamila lire alla settimana e le versavo quasi tutte in casa. Papà è un saldatore disoccupato, da solo non ce la fa a mandare avanti la famiglia".
Davi tutto a lui?
"Sì. Pensa che gli amici mi avevano soprannominato "Tzigano" perché, per non sporcare il vestito buono, andavo allo stadio conciato come uno straccione".
Sei più tornato a vedere una partita?
"No, mi è sempre mancato il coraggio. Ho paura di tradirmi per l'emozione. Ma un giorno ci ritornerò. Magari andrò in tribuna, non nella curva sud".
Ti sei pentito di quello che hai fatto?
"Se vedessi un ragazzo con dei razzi in mano glieli farei ingoiare. Mi sono rovinato la vita per quella robaccia".
A dire il vero te l'eri già rovinata prima. Avevi già avuto altri guai con la giustizia.
"Quali guai? Le mie sono sempre state stupidaggini. Ho preso quattro mesi per uno scippo, ma non avevo una lira. E da piccolo mi sono fatto pescare mentre giocavo dentro una macchina rubata da altri. Tutto qui".
Cosa farai dopo esserti costituito?
"Scriverò una bella lettera alla moglie e ai figli di Paparelli per chiedere il loro perdono".
Speri che te lo riconoscano?
"Sì. Quel disgraziato è morto, ma sono disgraziato anch'io che continuo a vivere con questo peso sulla coscienza".
Hai paura di andare in galera?
"No. Ho paura di uscire. Sono sicuro che i laziali non dimenticheranno ciò che è accaduto e, prima o poi, verranno a cercarmi per pareggiare il conto. Si è trattato di una disgrazia, maledizione, non di un delitto".
L'intervista è finita, prima di andarsene G.F. si dà una spolverata agli stivaletti a punta, da bullo di periferia che balla il liscio. "Presto ci rivediamo a Roma", dice. "Sto preparandomi per "L'ultimo Tango".
AGGIORNAMENTO DEL 28/10/2024
Erieccoci qui, al 28 ottobre. Una data che per sempre, per tutti i tifosi laziali, riporterà con la mente a quanto accaduto nel 1979. Quel giorno doveva essere uno come tanti altri in cui si giocava il derby della Capitale, Roma contro Lazio, per una rivalità che avrebbe incendiato il cuore della città in novanta minuti di emozioni forti. Ma quella partita resterà nella storia per un tragico fatto di cronaca, perché prima ancora che il fischio d’inizio risuonasse nell’Olimpico, accadde qualcosa che nessuno avrebbe mai potuto dimenticare. Vincenzo Paparelli, tifoso laziale, pagò con la vita un assurdo atto di violenza. Quella giornata segna una ferita aperta, un trauma che ancora oggi, a distanza di quarantacinque anni, rimane una pagina terribile della storia del calcio. Vincenzo Paparelli era un uomo comune, un lavoratore, un padre di famiglia. Viveva la sua passione per la Lazio con il cuore e l’anima. E in quella domenica di fi ne ottobre, in un’epoca in cui le rivalità calcistiche, anche se già accese, non avevano ancora raggiunto i livelli di violenza che purtroppo oggi conosciamo, si trovava seduto in Curva Nord, insieme a migliaia di altri tifosi, in attesa che la partita iniziasse. Un istante, uno soltanto, e cambiò tutto. Un razzo sparato dalla Curva Sud lo colpì mortalmente. Non c’era motivo, non c’era logica. Solo un atto di cieca incoscienza, un gesto che gli strappò via la vita. Da quel giorno, tra quei gradoni dell’Olimpico, resta un vuoto incolmabile. Paparelli divenne immediatamente il simbolo del tifoso innocente, di quella parte del calcio che vive di passione e amore per la squadra, e che non avrebbe mai dovuto trovarsi al centro di una violenza insensata. La sua morte segnò un punto di svolta, un momento di consapevolezza per tutto il calcio italiano, sebbene ancora oggi ci sia qualche idiota che “celebra” la ricorrenza con abominevoli scritte sui muri di Roma. A distanza di quarantacinque anni, Vincenzo Paparelli è ancora lì, nei cuori di chi vive la Lazio con la stessa passione che lui nutriva. Il suo nome è scolpito nella memoria collettiva del calcio italiano, un ricordo doloroso ma necessario. La sua storia è un inno alla pace e al rispetto. È un simbolo eterno di cosa significa essere tifosi nel senso più puro. La sua tragedia è una ferita che mai si rimarginerà, ma il suo ricordo vive nelle voci della Curva Nord. Ogni derby. Ogni partita. Ogni 28 ottobre.
A lanciare il razzo fu Giovanni Fiorillo, all’epoca diciottenne. Un pittore edile disoccupato, che cercò di far perdere le sue tracce dopo l’accaduto. Dopo quattordici mesi si costituì, per essere condannato a sei anni e dieci mesi di reclusione per omicidio preterintenzionale. È morto il 24 marzo 1993 a causa di un male incurabile.
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