sabato 3 novembre 2012

PAKISTAN:MUORE IL DITTATORE UI HAQ ZIA (17/08/1988)

Di Giampaolo Carboni.

In un incidente aereo è deceduto il dittatore del Pakistan Mohamed Ui Haq Zia:probabilmente la morte della guida del paese è dovuta ad un attentato con l'esplosione di un'ordigno all'interno del velivolo.

IL PAKISTAN AFFRONTA L' EMERGENZA 

Un delitto su commissione di un mandante straniero. Un atto di sabotaggio forse provocato dall' intervento di una potenza estera. Questa l' ipotesi del presidente ad interim del Pakistan Ghulam Ishaq Khan sull'incidente aereo che mercoledì ha causato la morte del dittatore del paese Zia ul Haq, dell' ambasciatore americano ad Islamabad, e di altre 28 persone nella città di Bahawalpur. Sarebbe stata una bomba piazzata tra le poltrone e i tavoli dell' aereo a far esplodere il C-130 dove viaggiava il seguito presidenziale. E' stato un atto di sabotaggio, ha accusato nel discorso alla nazione fatto dalle emittenti radiofoniche e televisive Ishaq Khan. E più tardi un funzionario del governo ha precisato che il Pakistan accentra i suoi sospetti su una potenza straniera, affermando che nei giorni scorsi i servizi segreti avevano riferito di possibili complotti contro il generale dittatore. Dieci giorni di lutto In un paese dove da ieri vige lo stato di emergenza e dove sono stati indetti 10 giorni di lutto per la morte del presidente, l' opposizione ha ripreso vigore rivogendo parole di fuoco contro gli undici anni di regno di Zia. Benazir Bhutto, l' affascinante giovane leader figlia del primo ministro fatto impiccare nel ' 79 dal dittatore, si trova ora in prima linea a fronteggiare i generali pronti a succedere al presidente scomparso. In una riunione da lei presieduta che si è tenuta ieri a Karachi, la più popolosa città del paese, una risoluzione del Partito del popolo pachistano riportava che il regno di Zia era terminato come era cominciato, nella violenza. In Pakistan - si legge nel comunicato - egli sarà ricordato come l' uomo che ha preso il potere illegalmente e che dopo 11 anni di repressione ha lasciato dietro sè nient' altro che debiti e ipoteche, fame e disoccupazione, sfruttamento e discriminazione, droga e corruzione. Il giorno dopo la notizia della morte del generale dittatore, il Pakistan vive un' apparente stato di calma, disturbata solo dal lancio di alcuni razzi contro alcune raffinerie di petrolio a Karachi, la grande città nel sud del paese. Disordini sono invece segnalati a Srinagar, capitale del Kashmir, dove quattro persone sono rimaste uccise dalle forze dell' ordine tra la folla che commemorava la morte di Zia. Ma negli ambienti ufficiali di Islamabad, la capitale, ha preso forza l' opinione che la causa del disastro aereo nel quale mercoledì il presidente pachistano è morto insieme con l' ambasciatore americano ed altre 28 persone, sia un attentato. Sarà comunque un' inchiesta tecnica che potrà dire con sicurezza che cosa è accaduto dopo il decollo del C-130 dalla pista di Bahawalpur, 530 chilometri a sud-ovest della capitale. Ma già adesso il racconto di alcuni testimoni lascia poco spazio al dubbio. L' aereo è stato visto impennarsi, secondo quanto hanno riferito, e precipitare su un campo di cotone per poi esplodere. Un portavoce governativo a Bahawalpur è stato ancora più preciso: l' aereo veniva avvolto da una palla di fuoco negli istanti che precedevano l' esplosione. I frammenti si spargevano per molte centinaia di metri, a circa dieci chilometri dall' aeroporto. Funzionari del ministero della Difesa hanno precisato che è poco probabile che si sia trattato di un incidente tecnico: il C-130 è un aereo sicuro. Le stesse fonti affermano che una bomba era stata piazzata probabilmente nel contenitore dove si trovavano le suppellettili (poltrone, tavoli ecc.) per trasformare il C-130, che è un aereo da trasporto militare, in un aereo passeggeri. Nelle analisi sulla situazione strategica dell' Asia, alla luce dell' incidente che ha eliminato una delle più importanti personalità politiche della regione, traspare la preoccupazione per quello che è considerato uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti nell' area. Si teme infatti la destabilizzazione dell' Asia meridionale e la messa in crisi del processo di pace afghano. Ma sia nella capitale pachistana che a Washington è opinione diffusa che i militari resteranno saldamente al comando in Pakistan anche dopo la morte del presidente Zia. Al momento non si prevedono comunque cambiamenti di programma rispetto a quanto previsto dal dittatore, che aveva indetto elezioni politiche per il 16 novembre. Fonti governative hanno espresso la convinzione che la situazione dovrebbe rimanere inalterata, anche dopo le elezioni. La forza dei militari è pressochè istituzionale in Pakistan, fino dai tempi della nascita del paese nel 1947, a causa dell' antagonismo con l' India e per lo stesso motivo il Pakistan è sempre stato strettamente legato agli Stati Uniti, mentre Nuova Delhi ha sempre avuto buoni rapporti con l' Unione Sovietica. Sulla questione riguardante i quattro milioni di profughi afghani che soggiornano al di là della frontiera pachistana dopo l' intervento sovietico a Kabul nel 1979, gli osservatori concordano con la tesi che poco cambierà nei loro rapporti con il Pakistan. Ad Islamabad intanto il governo sta cercando di riempire il vuoto di potere creatosi dopo la morte del presidente e del capo di Stato maggiore. Dopo che il presidente del Senato pachistano Gulam Ishaq Khan era subentrato nelle ore immediatamente dopo la notizia dell' incidente aereo, è stata ieri la volta della nomina del nuovo capo di Stato maggiore, il generale Mizra Aslam Beg. La Casa Bianca ha poi annunciato nel pomeriggio la nomina del suo nuovo ambasciatore in Pakistan. Sarà Robert Oakley, 57 anni, attualmente direttore del settore per gli affari del Medio Oriente, dell' Asia meridionale e dell' Africa settentrionale del Consiglio di sicurezza nazionale. Oakley sostituirà Arnold Raphel, deceduto nell' esplosione dell' aereo. A Washington il Dipartimento della Difesa ha inoltre reso noto che saranno inviate in Pakistan due squadre di esperti che collaboreranno alle indagini sulle cause dell' incidente. La morte di Zia ul Haq ha destato preoccupazione tra i leader politici del mondo. Tra le personalità che hanno espresso rammarico per la morte di Zia c' è il presidente americano Ronald Reagan garante del continuo sostegno statunitense al Pakistan. Reagan ha detto di Zia: Ha avuto il coraggio di ospitare milioni di afghani che sfuggivano ad una guerra brutale, e di aiutare la resistenza afghana. L' Unione Sovietica ha espresso la sue profonde condoglianze per la morte del presidente afghano e ribadisce di essere, come è sempre stata, a favore di normali, buoni rapporti con il Pakistan. L' appoggio al popolo afghano Anche la Thatcher ha voluto ricordare il dittatore pachistano in una dichiarazione rilasciata mercoledì notte a poche ore dalla morte dell' incidente aereo. Il presidente Zia si era guadagnato l' ammirazione del mondo per il suo appoggio al popolo afghano, ha detto il leader britannico che si è detta scioccata dall' avvenimento. Interessanti le reazioni da parte del governo afghano, firmatario nell' aprile scorso a Ginevra dell' accordo per il ritiro delle truppe sovietiche da Kabul. Il ministro degl Esteri Abdoul Wakil ha deplorato la morte del dittatore. Wakil, pur rammaricandosi per la scomparsa del presidente Zia ha espresso la speranza che i cambiamenti che vi saranno in seno al governo pachistano non modificheranno la volontà di Islamabad di adeguarsi agli impegni contenuti nell' accordo di Ginevra. I funerali di Stato per il presidente Zia si svolgeranno in forma solenne domani a Rawalpindi. La delegazione statunitense sarà guidata non dal vicepresidente George Bush, impegnato nella corsa alle presidenziali, ma dal segretario di Stato George Shultz.

(Da "La Repubblica" del 19/08/1988)

CRUDELTA' E FASCINO DI UN DITTATORE 

Capelli impomatati con la scriminatura al centro, baffetti esatti, sorriso a trentadue denti, un miscuglio di cultura musulmana e formazione britannica, il generale Zia ul Haq ha rappresentato negli undici anni del suo regno un enigma per gli osservatori occidentali. Come uomo era una persona definita charming, ricca di stile. Le sue qualità politiche erano eccellenti. Come militare fu tenente delle guide a cavallo nell' esercito anglo-indiano era considerato un soldato fedele. Ma non c' è dubbio che l' astuzia politica era la sua qualità principale. Quando prese il potere nel luglio del ' 77 con un sanguinoso colpo di stato imponendo la legge marziale, pochi ottimisti diedero credito alla sua promessa di tenere libere elezioni entro 90 giorni. Alcuni ritennero più probabile che il neodittatore potesse disattendere i suoi propositi - come è poi successo - per incoronarsi leader assoluto. Ma nessuno si sarebbe sognato di ipotizzare che il piccolo generale dai baffi curati avrebbe dominato il Pakistan per oltre un decennio. Fu questo suo continuo alternarsi di savoir faire e di crudeltà che sconcertava quanti seguivano il suo percorso politico. Da una parte Zia sorprendeva i giornalisti occidentali che si aspettavano una presenza aspra per via della dittatura instaurata a Islamabad. Dall' altra lasciava attoniti la durezza e la determinazione con cui guidava il suo paese. Nemmeno a due anni da che aveva preso in pugno le redini del Pakistan, Zia ul Haq provvedeva ad eliminare fisicamente il primo ministro Alì Bhutto (il padre di Benazir, l' affascinante giovane signora che ha finora guidato l' opposizione al dittatore) fatto impiccare all' alba del 4 aprile 1979. Il suo straordinario intuito politico lo portò a crearsi una base popolare di considerevoli dimensioni attraverso una fortissima iniezione di integralismo islamico. Si sforzò di trasformare con la forza il Pakistan in un paese di fede musulmana, cercando di imporre il Corano come legge dello Stato. E due mesi fa arrivò a sciogliere l' Assemblea e licenziare il primo ministro Junejo, reo di aver disatteso i suoi propositi. Ma i successi più importanti Zia li colse in politica estera. Dal 1981 aveva concluso un accordo per 3 miliardi di dollari in sei anni per aiuti economici e militari dagli Stati Uniti. Washington divenne da allora un interlocutore privilegiato per il dittatore pachistano. Zia aveva accettato di fare da ponte per il sostegno bellico che Washington mandava ai mujahiddin in lotta contro l' invasore russo. La frontiera con l' Afghanistan, intanto, aveva visto dal momento dell' invasione sovietica il passaggio di oltre quattro milioni di profughi verso Peshawar. Decisivo era stato infine nell' aprile scorso il suo contributo alla firma di Ginevra che portava al ritiro dei soldati di Mosca da Kabul. Anche questo contribuì ad accrescere le perplessità dei critici nei confronti di Zia. Come la sua vittima, Alì Bhutto, era un grande showman. E gli stranieri, non i pachistani, erano divenuti i suoi grandi estimatori.

(Da "La Repubblica" del 19/08/1988)

L' AFGHANISTAN RIBELLE PERDE IL PRIMO ALLEATO 


Le prime conseguenze della morte di Zia ul-Haq si rifletteranno senza alcun dubbio sull' Afghanistan, sulla lotta che oppone il governo di Kabul alla resistenza dei mujahiddin, sull' inattesa opportunità che si offre al regime di Najibullah di sfruttare il vuoto politico pakistano e rilanciare l' offerta di dialogo con le ali moderate dell' Alleanza dei mujahiddin. Il disastro del C-130 ha infatti decapitato d' un sol colpo il vertice pakistano che gestiva i contatti tra la guerriglia e il governo di Islamabad: oltre a Zia è scomparso infatti anche il generale Akhtar Adbul Rahman, il direttore dell' Inter-services Intelligence Agency attraverso la quale passavano tutti gli aiuti militari americani e arabi ai mujahiddin. E sono scomparsi anche l' ambasciatore americano Raphel e l' addetto militare generale Wassom, sulla cui attività a favore della guerriglia il Dipartimento di Stato aveva cominciato ad indagare. I primi commenti della resistenza tendono a minimizzare i potenziali effetti della morte di Zia, ma le dichiarazioni dei vari portavoce dei ribelli secondo cui chiunque succederà al presidente pakistano confermerà l' appoggio alla resistenza afghana esprimono più una speranza che una certezza, e gli osservatori occidentali di Islamabad sono più vicini alla realtà quando ritengono che quanto meno i rifornimenti di armi non saranno più avviati con la stessa celerità e le stesse strade di prima. Il destino dei profughi E a condividere l' incertezza dei mujahiddin vi saranno anche i circa tre milioni di profughi afghani che la guerra ha costretto a bivaccare nella regione di confine tra l' Afghanistan e il Pakistan, la North-West Frontier Province a cavallo della Linea Durand, sulla cui sovranità i due governi sono ai ferri corti fin dal lontano 1893 e che Kabul ha nuovamente rivendicato durante le ultime trattative di Ginevra sul ritiro delle forze sovietiche. La presenza di questi profughi, con le loro leggi e usanze, aveva finito per tradursi in una specie di Stato dentro lo Stato che cominciava a suscitare non poche preoccupazioni per Islamabad. Tanto Mosca quanto Washington hanno d' altro canto subito avvertito i rischi delle ricadute della morte di Zia sulla situazione in Afghanistan: il Cremlino per ricordare le violazioni pakistane degli accordi di Ginevra ma per subito auspicare un miglioramento dei rapporti tra l' Urss e il Pakistan con il suo nuovo leader; il Dipartimento di Stato per ammonire i sovietici contro ogni iniziativa capace di modificare il processo di pacificazione afghana e ricordare l' appoggio di Zia ai mujahiddin. Per il governo di Kabul, il ministro degli Esteri Abdul Wakil ha manifestato ieri prima di precipitarsi a Mosca un formale dispiacere per la morte di Zia e una cauta attesa per quanto succederà nel futuro. Naturalmente è troppo presto per fare delle previsioni che alla lunga dipenderanno dal successo dell' una o dell' altra forza - i politici e i militari - che si contendono la successione di Zia alle prossime elezioni politiche di novembre. Se le forze armate sembrano schierate nella loro maggioranza sulla linea dell' ex presidente in appoggio a quei movimenti della guerriglia afghana chiusi ad ogni compromesso con il regime di Kabul, gli esponenti politici ritengono invece che il coinvolgimento di Islamabad nella crisi afghana e l' incessante traffico di armi per la resistenza alimentino le tensioni tra i gruppi etnici nazionali e vadano contro gli interessi del paese. Ma l' Afghanistan non aspetterà che il Pakistan abbia risolto i suoi problemi interni, e Najibullah moltiplicherà senz' altro le sue aperture ai ribelli (ha cambiato proprio ieri il ministro della Difesa inviso alla guerriglia) puntando sui dissensi che serpeggiano tra i mujahiddin. Com' è noto l' Alleanza della guerriglia è costituita da sette partiti attestati su posizioni quanto mai differenziate. Quattro gruppi sono contrari ad ogni dialogo con Najibullah e tre più moderati sono favorevoli ad un processo di transizioni che eviti all' Afghanistan una vera e propria guerra civile. Il presidente di turno dell' Alleanza è in questo momento Pyr Gailani che è anche il leader del Fronte nazionale islamico dell' Afghanistan, il partito più filo-occidentale della guerriglia (ha inviato alcuni suoi rappresentanti anche a Washington), e che non sarebbe contrario ad un ritorno a Kabul dell' ex re Zahir Shan per gestire il passaggio dei poteri dal regime filocomunista di Najibullah ad un governo nazionale. Il graduale disimpegno dei sovietici, che il 15 agosto hanno completato il ritiro di metà delle loro forze in Afghanistan, ha in effetti rafforzato le posizioni dei mujahiddin ma ha anche incrinato i rapporti tra i comandanti della guerriglia e gli esponenti politici dell' Alleanza, che risiedono a Peshawar, accusati di voler istituire un governo non rappresentativo degli interessi del popolo afghano. L' esponente dei mujahiddin La spaccatura si è consolidata al termine di una riunione che ha fatto di Ahmed Shah Massoud il nuovo uomo forte della guerriglia, con responsabilità politico-militari su un territorio che comprende quasi la metà della popolazione afghana, contrario ad ogni forma di integralismo e pertanto su posizioni diametralmente opposte a quelle di Gulbuddin Hekmatyar. Hekmatyar era invece l' esponente dei mujahiddin sul quale Zia aveva puntato tutte le sue carte per trasformare l' Afghanistan in un paese islamico, al quale andava il grosso degli aiuti militari e a cui guardavano con simpatia anche gli Stati Uniti strumentalizzando il suo integralismo e radicalismo islamico in funzione anticomunista e antisovietica. Ma le fortune dell' uno o dell' altro schieramento dipendono comunque dalla possibilità di disporre di armamenti in numero e flusso sempre maggiori mano a mano che l' Urss trasferisce all' esercito afghano la difesa del paese e gli obiettivi della guerriglia aumentano. In altre parole, non basta abbattere un altro aereo afghano a Kunduz, come i mujahiddin hanno fatto ieri , è indispensabile che qualcuno a Islamabad si assuma la responsabilità politica di rifornire i guerriglieri in un momento in cui è venuto a mancare il loro grande protettore pakistano. E su questo non vi sono certezze.

(Da "La Repubblica" del 19/08/1988)

BUSH E DUKAKIS, UN SOLO ALLARME UNA MORTE CHE RAFFORZA L' URSS NEW YORK 

Il presidente pakistano Zia, che da vivo era certamente un leader discusso da molti, negli Stati Uniti, è stato ieri unanimamente rimpianto. La sua sparizione dalla scena politica avviene infatti in un momento molto critico: rischia di riaprire la questione Afghanistan, proprio all' indomani della firma degli accordi con l' Unione Sovietica per il ritiro delle truppe, e sbilancia di nuovo l' equilibrio fra Unione Sovietica e Stati Uniti, nella regione, a sole poche ore dal faticoso, e appena raggiunto, accordo di cessate il fuoco fra Iran e Iraq. Dalla convenzione dei repubblicani a New Orleans, dagli uffici dell' Onu, dalle stanze degli esperti di politica estera, dalla campagna elettorale democratica, e, infine, dalla Casa Bianca, si è levato così un coro di condoglianze. Il candidato repubblicano Bush ha definito la morte di Zia una grande tragedia; il candidato democratico Dukakis ha usato lo stesso termine dichiarandosi triste per la tragedia. La Casa Bianca ha soprattutto sottolineato il momento critico in cui questa morte è avvenuta, ed esperti come Jean Kirkpatrick e Henry Kissinger hanno gettato un vero e proprio grido d' allarme: L' equilibrio di potere tende ora, in questa zona, pericolosamente a favore dell' Unione Sovietica. La preoccupazione da cui questo lutto nasce è evidente. Zia era infatti un uomo forte i cui undici anni di governo avevano fatto storcere più di una volta il naso a molti democratici a Washington, che aveva premuto per elezioni generali nel paese; elezioni fissate finalmente pochi mesi fa a novembre. Non c' è stato mai dubbio nella mente di nessuno, tuttavia, in particolare in questi ultimi anni, che proprio questo governo autoritario aveva assicurato agli Stati Uniti un' alleanza rivelatasi strategica nei rapporti con i sovietici. Dopo l' invasione da parte di Mosca dell' Afghanistan, infatti, Zia diventò il più efficace strumento della politica americana tesa a contenere l' influenza sovietica nella regione, offrendo ai guerriglieri afghani aiuto e basi. Per gli americani, la sua morte è tanto più grave, in quanto avviene insieme a quella del loro ambasciatore in Pakistan, il diplomatico Arnold Raphael. Raphael, anche lui unanimamente rimpianto ieri a Washington, era considerato una delle stelle del firmamento diplomatico americano, ed era certamente uno degli architetti della politica Usa nella zona. Raphael era stato infatti uno degli attivi protagonisti delle trattative che hanno portato alla firma con i sovietici per il ritiro delle truppe dall' Afghanistan. Ed era anche stato l' autore di una delle più audaci manovre messe in atto dagli Stati Uniti nei confronti dell' Iran. Giocando su un doppio tavolo, infatti, l' ambasciatore aveva da una parte portato a termine la cosiddetta operazione Staunch, che aveva portato all' embargo contro l' Iran, da parte di varie nazioni; contemporaneamente aveva partecipato alle trattative per lo scambio di armi, con l' Iran, per la liberazione degli ostaggi. Le preoccupazioni erano talmente serie ieri negli Stati Uniti, che Washington non si è limitata alle condoglianze, ed ha immediatamente rimesso in moto la sua macchina diplomatica. Il segretario di Stato George Shultz ha annunciato che si recherà ai funerali del leader pakistano. E una folta delegazione del Congresso lo accompagnerà, per riaffermare, anche pubblicamente, l' importanza che gli Stati Uniti danno all' alleanza con chiunque sarà il successore del leader defunto. Nel frattempo, nel pomeriggio di ieri, Richard Murphy, il più importante esperto di questioni mediorientali nell' amministrazione Reagan, si è precipitato a New York, con una visita inattesa, per discutere della nuova situazione creatasi con la morte di Zia, con il segretario generale delle Nazioni Unite de Cuellar.

(Da "La Repubblica" del 19/08/1988)

LONDRA TEME UNA CRISI A ISLAMABAD 

Il ministro degli Esteri Sir Geoffrey Howe ha interrotto le vacanze per partecipare ai funerali del presidente pakistano Zia ucciso nell' incidente aereo dell' altro ieri. Anche la signora Thatcher e la regina hanno mandato messaggi di rammarico per l' uccisione del capo di Stato del Pakistan. I giornali britannici hanno riportato la notizia dell' attentato con enorme risalto. Malgrado Zia fosse un personaggio molto discusso per i suoi mezzi autoritari e per le crudeltà della sua polizia segreta, il regime di Islamabad veniva considerato una fonte di stabilità per tutta la agitata area orientale. In particolare gli inglesi apprezzavano l' impegno del Pakistan per la soluzione della crisi afghana. Tra le ipotesi sui possibili autori dell' attentato si parla di un' azione da parte degli stessi afghani, di estremisti indiani ed addirittura, secondo un giornale della sera, dei servizi segreti sovietici.

(Da "La Repubblica" del 19/08/1988)

IL PAKISTAN PIANGE IL SUO TIRANNO 

La gigantesca manifestazione popolare ha quasi sommerso il cerimoniale di Stato ai funerali del presidente-dittatore Zia ul Haq, la solennità programmata è stata superata dalla grandiosità spontanea dello spettacolo umano; anche le impeccabili coreografie militari, memori della marzialità britannica, si sono sbiadite a contrasto dei movimenti di folla, anzi delle folle di diversa provenienza e di ogni costume stipate nella radura e lungo i pendii intorno alla moschea, dono del re saudita Feisal una bianca tenda di cemento appoggiata sul prato, con quattro minareti a cuspide agli angoli dove è avvenuta l' inumazione; e le grida ed i silenzi di un milione di persone, forse ancora di più, hanno risuonato più forte delle ventun salve di cannone sparate mentre la bara di Zia ul Haq veniva calata al centro di quel prato miracolosamente verde, davanti al luogo sacro che lui stesso aveva inaugurato meno di un mese prima della sua morte. E' stata una manifestazione a sfondo soprattutto religioso, senza alcun sottinteso di militanza politica, con sermoni, canti e litanie a ritmo ricorrente del grido Allah-u-akhbar, Allah è grande: il grido ambivalente della fede e del nazionalismo islamico. La prudente assenza di tutti gli esponenti dell' opposizione, in primo luogo della signora Bhutto, ha comunque evitato che la commozione potesse decomporsi in episodi di fanatismo e di violenza. E' stata una manifestazione di massa organizzata, certo, ma che nulla induce a ritenere forzata. Per due ore e mezzo le strade di tutte le città pakistane, da Karachi a Lahore a Peshawar, si sono svuotate mentre la televisione trasmetteva dal vivo le immagini della cerimonia. Centinaia di autobus e di camion, invisibili sotto le piramidi di gente che lasciavano un solo spiraglio alla vista dei guidatori, migliaia di vespe col passeggero posteriore inalberante un ritratto del defunto, ed una marea di biciclette, di carretti, persino di risciò, erano diretti dalle ore del mattino verso la moschea, tra rigidissimi ed inutili controlli di polizia, senza provocare alcun incidente, né stradale né d' altro genere; anzi, la folla pareva aumentare di compunzione con l' aumentare di densità, ubbidendo ad un segreto istinto dell' ordine quale solo può balenare nei momenti eccezionali in un mondo avvezzo ad orientarsi nel disordine quotidiano delle sue masse brulicanti. (Poco più di un' ora dopo la sepoltura, lo scenario intorno alla moschea di Feisal si è svuotato, esattamente secondo il programma stabilito, mentre le strade delle città tornavano a vuotarsi nella stessa maniera tumultuosa e pacifica con la quale si erano riempite di clacson e di polvere). Tra la folla compunta spiccava la distesa enorme e compatta bianchi e neri dei rifugiati afghani, particolarmenti compresi dell' occasione composti e salmodianti. Caro Zia, diceva un loro striscione, i nostri cuori piangono, i nostri occhi lacrimano per la tua scomparsa. Firmato, i mujahiddin. La scritta, come del resto tutte le altre scritte issate dappertutto, ingenuamente pitturate a mano o stampate nelle tipografie ministeriali erano in inglese: perché tutti le capissero, è ovvio, ma che proprio per questo creavano un sottinteso propagandistico dissonante nell' omaggio rivolto al capo di Stato, campione vincitore del nazionalismo pachistano, che aveva eliminato l' inglese dalle cerimonie ufficiali di Stato e introdotto al suo posto l' urdu. D' altronde, era inevitabile che il giorno del lutto fosse al tempo stesso quello dell' orgoglio e quello della paura di perdere in futuro il diritto a questo orgoglio. Il pubblico al quale si rivolgeva il Pakistan orfano del proprio dittatore era assolutamente eccezionale: un migliaio di dignitari in rappresentanza di settanta nazioni, fra essi trenta capi di Stato e di governo, erano arrivati a Rawalpindi per mostrarsi al mondo in atteggiamento di cordoglio di fronte alla bara di quello che per alcuni era un alleato e per altri un rivale. La delegazione più numerosa era, ovviamente, quella inviata dal paese più amico, gli Stati Uniti (settantasei persone, col segretario di Stato Shultz in testa); e, fra gli occidentali, la Gran Bretagna ha inviato sir Jeoffrey Howe, e la Germania federale Genscher. La Turchia non era stata da meno degli Stati Uniti per la qualità dei suoi messi, essendo venuti insieme il presidente Evren e il primo ministro Ozal. Ma perfino l' India, la nemica naturale ed eterna del Pakistan, dopo aver dichiarato tre giorni di lutto ha inviato alle esequie il proprio presidente e il proprio ministro degli Esteri. Per l' Iran è arrivato il ministro degli Esteri Velayati. E ancora rappresentanti del Terzo mondo africano e asiatico, del Giappone e dell' Unione Sovietica, marocchini e cinesi, principi, emiri e alti funzionari dell' Onu. Ognuno ha deposto la propria corona sulla tomba di Zia ed è rimasto per un minuto in raccoglimento di fronte al tumulo. Sul palco ufficiale, dietro tutti costoro, in seconda fila, c' erano tutti e sette i capi dei mujahiddin afghani, e anche loro hanno deposto ognuno la propria corona e hanno meditato su quella tomba. Sono loro i veri orfani del generale Zia. Lui morto, i rifornimenti di armi ai guerriglieri afghani, via Pakistan, continueranno certamente per ora, ma forse ancora per poco, perché l' appassionata politica di aiuti alla resistenza antisovietica e di ospitalità ai profughi afghani è stata in definitiva la più impopolare nel paese, ancor più impopolare della politica di progressiva e radicale islamizzazione imposta da Zia. E le elezioni di novembre appaiono ora d' improvviso pericolose senza uno Zia al potere, e pericolosamente vicine: quanto è vicina, probabilmente, anche la morte di Khomeini. Il teocratico tiranno iraniano non aveva assolutamente alcuna parentela né politica né ideale col più raffinato dittatore pachistano; ma è certo che una volta scomparso anche lui, la leadership del mondo musulmano meta suprema di Zia ul-Haq e ragione prima del suo appoggio ai gruppi più intransigenti e fondamentalisti della resistenza islamica in Afghanistan tornerà a essere messa in palio fra i paesi del mondo arabo, fra i vecchi contendenti ad essa sparsi lungo l' arco tradizionale delle discordie che corre dal Marocco alla Siria. Queste cose nessuno se le nasconde, e quasi tutti i personaggi convenuti dal mondo intero a rendere omaggio alle spoglie di Zia certamente le pensavano nel minuto rituale di raccoglimento che osservavano dopo aver deposto la loro corona. Nessuno, del resto, se le nasconde. Nel giorno stesso del suo funerale, i giornali pubblicano fredde analisi della situazione, ipotesi iper-realistiche sulle incognite del futuro, e ritratti sorprendentemente al naturale del defunto. E stupisce l' assenza di retorica encomiastica nei suoi confronti: e ancor più stupefacenti sono le valutazioni della sua eredità politica che si leggono sui quotidiani vicini all' opposizione o in quelli portavoce della fronde religiosa. I faraoni che costruirono le piramidi erano una gran brutta razza, su questo non c' è dubbio, scrive ad esempio, con assoluta chiarezza di raffronti, lo Star di Karachi, ma noi apprezziamo ugualmente il loro lascito all' umanità. Quando sarà stata valutata chiaramente la figura di Mohammed Zia ul-Haq, è il suo lascito al Pakistan che dovremo valutare. Non perché lo ha lasciato, ma che cosa ha lasciato. E questo, indubbiamente, è il compito per il nostro futuro.

(Da "La Repubblica" del 21/08/1988)

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