Di Fabrizio Brancoli.
Sul pavimento di quel palcoscenico chissà quante recite, quante dinamiche, gli incroci di attori e comparse, i protagonisti, i finali amari, i cori greci, le commedie all’italiana. Il sipario rosso sui lati, la scena vuota, un carabiniere di lato e il tavolo deserto. C’era un’enorme metafora che percorreva la lettura della sentenza, inutile nasconderla. Era la metafora del teatro Moderno, casa di farse e tragedie, di grottesco e di dramma. Silenzio in sala, tutti in piedi: va in scena l’ultimo atto. Il comandante prende sedici anni e quasi tutti penseranno che sono pochi. Il comandante non andrà in galera e molti penseranno che non è giusto, che la sua ultima rotta doveva essere in un penitenziario. Subito.
L’errore è nell’aspettativa. Nella premessa. L’errore è stato attendere una giustizia riparatrice e sacra, più morale che formale, capace di punire ma anche di far sentire meglio chi ha provato rabbia, disperazione e pure vergogna. Una sentenza che abbracciasse le coscienze e forse le irrazionalità di chi giustamente si è indignato. Qualcuno voleva il sangue e altri volevano che fosse rispettato il diritto.
Perché, quando abbiamo saputo della sentenza, noi italiani, abbiamo pensato che “era poco”? In punta di legge la tesi del collegio giudicante regge l’urto: non asseconda l’arrembaggio dell’accusa, contenendo la previsione degli anni di reclusione e tagliandone dieci su ventisei. Poi non fa concessioni alla richiesta di carcere immediato, e qui l’ordinanza dei giudici diventa quasi un anticipo di motivazione, dilungandosi sul perché il “pericolo di fuga” - che per la procura era il fondamento dell’arresto, non è in realtà un cardine sostenibile. E infine piazza Francesco Schettino potenzialmente davanti al timone di una nave tra cinque anni: è interdetto da quella mansione solo per questo breve periodo. E sinceramente quest’ultimo accessorio della sentenza è raggelante. Con la logica comune, ci è difficile accettare che si debba consentire a un uomo di navigare con piena responsabilità, dopo che ha condotto contro gli scogli la nave più grande mai naufragata su questo pianeta, in ogni tempo.
Ci sono le ragioni del diritto e quelle dell'istinto, le ragioni giuridiche e quelle delle convinzioni profonde. Nessuno (purtroppo?) può condannare Schettino a qualche anno in più solo perché non si è scusato abbastanza, perché non si è scusato pubblicamente, o perché non ci ha convinto quando lo ha fatto. Le lacrime hanno fatto un po' di strada sul suo volto soltanto ieri, troppo tardi per convincere, e mezzo mondo ha parlato di lacrime di coccodrillo. È, vero, esistono naufraghi e anche familiari di vittime, perite in modo atroce in quel gigantesco sarcofago galleggiante, che hanno abbracciato il comandante, che hanno condiviso le sue parole di pentimento tra quattro mura; ma ne esistono molti di più che sono delusi dal suo comportamento e furiosi per le sue colpe.
Per lunghi mesi il caso del processo Concordia ha danzato attorno a una questione che appare autentica: perché c'era solo un imputato, dove sono finite le responsabilità della Costa, per quale motivo la grande compagnia ha giocato la partita dei risarcimenti e non quella delle condanne penali? È un interrogativo che resta sospeso come certi silenzi fuori e dentro la sala del Moderno: senza risposta, senza giustizia. Ma non può bastare questo a produrre clemenza verso l'imputato solitario.
L’ultimo atto, il sipario, la parola “fine” sullo schermo, la grande metafora. Ma - come era prevedibile - nessuno esce dal teatro con la risposta terminale e assoluta, il Vero, il Giusto. Sedici anni di reclusione da qualche parte suoneranno come beffa, una spending review delle emozioni e delle pretese. Ora l’appello, magari la Cassazione. E un pensiero sgradevole: al termine dei giochi, alla fine di tutto, quanto sarà il tempo effettivo di sbarre e cella, in quei sedici anni?
(Da "La Nuova Sardegna")
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