La famiglia italiana si presenta come uno strano animale, solidale ed egoista allo stesso tempo. È innanzitutto una formidabile rete di controllo e di protezione, capace di rendere statisticamente irrilevante il fenomeno delle madri single, lo stesso che invece flagella tutti i Paesi del Nord Europa e che a catena produce un’altra grave distorsione come quella dei bambini poveri. Poi, su un piano più strettamente economico, la famiglia funziona da Cassa Integrazione Guadagni.Una Cassa che consente a giovani precari o disoccupati, che continuano a vivere ben oltre i 35 anni nella casa dei genitori, di usufruire dei servizi essenziali e di un buon tenore di vita cumulati con un moderno rispetto della privacy. Ma proprio la caratteristica di fondo delle nostre famiglie troppe delle quali monoreddito e centrate su un welfare generoso con i nonni e i padri e inclemente con i figli, è diventata una condizione che ostacola la crescita e perpetua l’immobilismo. E in qualche misura mina lo spirito di intraprendenza delle giovani generazioni, togliendo smalto e ricambio all’intera compagine sociale. Se ogni anno 173 mila italiani continuano ad andare in pensione all’età media di 58 anni è evidente come la spesa per la previdenza finisca per drenare risorse eccessive e le tolga da altre poste che potrebbero invece servire a incentivare il lavoro delle donne e ad aiutare i giovani a uscire di casa. Il Pil italiano non sale certamente per colpa di una politica che non sa individuare le ricette giuste ed è solo preoccupata delle proprie fortune elettorali, ma anche perché le strutture della società sono vecchie e tendono a riprodurre i loro difetti storici. Ciò vale anche per il familismo che necessita, come sostiene Maurizio Ferrera, di una «liberalizzazione guidata», di un percorso che ne preservi il carattere inclusivo e solidale (nei nostri ospedali i pazienti sono circondati da familiari, nel Nord Europa restano paurosamente soli), ma che al tempo stesso liberi le energie di donne e figli. Ridia al Paese quella spinta dal basso che oggi manca clamorosamente. Il primo passo, inevitabile, per rendere più fluida e mobile la società italiana consiste nel completare al più presto la riforma previdenziale. È chiaro che fino al 2014 i risparmi ottenuti serviranno a far fronte al risanamento forzoso, superata quella data si dovrebbero rendere disponibili per migliorare l’efficacia della nostra spesa sociale. Mentre oggi i trasferimenti di risorse dai padri/nonni ai figli/nipoti avvengono per via intrafamiliare e sono scollegati da obiettivi di autonomia personale e di sviluppo economico, dovrebbe essere il welfare a farsene carico in vario modo finanziando tutta una serie di misure che prevedono l’accesso per i giovani all’housing sociale, servizi all’impiego e assegni di studio per potersi pagare l’affitto. In prospettiva l’obiettivo resta quello della riforma organica degli ammortizzatori sociali necessaria per ridurre i guasti del precariato e rendere più scorrevole il mercato del lavoro. Ma anche la politica più accorta e lungimirante non può far niente se la società non si scrolla di dosso le sue paure e le sue pigrizie. Quindi consigliamo ai padri di non scegliere la scuola dei figli puntando solo sui licei per mero conformismo, spingiamoli a essere meno egoisti e a rinunciare alle rendite di posizione pensionistiche e, soprattutto, invitiamoli a dimostrare piena fiducia nell’autonomia e nella responsabilità dei giovani. A costo di mandarli ad abitare fuori dal centro storico.
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