domenica 21 aprile 2024

L'INCIDENTE DI PRISTINA IL MONDO AD UN PASSO DALLA TERZA GUERRA MONDIALE (12/06/1999)

Di Redazione.


Quando il peggio sembrava alle spalle, in quel giorno, presso l’aeroporto internazionale di Pristina, futura capitale del Kosovo, si incrociano e scontrano le strade di un battaglione russo e di un neonato contingente multinazionale dell’Alleanza Atlantica: Forza del Kosovo (Kfor). Ognuno ha le sue ragioni: ai russi era stato fatto credere che avrebbero potuto installarsi nel Kosovo settentrionale in funzione di mantenimento della pace, gli occidentali, trainati da Washington, si erano rimangiati la parola data all’ultimo momento perché timorosi di una coreanizzazione della provincia ribelle. Nessuna regione dello strategico Kosovo sarebbe mai stata sorvegliata in maniera indipendente dagli inaffidabili russi. Il Cremlino aveva intuito le implicazioni di un Kosovo trasformato in protettorato difeso manu militari dall’Alleanza Atlantica: secessione dall’oramai moribonda Iugoslavia. Non aveva le forze né la volontà di provocare una crisi dalle conseguenze imprevedibili, ma neanche poteva annunciare un’ignominiosa ritirata. Perché soltanto pochi mesi prima, il 24 marzo, l’amministrazione Clinton aveva rigettato l’ultima proposta di risoluzione diplomatica della questione kosovara fatta pervenire dalla presidenza Eltsin e comunicato che quello stesso giorno avrebbero avuto inizio i raid su Belgrado. La Russia non si era ancora ripresa dallo smacco dell’Operazione nobile incudine, tra l’altro costata il posto al carismatico primo ministro Primakov, punito da Eltsin per aver deciso personalmente di annullare il viaggio previsto a Washington, proprio il 24 marzo, facendo ritorno a Mosca , che ne stava ora subendo un altro. Un redde rationem sembrava inevitabile. 

Gli alti comandi dell’Alleanza Atlantica erano entrati in stato di allerta la mattina dell’11 giugno, quando un’imponente colonna di trenta veicoli di mantenitori della pace battenti tricolore russo si era staccata all’improvviso dalla coalizione multinazionale dispiegata in Bosnia ed Erzegovina. Dove si sarebbero recati quei circa duecento cinquanta militari era parso chiaro sin da subito: Kosovo. E chiaro era anche il movente: di lì a breve, causa l’imminente dispiegamento del Kfor, la provincia serba sarebbe divenuta ufficialmente, e irreversibilmente, un protettorato occidentale. Gli Stati Uniti, intuendo sagacemente la natura della mobilitazione russa, non perdono tempo: l’allora comandante supremo delle forze alleate in Europa, Wesley Clark, ordina a un contingente anglofrancese di paracadutarsi all’aeroporto internazionale di Pristina e di assumerne il controllo in tempo utile. I francesi, rispondenti in primo luogo all’Eliseo, si tirano indietro e lasciano il campo ai britannici, raggiunti, nel frattempo, dalle forze speciali norvegesi. I desideri di Clark non si avverano, perché i russi riescono a mettere piede all’aeroporto di Pristina prima delle loro controparti occidentali, e questo conduce ad un rapido aggravamento della crisi. Onde evitare l’arrivo di nuove truppe del Cremlino, invero, l’Alleanza Atlantica sigilla lo spazio aereo del Kosovo. Ha inizio una lunga trattativa tra i generali Mike Jackson e Viktor Zavarzin, il cui scopo è un rapido innescamento della crisi, ma Clark, a nome della presidenza americana di Bill Clinton, sembra avere altri piani: assicurarsi una resa prendendo la pista di decollo della quale si sono impossessati i russi.

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