Di Redazione.
Al primo grande appuntamento, un provino con la Juventus a quattordici anni, Lucidio Sentimenti sentenzia: «Bocciato, non mi convince per niente: è un ragazzone ma se la fa addosso». Al suo primo anno da professionista, a ventuno anni in prestito alla Pro Patria, l’allenatore Paolo Barison lo respinge al mittente e consiglia: «Ragazzo, forse è meglio se cambi mestiere». Stefano Tacconi, però, soffre di una grave allergia ai consigli e il mestiere non lo cambia. Anche se si ritrova disoccupato, senza un soldo, a elemosinare la possibilità di allenarsi ai margini dell’Inter di Bersellini che possiede il suo cartellino ma non lo mette in rosa. Ad Appiano in quella condizione sono lui e Silvano Martina, pure lui scaricato (dal Brescia), pure lui aggrappato a un sogno in un mare di incertezze. Ma per quanto arroganti possono essere i sogni di un ventenne, in quei giorni milanesi, neanche Tacconi, con la sua immaginazione, si era mai arrampicato in cima al mondo. E invece è lì. Adesso la vede, la cima del mondo. È distante undici metri. C’è un argentino davanti a lui, si chiama Pavoni e ha gli occhi spaventati. Lui sì che se la sta facendo addosso. Meglio stare fermi in questi casi, meglio aspettare fino all’ultimo a tuffarsi. Il tiro, infatti, è forte ma centrale, il rigore della paura. Tacconi lo respinge con le gambe ed esulta con i pugni chiusi. Sono passati sette anni dagli allenamenti da disoccupato alla Pinetina (nei quali un contratto con il Livorno in C1 era parso un’off erta del Real), ora Stefano Tacconi è il portiere della Juventus Campione del mondo. Nella sequenza finale di rigori che assegna la coppa, a Tokyo l’8 dicembre del 1985, ne para due: uno a Batista e l’altro a Pavoni; è uno degli eroi della partita che completa un ciclo in cui si sono susseguiti uno scudetto, una Coppa delle Coppe, una Coppa dei Campioni (anche se nella tragica notte dell’Heysel), una Coppa Intercontinentale e ancora uno scudetto. Tutto in tre stagioni dal 1983 al 1986, in cui il disoccupato del 1978 si trasforma in un idolo. Sì, ci sarebbe materiale per una buona sceneggiatura e Tacconi, peraltro, la faccia d’attore ce l’ha, da giovane era “l’Angelo di Ponte Felcino” con i suoi occhi azzurri e i boccoli biondi. E ha pure la sfrontatezza di un Marlon Brando. Cosa che non piace per nulla al Presidente della Juventus, Giampiero Boniperti. Eppure l’ha scelto lui. Non una decisione facile, perché erano dieci anni che al portiere non ci pensava, da quando nel 1972 aveva preso il trentenne Dino Zoff dal Napoli. «È vecchio, sfrutteranno la sua esperienza per un paio di stagioni», scrivono. Ma passano undici stagioni, senza una sola assenza, prima che Zoff vada da Boniperti a dire: «Presidente, io smetto». Ha quarantuno anni, ha appena vinto un Mondiale ed è finito su un francobollo. Più che trovare un nuovo portiere, è come sostituire il monumento di Piazza San Carlo. Boniperti, tuttavia, ci sta pensando da un po’ perché l’età di Zoff non l’ha mica scoperta nell’estate del 1983. Di Tacconi si parla molto bene da diverse stagioni: è cresciuto nelle giovanili dell’Inter (già, per “colpa” di Sentimenti che l’aveva bocciato al provino con la Juve...), ma i nerazzurri, dopo un paio di prestiti, non ci hanno più creduto e lui è finito prima alla Sambenedettese, poi all’Avellino. Il miracoloso Avellino del romanzesco presidente Antonio Sibilia, che ha appena portato il club irpino in Serie A e con sapienza calcistica ha messo insieme gente come Fernando De Napoli, Luciano Favero, Beniamino Vignola, Ramon Diaz, Geronimo Barbadillo e Jorge Juary, il leggendario brasiliano, che festeggiava i gol con un balletto intorno alla bandierina del corner, allora il gesto più esoticamente folle che poteva concepire un attaccante. Tacconi in quella provinciale che fa paura alle grandi con la “Legge del Partenio” spicca per la tecnica spavalda. È l’esatto contrario di Zoff: la spettacolarità del gesto contro la misura di ogni movimento; la parlantina scioltissima contro i silenzi carsici; il protagonismo contro l’allergia ai riflettori. È anche l’esatto contrario del tipo di giocatore che piace a Boniperti, a partire dal ricciolo fluente che il presidentissimo non riuscirà che a spuntare un filo. Ma è il migliore in circolazione. Forse anche meglio di Walter Zenga, si dibatterà a lungo l’argomento, che proprio in quella stagione viene promosso a titolare dell’Inter, dopo un anno a fare il vice di Ivano Bordon, e di cui tutti parlano benissimo. Boniperti si fa consigliare dallo stesso Zoff, che lo rassicura: sì, questo Tacconi sembra un po’ un matto, ma è un eccellente portiere e, in fondo, i portieri devono essere un po’ matti. La prima stagione è un trionfo. La Juventus di Platini, Boniek, Rossi, Tardelli, Cabrini, Gentile e Scirea viene dalla delusione di Atene e da uno scudetto lasciato dolorosamente alla Roma. Tacconi trova un gruppo indemoniato dalla sete di rivincita e si sintonizza subito. Scudetto e Coppa delle Coppe: un double micidiale. Il campionato, il ventunesimo della storia juventina, arriva proprio sul campo dell’Avellino, l’uno a uno firmato da Rossi consegna il titolo con una giornata d’anticipo ai bianconeri. E su Tuttosport del 6 maggio 1984, nel pagellone di fine stagione, Giglio Panza celebra così Tacconi: «Il salto dall’Avellino alla Juventus non lo ha emozionato, ma bensì esaltato. È potenzialmente il grande portiere del prossimo avvenire. Ha qualità tecniche eccezionali, il fisico del ruolo che gli è valso Tarzan come nome di battaglia; colpo d’occhio e di reni tra i pali, tempismo nelle uscite e cosciente coraggio. Lui stesso mi ha confessato che gli insegnamenti di Zoff gli sono stati preziosi, ma difficilmente rinuncerà del tutto a certi voli che, dice lui, fanno spettacolo. Quando è rientrato dopo l’infortunio che all’undicesima giornata gli aveva procurato la frattura della mano, ha vissuto momenti intimamente drammatici. E qualcuno, allora giudicò debolezza nella presa quella che era soltanto l’umano timore di una ricaduta. Oggi vince con merito il suo primo scudetto da protagonista assoluto». Poi, a Basilea, arriva la Coppa delle Coppe, con una doppia parata che entra nella storia: prima di pugno su un colpo di testa ravvicinato di Gomes, poi di piede sul successivo tentativo di Frusco. Anche in quella notte è uno degli eroi e la festeggia a modo suo. Gli rubano perfino il portafoglio, lui un po’ stranito però commenta: «Se me l’ha preso un poveraccio sono felice per lui». Chissà, magari gli sono tornati in mente i giorni da disoccupato, nei quali aveva pensato che alla fine avrebbe fatto il cuoco. In fondo aveva studiato per quello, scuola alberghiera di Spoleto, vicino a casa sua: imparando a cucinare una amatriciana divina e addirittura l’anatra all’arancia. La cucina, invece, rimane un hobby, del quale sono felici i compagni che invita a cena: mangiano bene, bevono bene (ne capisce anche di vini) e ridono come matti, perché con lui è più difficile rimanere seri. Dice sempre quello che pensa. Il che, si sa, può non essere sempre una buona idea. E così quando nella stagione successiva prende quattro gol a San Siro contro l’Inter di Kalle Rummenigge, una delle più umilianti sconfitte della Juventus con i nerazzurri, affibbia le colpe ai difensori, nonostante l’allenatore Giovanni Trapattoni ne abbia date non poche a lui ed a certi piazzamenti creativi sui calci d’angolo. È di quei giorni una fulminante battuta di Gianni Agnelli, che amava lo spirito di Tacconi, meno certi suoi errori. «Allora, Tacconi, come va?», gli chiede a Villar Perosa. Lui cerca di darsi un tono e giustificare le prestazioni non molto brillanti, rivendicando i consigli di Dino Zoff , suo maestro e allenatore nel primo anno di Juventus, che è andato ad allenare la nazionale olimpica: «Avvocato, cosa le devo dire, mi manca molto Zoff». Praticamente un’alzata, che l’Avvocato schiaccia senza pietà: «A chi lo dice, Tacconi, a chi lo dice». Il giorno dopo la Juventus perde il derby con il Toro (che in porta, se vi piacciono i ricami del destino, ha Silvano Martina). Finisce due ad uno: sul primo gol Tacconi esce incerto, il secondo lo prende ancora da corner (battuto magistralmente da Junior e incornato perfettamente da Aldo Serena). Apriti cielo. Lui dice: «Prendetevela con chi era su primo palo, io dovevo stare sul secondo». Trapattoni non gradisce e lo mette in panchina per il resto della stagione. In porta ci va Luciano Bodini, eterno secondo di Zoff che si gioca alla grande le sue carte. Tuttora Bodini non sa esattamente il perché, proprio quando la stagione sta finendo e la Juventus sta per giocare la finale di Coppa dei Campioni (conquistata con una sua eroica prestazione in semifinale contro il Bordeaux), il Trap rispolveri Tacconi e lo lancia in finale. Quella finale, però, è una tragedia, anche se Tacconi la gioca bene e riconquista il posto che non lascerà più. E nonostante dalla sua bocca, raramente chiusa, escano spesso dichiarazioni a volte aguzze a volte sgangherate, nessuno lo confina più in panchina. I pali sono suoi e li difende anche nella gestione Marchesi e, soprattutto, nella gestione Zoff , il suo maestro che torna da allenatore della Juventus e gli dà la fascia di capitano. Il guascone e il silente, la strana coppia di portieri amici, si riforma per un paio di stagioni di resistenza al Milan stellare di Berlusconi e vince una Coppa Italia (meravigliosamente alzata a San Siro, il 25 aprile del 1990, proprio in faccia ai rossoneri di Sacchi con una prestazione maiuscola di Tacconi) e la Coppa Uefa, battendo la Fiorentina di Baggio che deve giocare in campo neutro la partita di ritorno. Ed è sul campo di Avellino (vedi il destino come si diverte) che Stefano Tacconi alza l’unica coppa internazionale che gli manca: le ha vinte tutte ed è il primo portiere a realizzare il record. Poi alla Juventus arriva Angelo Peruzzi e per l’Angelo di Ponte Felcino finisce il tempo. Convivono per un anno, anche perché Peruzzi è squalificato per una precedente vicenda di doping, poi c’è l’avvicendamento. Tacconi lascia la Juventus dopo nove stagioni, due scudetti, una coppa Italia, tutte e tre le coppe Europee e l’Intercontinentale. Non se ne andrà mai, invece, dal cuore dei tifosi che lo hanno amato svisceratamente, maledicendolo qualche volta, adorandolo molte altre, senza mai resistere alla sua voglia di dire sempre quello che gli passava sotto i suoi riccioloni, non importa quanto sconveniente fosse. Comunque meno sconveniente di chi gli aveva detto di cambiare mestiere.
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