Di Redazione.
Anche Pierluigi Cera, Piero per gli amici, come gli altri ragazzi del Cagliari che insieme a lui hanno vinto il Tricolore del 1970 ancora in vita (NELLA FOTO IN ALTO I FESTEGGIAMENTI DOPO LA VITTORIA DELLO SCUDETTO DEL CAGLIARI), vive nella sua casa, a Cesena, insieme alla moglie. Ma non si annoia. Guarda Raisport e risponde alle decine di giornalisti che vogliono farsi raccontare da lui la magia di quei “magnifici ragazzi” che cinquantacinque anni fa vinsero lo scudetto, in un campionato dove i nomi erano i soliti noti: Roma, Juventus, Napoli... «E poi c’eravamo noi... È stato un momento di impazzimento generale, tutti tifavano Cagliari, il segreto? Quell’alchimia speciale che si era creata tra di noi, una cosa rara, prima che compagni di squadra eravamo amici, vivevamo tutto il giorno insieme in una foresteria di dieci stanze. Io, Gigi, Tomasini, Reginato... gli allenamenti poi la sera in giro. Con Cappellaro e Riva comprammo una Fiat 600. Le corse al Poetto... che ricordi».
Cera, lei ha avuto un ruolo fondamentale in quella squadra, era il capitano del Cagliari...
Nessun merito particolare, nel calcio vince la squadra non un uomo solo al comando, è la regola. Poi per me non era una novità, ho sempre fatto il capitano, anche prima di arrivare al Cagliari. La prima volta al Verona, avevo ventuno anni. Poi, una volta lasciato il Cagliari, anche al Cesena. Sempre capitano. Come ho fatto? È una questione di carisma, certo, ma l’aspetto mentale è importante, non ho mai perso la testa e sono sempre stato di poche parole, un po’ come i sardi. E poi al Cagliari avevo un’immensa fiducia da parte di Scopigno, l’allenatore. Prima di me il capitano era Longo, l’italo-argentino. Quando Longo è stato ceduto all’Atalanta Scopigno mi ha dato subito la fascia. Adesso che ci penso c’è stata una volta in cui non sono sceso in campo da capitano: con la nazionale ai Mondiali di Messico nel 1970, il capitano era Facchetti!.
La cessione dal Verona al Cagliari lo aveva sorpreso?
Era il 1964 ed il Cagliari aveva appena vinto la serie B. Ho messo una sola condizione: se avessero lasciato il fondo dell’Amsicora così com’era non ci sarei andato. Era in terra battuta, un misto di sabbia di mare e sale, ogni volta che cadevi e strisciavi a terra era un inferno. Ho detto “voglio il campo in erba”, mi hanno accontentato e mi sono trasferito in Sardegna. Se ci penso... E poi la paga non era male per quei tempi: sette milioni di ingaggio più i premi partita, guadagnavamo soprattutto coi premi partita, in tutto quindici milioni di lire, non male per quei tempi. Il botto lo abbiamo fatto con la vittoria dello scudetto: cinquanta milioni di lire a testa, una bazzecola se paragonata ai guadagni stratosferici dei calciatori di oggi ma cifre importanti per allora, un insegnante guadagnava settanta mila lire l’anno. Con i soldi dello scudetto avevo comprato un bell’attico a Cagliari, speravo di ritornarci invece poi una volta arrivato a Cesena non mi sono più mosso, finita la carriera da calciatore sono diventato dirigente, e poi mi sono sposato. Quell’attico l’ho venduto, che peccato.
La partita più emozionante di quella cavalcata verso lo scudetto?
Tutte belle, tutte combattute, certo l’incontro decisivo era stato quello con la Juventus, loro erano due punti sotto, non potevamo perdere. C’era stata un po’ di maretta, Lo Bello, l’arbitro, fischiava tutto. Prima l’autogol di Niccolai , poi il pareggio di Gigi. Poi rigore alla Juve. A quel punto parlo con l’arbitro, a questo serve un capitano. Buttano giù Riva, rigore. Riva segna all’82’ ed è due a due. Il resto è storia....
Come festeggiaste il 12 aprile del 1970?
A casa di Arrica, il presidente. Ma furono festeggiamenti brevi, Perché io, Albertosi, Niccolai, Domenghini, Gigi e Gori eravamo stati convocati per i Mondiali in Messico. Se ci penso, che squadra, sei del Cagliari convocati in Nazionale. E che mondiale, il quattro a tre coi tedeschi è stato votato miglior partita del secolo, l’ho rivista proprio l’altro giorno su Raisport. Certo in finale eravamo stati battuti dal Brasile ma a pensarci bene quel quattro ad uno non era meritato, avevamo fatto una gran bella partita.
Le veline di allora vi scrivevano lettere d’amore.
Certo, a decine ma è questione di carattere, una cosa è frequentarle ma da qui a sposarle....
Vede in circolazione un suo “figlio” calcistico?
Quello che era al Cagliari, che ora gioca nell’Inter, sì Barella, anzi le dirò che è più completo di me, io ero centrocampista puro, lui invece... Farà ulteriore strada il ragazzo.
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