Di Redazione.
Siccome da quasi dodici anni e mezzo non siamo ipocriti in quel che scriviamo ora che la vita terrena di Michela Murgia (NELLA FOTO IN ALTO) è finita in un ospedale di Roma all'età di cinquantuno anni (essendo nata a Cabras il 3 giugno del 1972) non ci uniremo alla corsa al ricordo postumo di una persona che non può sentire gli elogi post mortem di persone che ne parlavano male quando la stessa era viva. Anche noi, in generale, non la pensavamo alcune volte come lei nonostante in questo spazio virtuale ci siano persone di qualsiasi formazione o ideologia politica permessa dalla Costituzione, specialmente alcune persone all'interno della nostra redazione ma non per questo ne abbiamo mai messo in dubbio la sua grande cultura e capacità di analisi pur nella differente veduta che ci sta all'interno di un ambito ed un contesto dialettale civile. La Sardegna, terra di fondazione di questo progetto cui segniamo indubbiamente legati, ha perso con la sua dipartita, il suo esponente culturale in vita di riferimento questo è indubbio.
La Murgia è stata è stata una moltitudine di cose ma non una tuttologa sia chiaro, come già detto scrittrice, ma anche blogger, drammaturga, opinionista e critica letteraria, autrice del romanzo Accabadora vincitore dei premi Campiello, Dessì e SuperMondello.
Da giovane frequentò l'istituto tecnico commerciale che finì nel 1991. Fra le varie esperienze lavorative svolte prima di dedicarsi all'attività di scrittrice, rientrano quella di cameriera in una pizzeria e di insegnante di religione nelle scuole, per sei anni, venditrice di multiproprietà, operatrice fiscale, dirigente amministrativa in una centrale termoelettrica e quella di portiera notturna. Nel suo primo libro, Il mondo deve sapere, dapprima concepito e praticato come un blog, ha raccontato in chiave satirica la realtà degli operatori di telemarketing all'interno del call center di un'importante multinazionale (Kirby Company), descrivendo lo sfruttamento economico e la manipolazione psicologica a cui sono sottoposti tali lavoratori precari. Dal libro è stata tratta l'opera teatrale Il mondo deve sapere (di David Emmer, con Teresa Saponangelo) e ha ispirato la sceneggiatura del film Tutta la vita davanti di Paolo Virzì con Isabella Ragonese, Sabrina Ferilli, Elio Germano, Valerio Mastandrea e Massimo Ghini. Di formazione cattolica, è stata animatrice nell'Azione Cattolica come referente regionale del settore giovani. Ha ideato uno spettacolo teatrale rappresentato nella piana di Loreto al termine del pellegrinaggio nazionale dell'Azione Cattolica del settembre 2004, al quale ha assistito anche papa Giovanni Paolo II. Aveva un blog, Il Mio Sinis, nel quale descriveva, anche con fotografie, la penisola del Sinis. Nel 2007 fu già, con un suo scritto, tra i quarantadue scrittori riuniti da Giulio Angioni in Cartas de logu: scrittori sardi allo specchio. Nel 2008 pubblicò per Einaudi Viaggio in Sardegna, una guida letteraria a luoghi meno noti dell'isola. Nel 2009 pubblicò, sempre per Einaudi, il romanzo Accabadora, una storia che intreccia nella Sardegna degli anni cinquanta i temi dell'eutanasia e dell'adozione. Il romanzo uscì in traduzione tedesca nel 2010 per l'editore Wagenbach. Nel 2011 il free climber Maurizio Zanolla, in arte Manolo, intitolò al romanzo Accabadora un settore di arrampicata a Gutturu Cardaxius, da lui aperto in Sardegna con Bruno Fonnesu. Con Accabadora vinse la sezione narrativa del Premio Dessì nel 2009. Questo romanzo uscì anche in audiolibro, con la voce della stessa autrice, per la Emons Audiolibri. Nel 2010 si aggiudicò anche il SuperMondello nell'ambito del Premio Mondello e il Premio Campiello. Nel 2011 pubblicò, per Einaudi, Ave Mary. E la chiesa inventò la donna. Dal libro trassero ispirazione i Punkreas per il testo Santa Madonna, scritto per Fedez e contenuto nell'album Mr. Brainwash del 2013. Nel 2012, sempre da Einaudi, pubblicò L'incontro ed un racconto all'interno dell'antologia Presente (Autori Vari). Sempre nello stesso anno, per conto di Caracò Editore, pubblicò, all'interno dell'antologia Piciocas. Storie di ex bambine dell'Isola che c'è, il racconto L'aragosta. Nel 2013 pubblicò per Laterza il pamphlet contro il femminicidio scritto a quattro mani con Loredana Lipperini e intitolato L'ho uccisa perché l'amavo: falso! Nell'ottobre del 2015 uscì per Einaudi il romanzo Chirú. Nella primavera del 2016, ancora per Einaudi, diede alle stampe il pamphlet Futuro Interiore sui temi dell'identità, del potere e della democrazia. Nella stagione televisiva 2016-2017 partecipò alla trasmissione Quante storie di Rai 3 con una rubrica quotidiana di recensioni letterarie e consigli librari. Dal 30 settembre 2017 al 4 novembre 2017 condusse, il sabato pomeriggio su Raitre, Chakra. Nel 2018 pubblicò per Marsilio il memoir letterario L'inferno è una buona memoria, ispirato al romanzo Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley. Due mesi dopo venne dato alle stampe per i tipi di Einaudi il pamphlet politico Istruzioni per diventare fascisti, che viene tradotto in cinque lingue. Nel febbraio del 2019 esce per le edizioni Adriano Salani la raccolta di storie illustrate Noi siamo tempesta, che nello stesso anno vinse il premio Morante e la menzione speciale della giuria del premio Andersen. Nel 2019, in collaborazione con Chiara Tagliaferri, pubblicò per Mondadori la raccolta di racconti biografici Morgana, storie di ragazze che tua madre non approverebbe, tratto dall'omonimo podcast della piattaforma Storie Libere che le due autrici realizzarono insieme dal 2018. Nello stesso anno contribuì all'antologia Le nuove Eroidi per Harper Collins, con il racconto Elena. Dal settembre 2019 all'agosto del 2020 condusse su Radio Capital, insieme ad Edoardo Buffoni, la trasmissione serale quotidiana TgZero, fino al gennaio 2019 condotta da Vittorio Zucconi. Il 7 dicembre 2020 la Murgia fu invitata ad aprire, con un discorso introduttivo, la prima del Teatro alla Scala di Milano, svoltasi a porte chiuse per l'emergenza Covid e trasmessa in televisione. Dal gennaio 2021 curava L'Antitaliana, la storica rubrica de L'Espresso nata negli anni ottanta e curata prima da Giorgio Bocca e poi da Roberto Saviano; Michela Murgia è stata la prima donna a firmare questa rubrica. Poi il 6 maggio scorso, in un'intervista al Corriere della Sera, dichiarava di essere malata di cancro ai reni al quarto stadio con metastasi ai polmoni, alle ossa e al cervello e che le restavano pochi mesi da vivere.
L'INTERVISTA DI ALDO CAZZULLO A MICHELA MURGIA DEL 6 MAGGIO 2023 PER IL CORRIERE DELLA SERA
Michela Murgia, il suo nuovo, splendido libro, «Tre ciotole», si apre con la diagnosi di un male incurabile. C’è qualcosa di autobiografico?
È pedissequo. È il racconto di quello che mi sta succedendo. Diagnosi compresa.
Lei scrive: Carcinoma renale al quarto stadio. Non ci sono speranze?
Dal quarto stadio non si torna indietro.
Il personaggio del suo libro però non vuol sentir parlare di «lotta» contro il male. Perché?
Perché non mi riconosco nel registro bellico. Mi sto curando con un’immunoterapia a base di biofarmaci. Non attacca la malattia; stimola la risposta del sistema immunitario. L’obiettivo non è sradicare il male, è tardi, ma guadagnare tempo. Mesi, forse molti.
Cosa intende per registro bellico?
Parole come lotta, guerra, trincea... Il cancro è una malattia molto gentile. Può crescere per anni senza farsene accorgere. In particolare sul rene, un organo che ha tanto spazio attorno.
Non può operarsi?
Non avrebbe senso. Le metastasi sono già ai polmoni, alle ossa, al cervello.
Michela, lei sta dicendo una cosa terribile con una serenità che mi impressiona.
Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono. Me l’ha spiegato bene il medico che mi segue, un genio. Gli organismi monocellulari non hanno neoplasie; ma non scrivono romanzi, non imparano le lingue, non studiano il coreano. Il cancro è un complice della mia complessità, non un nemico da distruggere. Non posso e non voglio fare guerra al mio corpo, a me stessa. Il tumore è uno dei prezzi che puoi pagare per essere speciale. Non lo chiamerei mai il maledetto, o l’alieno.
L’alieno lo chiamava Oriana Fallaci.
Ognuno reagisce alla sua maniera e io rispetto tutti. Ma definirlo così sarebbe come sentirsi posseduta da un demone. E allora non servirebbe una cura, ma un esorcismo. Meglio accettare che quello che mi sta succedendo faccia parte di me. La guerra presuppone sconfitti e vincitori; io conosco già la fine della storia, ma non mi sento una perdente. La guerra vera è quella in Ucraina. Non posso avere Putin e Zelensky dentro di me. Non avrei mai trovato le energie per scrivere questo libro in tre mesi.
La morte non le pare un’ingiustizia?
No. Ho cinquant’anni, ma ho vissuto dieci vite. Ho fatto cose che la stragrande maggioranza delle persone non fa in una vita intera. Cose che non sapevo neppure di desiderare. Ho ricordi preziosi.
Una delle sue altre vite la conosciamo: operatrice in un call center. Ne ha tratto un libro, Il mondo deve sapere, che ha ispirato il film di Virzì con Sabrina Ferilli Tutta la vita davanti. Le altre vite quali sono?
Ho consegnato cartelle esattoriali. Ho insegnato per sei anni religione. Ho diretto il reparto amministrativo di una centrale termoelettrica. Ho portato piatti in tavola. Ho venduto multiproprietà. Ho fatto la portiera notturna in un hotel.....
In Sardegna?
Nel posto più lontano e diverso dal mio paese, Cabras, che potessi trovare: l’hotel Perego al passo dello Stelvio, sull’unico ghiacciaio dove si scia pure d’estate. Ero la sola italiana, con Aisha, marocchina, Mohamed, berbero, Cheik, dell’Africa nera, e Mikhail, serbo. A tavola recitavamo la preghiera cattolica, quella musulmana e quella ortodossa. Il piatto più richiesto dai clienti era lo stinco di maiale e ogni volta era una scommessa: in cucina c’erano Mohamed e Cheik, che non ne hanno mai assaggiato uno...
Ora sta studiando il coreano? Come mai?
Da due anni. Volevo anche andare in Corea, ma le mie condizioni per ora non lo consentono. Tutto nasce da una passione per il k-pop e per i Bts, una musica e un gruppo che mi danno grandissima gioia. Ho iniziato a studiare il coreano per capire i testi. Poi mi sono resa conto che la vera ragione era un’altra.
Quale?
Me l’ha spiegata Jhumpa Lahiri. Gli scrittori postcoloniali, che hanno avuto successo non nella loro lingua originaria ma in quella dominante del colonizzatore, tendono a cercare un terzo spazio, una terza patria. Per Jhumpa, che ha origini indiane e scrive in inglese, è l’Italia. Per me, che sono sarda e scrivo in italiano, è la Corea. Forse ci andrò quando disperderanno le mie ceneri nell’oceano, a Busan. Nel coreano cerco parole che nessuno ha mai usato contro di me, e che io non ho mai usato contro nessuno.
Lei pensa e sogna in sardo?
Certo. Non soltanto: penso in sardo e traduco in italiano; sono due Michele diverse, una sarda e una italiana. Alla stessa domanda se penso in italiano do una risposta, se penso in sardo un’altra. L’Italia e la Sardegna sono due cose diverse. Per voi la Sardegna è l’isola delle vacanze. Non vi rendete conto che c’è una base militare ogni cento cinquanta chilometri, perché d’estate interrompono i tiri per non disturbare i turisti. L’altro giorno ero all’orto botanico, qui a Trastevere. La persona che era con me è trasalita per il botto del cannone del Gianicolo. Io no. Noi sardi siamo abituati ai rumori di guerra.
Però la Sardegna non è una colonia. È Italia. Uno dei personaggi del suo libro è la donna di servizio di un colonnello, che ha lavorato in un poligono in Sardegna, e dice che non è vero che le morti per tumore in quella zona siano legate alle armi...
Mi riferisco al poligono di Perdasdefogu, che viene affittato alle potenze alleate: arrivano, pagano, sperimentano armi e tecnologie, se ne vanno, e lasciano la loro scia di morte. Un magistrato coraggioso, il procuratore Fiordalisi, ha fatto riesumare le salme del cimitero e ha portato la Difesa e i vertici militari alla sbarra a rispondere di salute pubblica. Ma la comunità vive di cose non dette. La base dà da mangiare a tutti, ma non consente a nessuno di mangiare in modo diverso.
Eppure lei affida al suo personaggio, la donna di servizio, il ragionamento contrario. Anche a proposito della sua critica al generale Figliuolo: Una tipa in televisione ha detto che la divisa del Generale le faceva paura. Centinaia di morti per il virus e questa pazza....
La letteratura serve a ribaltare lo sguardo e in quelracconto la pazza sono io. Lo rivendico. Il codice militare applicato a un’emergenza civile è un rischio potente per una democrazia. Nel momento più drammatico abbiamo affidato il governo a Draghi, un tecnico, e la vaccinazione a Figliuolo, un militare. La politica in quel momento si è arresa e ha ceduto il suo ruolo. La facilità con cui abbiamo sospeso le libertà dovrebbe atterrirci.
Nel suo libro lei cita per nome un solo personaggio, oltre al cantante coreano Jimin: l’ex presidente Cossiga.
Mi è sempre stato simpatico. Ricordo un faccia a faccia con Minoli, che gli chiese: ma lei è massone? Cossiga rispose: no. Minoli lo incalzò. E lui: erano massoni mio padre, mio zio, mio cugino, i miei amici... Non avevo alcun bisogno di essere massone pure io. È un po’ come me con il Premio Strega. Ho rifiutato il voto da giurata, ma Chiara Valerio mi sfotte sempre: Michela non ha un singolo voto, ne ha diciassette... (Michela Murgia sorride).
Lei non scriveva un romanzo da otto anni.
E anche questo libro sarebbe dovuto essere un pamphlet. Invano Marcello Fois miripeteva che la letteratura cambia la vita più dei saggi, che Proust ha cambiato il mondo più di Baumann. A me sembrava che un saggio mi consentisse di scrivere più cose autentiche. Poi mi sono resa conto che la letteratura mi permette di dire cose meno assertive; anche cose contrarie a quelle che penso. La donna di servizio giustifica la decisione del Colonnello di sottoporre il figlio malato di cancro a un intervento chirurgico non necessario. Il bisturi come soluzione militare. Radicale. E sbagliata.
Lei aveva già avuto il cancro.
A un polmone. Tossivo. Feci un controllo. Era a uno stadio precocissimo, lo riconoscemmo subito. Una botta di culo. Però ero in campagna elettorale.
Si era candidata alla presidenza della Sardegna contro tutti i partiti, prese il dieci per cento.
Quella volta non potei dire che ero malata. Gli avversari mi avrebbero accusata di speculare sul dolore; i sostenitori non avrebbero visto in me la forza che cercavano. Dovetti nascondere il male, farmi operare altrove.
Questa volta come se n’è accorta?
Non respiravo più. Mi hanno tolto cinque litri d’acqua dal polmone. Stavolta il cancro era partito dal rene. Ma a causa del Covid avevo trascurato i controlli.
Le tre ciotole che danno il titolo al libro sono quelle in cui lei mangia, rigorosamente da sola, un pugno di riso, qualche pezzetto di pesce o di pollo e qualche verdura. Soltanto così ha smesso di vomitare. Un vomito che lei non collega alla malattia, bensì a un abbandono. A una sofferenza d’amore. Anche questa è autobiografia?
La donna di quel racconto è poco autobiografica. Non sono mai stata lasciata. Sono stata fortunata: ho sempre avuto amori felici, e persone che si sono rivelate in gamba anche quando le ho lasciate. Il vomito l’ho vissuto, ma legato alla mia ostensione pubblica, all’essere diventata un bersaglio. Era la reazione per l’odio che ho avvertito nei miei confronti. È cominciato quando ho visto per la prima volta il mio nome sui muri, quando mi hanno insultata in coda al supermercato. È finito quando ho capito che non dovevo lasciar entrare quell’odio dentro di me.
Come lo spiega, quell’odio?
Prima dell’arrivo di Elly Schlein mi sono trovata, con pochi altri scrittori come Roberto Saviano, a supplire all’assenza della sinistra, a difendere i diritti e le libertà nel dibattito pubblico.
Anche gli esponenti della destra sono odiati.
Sì. Ma fa parte del mestiere di un leader politico. Salvini e Meloni hanno dietro di sé un sistema di potere. Una macchina. Organi di stampa. Persone che lavorano per loro. Muovono denaro, fanno nomine, decidono carriere. Io nella discussione dovrei essere criticamente terza; invece sono diventata controparte. Ed ero sola, con la forza della mia voce. Mi dicevano: voi... Ma voi chi? Voi del Pd. Ma io non ho mai votato Pd in vita mia.
Nel libro, il personaggio femminile seppellisce il topo, ma il suo corpo spunta ancora fuori, e lei deve saltarci sopra per pareggiare il terreno.
Certe cose riaffiorano. Puoi occultarle, superarle, ma mai del tutto.
Nel capitolo finale la protagonista è già morta, e la sorella appende alle querce da sughero i suoi vestiti, affinché ogni persona cara possa portarne via uno...
Quella scena c’è stata: nel giugno scorso ho compiuto cinquant’anni e ho appeso alle querce cinquanta vestiti. In questo tempo ho avuto modo di preparare tutto. Scrivere un alfabeto dell’addio. Predisporre un percorso collettivo. Tanti dicono di voler morire all’improvviso, nel sonno, senza accorgersene. Ora ho capito perché mia nonna da piccola mi faceva recitare una preghiera contro la morte improvvisa.
Perché?
Il dolore non si può cancellare; il trauma sì. Si può gestire. Hai bisogno di tempo per abituare te stessa e le persone a te vicine al transito. Un tempo per pensare come salutare chi ami, e come vorresti che ti salutasse. Io non sono sola. Ho dieci persone. La mia queer family.
Come tradurrebbe queer family?
Un nucleo familiare atipico, in cui le relazioni contano più dei ruoli. Parole come compagno, figlio, fratello non bastano a spiegarla. Non ho mai creduto nella coppia, l’ho sempre considerata una relazione insufficiente. Lasciai un uomo dopo che mi disse che sognava di invecchiare con me in Svizzera in una villa sul lago. Una prospettiva tremenda.
Milioni di persone hanno creduto nella coppia, ci credono, ci crederanno.
Ma finiscono per vivere di tradimenti e di bugie. Che diventano il loro segreto, e la loro vergogna.
Diceva che ha predisposto tutto.
Ho comprato casa, con dieci posti letto, dove stare tutti insieme; mi è spiaciuto solo che mi abbiano negato il mutuo in quanto malata. Ho fatto tutto quello che volevo. E ora mi sposo.
Si sposa?
Lo Stato alla fine vorrà un nome legale che prenda le decisioni, ma non mi sto sposando solo per consentire ad una persona di decidere per me. Amo e sono amata, i ruoli sono maschere che si assumono quando servono.
Sposa un uomo o una donna?
Un uomo, ma poteva essere una donna. Nel prenderci cura gli uni degli altri non abbiamo mai fatto questione di genere.
Il suo capolavoro, Accabadora, è una storia di eutanasia. Però il più grande medico del Novecento, Umberto Veronesi, mi ha detto: Ho assistito migliaia di malati terminali, e nessuno mi ha chiesto di morire. Tutti mi chiedevano di guarire.
Posso sopportare molto dolore, ma non di non essere presente a me stessa. Chi mi vuole bene sa cosa deve fare. Sono sempre stata vicina ai radicali, a Marco Cappato.
Non le manca un figlio?
Ma io ho quattro figli!
[…] Nel libro scrive che odia i bambini.
È vero. I bambini rompono i coglioni. Tutti i bambini. Non è vero quel che dicono, che i figli sono maleducati per colpa dei genitori; prima o poi un bambino anche educatissimo piangerà, si lamenterà, disturberà, sconvolgerà il vagone del treno su cui viaggio, prenderà a calci il sedile su cui sono seduta in aereo... Non amo i bambini, ma sono predisposta ad accompagnare gli adolescenti.
E ha quattro figli.
Sono figli d’anima. Il più grande ha trentacinque anni, il più piccolo venti. Tutti maschi, ma è un caso. Uno fa il cantante lirico, uno studia economia anche se speravamo facesse lettere, uno insegna a Yale, l’altro lavora in un grande gruppo della moda.
Cosa vuol dire madre d’anima?
La filiazione d’anima in Sardegna esiste da sempre, anch’io ho avuto due madri e due padri di fatto. È insensato dire che di madre ce n’è una sola, una condanna per la donna e anche per chi le è figlio. La maternità ha tante forme.
Un altro capitolo del libro si intitola Utero in affido.
È la storia di una donna che mette al mondo un bambino e lo affida a una coppia che lo desiderava. Odio sentir parlare di utero in affitto, di maternità surrogata. Odio la retorica della maternità biologica; meno figli si fanno, più si misticizza la maternità. Forse un giorno nasceremo tutti da un utero artificiale. Quelli che parlano di maternità rubata sono gli stessi che hanno in casa badanti che hanno lasciato i loro figli in Paesi lontani per occuparsi dei nostri bambini e vecchi.
C’è anche una scena di sesso, molto ben scritta.
L’ho fatta leggere a Missiroli, Desiati, Saviano. Abbiamo sorriso, l’hanno trovata molto eccitante; ma nessuno si è accorto che lei non viene. Gliel’ho detto: neanche per iscritto vi accorgete che una finge... Vuol dire che funziona.
Lei ha avuto una formazione cattolica. Crede ancora in Dio?
Certo.
L’ha pregato in questi mesi?
L’ho pregato e lo prego di far accettare alle persone che mi amano quello che accadrà.
Come immagina l’Aldilà?
Non un luogo, ma uno stato sentimentale. Dio è una relazione. Non penso che la vita dopo la morte sia tanto diversa. Vivrò relazioni non molto differenti da quelle che vivo qui, dove la comunione è fortissima. Nell’Aldilà sarà una comunione continua, senza intervalli.
Con gli altri o con Dio?
È uguale. Sarà il passaggio dal “non ancora” al “già”.
Quindi non ha paura della morte?
No. Spero solo di morire quando Giorgia Meloni non sarà più Presidente del Consiglio.
Perché?
Perché il suo è un governo fascista.
Il mio giudizio sul fascismo è severo quanto il suo. Proprio per questo non sono d’accordo: il governo Meloni non è fascista.
Qual è il confine del fascismo? La violenza? La bastonata? Imporre con una circolare che il figlio di due madri sia di una madre sola non è forse violenza? Crede che a una famiglia faccia meno male di una bastonata?.
Come vorrebbe essere ricordata?
Ricordatemi come vi pare. Non ho mai pensato di mostrarmi diversa da come sono per compiacere qualcuno. Anche a quelli che mi odiano credo di essere stata utile, per autodefinirsi. Me ne andrò piena di ricordi. Mi ritengo molto fortunata. Ho incontrato un sacco di persone meravigliose. Non è vero che il mondo è brutto; dipende da quale mondo ti fai. Quando avevo vent’anni ci chiedevamo se saremmo morti democristiani. Non importa se non avrò più molto tempo: l’importante per me ora è non morire fascista.
IL LAVORO TEATRALE DI MICHELA MURGIA
Nel 2016, per la produzione del Teatro di Sardegna, scrisse due testi teatrali che vanno in scena al Teatro Massimo di Cagliari. Uno è la distopia in tre atti Cento, per la regia di Marco Sanna con Lia Careddu, Felice Montervino, Isella Orchis, Leonardo Tomasi e Francesca Ventriglia. L'altro era il monologo in lingua sarda Spadoneri, portato in scena e diretto da Elio Turno Arthemalle. Nel novembre dello stesso anno al Centro Congressi Giovanni XXIII di Bergamo venne realizzata, per la regia di Serena Sinigaglia, la lettura scenica del suo testo Caterina da Siena, scritto con Elena Maffioletti e interpretato da Arianna Scommegna. Nel settembre 2017, per la produzione del teatro di Roma, il suo testo Festa nazionale venne inserito nel progetto collettivo Ritratto di una nazione, in cui assieme a Murgia parteciparono altri drammaturghi italiani come Vitaliano Trevisan e Marco Martinelli, ed andò in scena con la regia di Fabrizio Arcuri e l'interpretazione di Arianna Scommegna e Fonte Fantasia. Nello stesso anno debuttò al Teatro Biblioteca Quarticciolo lo spettacolo Accabadora tratto dal romanzo omonimo, con l'adattamento di Carlotta Corradi, la regia e la produzione di Veronica Cruciani e del Teatro Donizetti di Bergamo e l'interpretazione di Monica Piseddu. Nello stesso anno debuttò anche al Teatro Eliseo di Nuoro come attrice, interpretando il ruolo di Grazia Deledda nello spettacolo Quasi Grazia, scritto da Marcello Fois e prodotto dal Teatro di Sardegna per la regia di Veronica Cruciani, insieme a Marco Brinzi, Valentino Mannias e Lia Careddu. Dal 2018 portò in scena due produzioni teatrali: Istruzioni per diventare fascisti, tratto dal suo omonimo libro ed accompagnato dalle musiche di Frantziscu Medda Arrogalla, e Dove sono le donne, un monologo sull'assenza di rappresentanza di genere nelle istituzioni della politica, della cultura e della magistratura.
L'ATTIVITA' POLITICA E L'ATTIVISMO DI MICHELA MURGIA
Nel 2007 sostenne la candidatura di Mario Adinolfi alle elezioni primarie del Partito Democratico. Nel settembre 2010 dichiarò in un'intervista al Corriere della Sera di auspicare l'indipendenza della Sardegna. Sostenne come simpatizzante dapprima il movimento Irs - Indipendentzia Repubrica de Sardigna, ed in seguito il partito indipendentista ProgreS - Progetu Repùblica de Sardigna. Si presentò come candidata Presidente alle elezioni regionali sarde del 2014 ed arrivò terza con il dieci per cento circa delle preferenze, non ottenendo quindi il seggio in Consiglio regionale. Alle elezioni europee del 2019 sostiene la Sinistra, lista che comprende Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista, L'Altra Europa con Tsipras, Convergenza Socialista, Partito del Sud e Transform! Italia (in questo caso le discussioni di inizio pezzo si fecero accese). La lista ottiene l'uno e settantacinque per cento dei voti validi e nessun seggio. Ha criticato duramente le posizioni di Giorgia Meloni, sostenendo che non basta essere una donna per poter essere femminista. In particolare si è espressa sulla richiesta della premier di essere chiamata il Presidente anziché la (cosa che nei nostri articoli non utilizziamo mai ad esempio non scriviamo, giusto per fare un esempio, la calciatrice ma il calciatore anche se parliamo di calcio femminile, questa per una scelta fatta agli albori del blog nel 2011).
LA VITA PRIVATA DI MICHELA MURGIA
Michela Murgia è stata sposata dal 2010 al 2014 con Manuel Persico, un informatico bergamasco. Nel 2016 dichiarò di essere guarita da un tumore diagnosticatole due anni prima. Nel maggio di quest'anno, come già detto, dichiarò di avere nuovamente un tumore, questa volta al quarto stadio, e di avere quindi davanti una prospettiva di pochi mesi di vita. Il 22 luglio scorso, a seguito dell'aggravarsi delle sue condizioni di salute, ha sposato "in articulo mortis" l'attore e regista Lorenzo Terenzi, anche come atto di denuncia delle carenze legislative italiane sulle coppie di fatto.
LE CONTROVERSIE RIGUARDANTE MICHELA MURGIA
Nel febbraio 2019 la Murgia era stata condannata a pagare la somma di diciottomila euro più interessi e spese legali, per inadempienza contrattuale nei confronti della casa editrice Il Maestrale. Dopo aver presentato ricorso, il 2 aprile 2021 la Corte presieduta dalla giudice Maria Teresa Spanu confermò la sentenza di primo grado.
TUTTE LE OPERE SCRITTE DI MICHELA MURGIA
Saggistica
Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell'isola che non si vede, Torino, Einaudi, 2008. ISBN 978-88-06-19244-0.
Ave Mary. E la chiesa inventò la donna, Torino, Einaudi, 2011. ISBN 978-88-06-20134-0.
L'ho uccisa perché l'amavo (falso!), con Loredana Lipperini, Roma-Bari, Laterza, 2013. ISBN 978-88-581-0730-0.
Futuro interiore, Torino, Einaudi, 2016. ISBN 978-88-58-42341-7.
Persone che devi conoscere, Padova, Messaggero di Sant'Antonio, 2018. ISBN 978-88-25-03959-7.
L'inferno è una buona memoria. Visioni da «Le nebbie di Avalon» di Marion Zimmer Bradley, Venezia, Marsilio, 2018. ISBN 978-88-31-72990-1.
Istruzioni per diventare fascisti, Torino, Einaudi, 2018. ISBN 978-88-06-24060-8.
Noi siamo tempesta, Milano, Salani, 2019. ISBN 978-88-93-81774-5
Morgana. Storie di ragazze che tua madre non approverebbe, con Chiara Tagliaferri, Milano, Mondadori, 2019. ISBN 978-88-04-71711-9.
Morgana. L'uomo ricco sono io, con Chiara Tagliaferri, Milano, Mondadori, 2021. ISBN 978-88-04-74501-3.
Stai Zitta, e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, Torino, Einaudi, 2021. ISBN 978-88-06-24918-2.
God Save the Queer. Catechismo femminista, Torino, Einaudi, 2022, ISBN 9788806259105.
Narrativa
Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una telefonista precaria, Milano, ISBN, 2006. ISBN 88-7638-044-2. [Rist. Einaudi, 2017]
Accabadora, Torino, Einaudi, 2009. ISBN 978-88-06-19780-3.
L'incontro, Milano, Corriere della Sera, 2011. ISBN 978-88-06-21266-7. [rist. Torino, Einaudi, 2012]
Chirú, Torino, Einaudi, 2015. ISBN 978-88-06-20633-8.
Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi, Milano, Mondadori, 2023. ISBN 978-88-04-77489-1.
Contributi
Presente, con Andrea Bajani, Paolo Nori e Giorgio Vasta, Torino, Einaudi, 2011. ISBN 978-88-06-20945-2.
L'aragosta, in Piciocas. Storie di ex bambine dell'Isola che c'è, Bologna-Napoli, Caracò, 2012. ISBN 978-88-97567-10-3.
L'eredità, in Sei per la Sardegna, Torino, Einaudi, 2014. ISBN 978-88-06-22157-7.
Elena, in Le nuove Eroidi, Milano, Harper Collins, 2019. ISBN 8869055582
La sfida di una santità rivoluzionaria, in Maschilità in questione. Sguardi sulla figura di san Giuseppe, Brescia, Queriniana, 2021. ISBN 978-88-399-3435-2
I PROGRAMMI TELEVISIVI DI MICHELA MURGIA
Le invasioni barbariche (La7, 2010-2015)
Quante storie (Raitre, 2016-2023)
Chakra (Raitre, 2017)
Ghost Hotel (Sky Arte, 2022)
I PODCAST DI MICHELA MURGIA
Morgana, (dal 2018), due stagioni per ventidue episodi complessivi. Dal giugno 2018 fu autrice con Chiara Tagliaferri del podcast Morgana, prodotto dalla piattaforma Storielibere.fm, di Rossana de Michele e Gian Andrea Cerone. In ogni episodio raccontò la storia di una donna o di un uomo controcorrente e fuori dagli schemi.
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