Di Redazione.
Alle dieci e trenta del mattino Gianni Cadinu (NELLA FOTO IN ALTO), quarant'anni, da oltre dieci latitante, è comparso all'improvviso sulla strada bianca della località Cabaddargiu, nelle campagne tra Mamoiada ed Orani. Era solo, ma anche armato di un mitra, una pistola, due bombe a mano ed un lungo coltello. La faida che ha travolto la sua famiglia a Mamoiada gli riservava una vita di sospetti. Ma a quelli Cadinu era abituato da tempo. Si sentiva al sicuro. Non si era però reso conto della trappola tesagli da quindici agenti, e neanche del probabile tradimento di qualcuno che conosceva forse i suoi misteriosi movimenti. Improvvisamente, l'alt della polizia. Sono gli uomini delia squadra mobile di Nuoro la cosiddetta squadra catturandi, guidati da Salvatore Mulas, molti successi contro i latitanti sardi ed un passato alla Digos di Torino. All'alt degli agenti Cadinu ha una reazione istintiva: arma il suo mitra, un fucile automatico di fabbricazione sovietica e spara. Pochi colpi, prima di cadere ferito mortalmente al cuore dalla risposta dei poliziotti che lo hanno colpito al braccio ed alla parte posteriore del torace. Si chiude cosi la carriera di una primula rossa della delinquenza isolana. Anche la morte rispecchia in pieno il carattere ed il passato di Cadinu. Al disprezzo per la sua vita si accompagnava l'indifferenza per il destino dei suoi nemici. Non aveva paura di uccidere, e di essere ucciso. Derideva tutti, compresi i giornalisti locali a cui recapitava, o faceva spedire, cartoline da ogni parte d'Italia con frasi ridenti ed il disegno della faccia del gatto, il suo soprannome. Ma in continente Cadinu vi andava davvero, più volte, e non solo in Toscana e Lazio, terra privilegiata per i sequestri dell'anonima sarda. Il suo curriculum di sangue è stato impressionante: condannato a trent'anni, pena confermata in Cassazione, per tre omicidi, tre tentati omicidi, due sequestri ed un tentato sequestro, tutti commessi in Sardegna, ha ricevuto lo scorso anno anche una condanna a diciotto anni dal tribunale di Civitavecchia per la partecipazione al sequestro della marchesa Isabella Guglielmi. Questi i fatti accertati, ma gli inquirenti non escludono che Cadinu abbia partecipato anche ad alcuni agguati mortali nell'ambito della faida di Mamoiada, che vede da tanti anni contrapposte, sanguinosamente, alcune famiglie del piccolo centro barbaricino. Dei Cadinu le cronache si occuparono per la prima volta all'inizio degli anni settanta, quando vicino al loro ovile furono trovate delle armi, È l'inizio di una lunga e sanguinosa serie di crimini, cominciati con la faida e poi intrecciati con i delitti più sanguinosi degli anni ottanta. Proprio alla faida è da far risalire l'ultimo assalto alla famiglia Cadinu. Nella notte del 13 marzo del 1990, due killer travestiti da carabinieri, bussarono alla porta della famiglia, ed entrati, uccisero il fratello Enzo, quarant'anni e ferirono gravemente l'altro fratello Minore Marcello, trentatré anni. Anche le due vittime avevano avuto piccoli guai con la giustizia, ma è stato un altro Cadinu a dividere fino a quest'oggi con la vittima le maggiori responsabilità per alcuni gravi fatti di sangue. Si tratta di Claudio, catturato sette anni fa in una villa sul Terminillo. Adesso sta scontando una condanna definitiva a trent'anni di carcere per il sequestro Bulgari Calissoni. Di Gianni Cadinu si ricorderà il fallito tentativo di fuga dal carcere di Nuoro, in compagnia di Annino Mele, un altro dei protagonisti degli anni caldi del Nuorese, oggi rinchiuso nello stesso penitenziario. Le due famiglie, nei complessi giochi di alleanze a Mamoiada, prima alleate, ora sono nemiche. In questa fase la famiglia Mele è tra i perdenti.
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