venerdì 22 febbraio 2013

IL RICORDO DI MAURIZIO MELLI A DICIOTTO ANNI DALLA SUA MORTE (22/02/2013)

Di Redazione.
Son già passati diciotto anni,ad oggi,dalla scomparsa di Maurizio Melli,figlio primogenito del noto giornalista romano Franco.Uniti,oltre che dal legame di sangue da due passioni comuni (il calcio ed il giornalismo) Maurizio era nato nella capitale il 9 gennaio 1972.Fece parte della Primavera della Lazio nelle stagioni 1989/1990 e 1990/1991 venne colpito da leucemia. Costretto ad abbandonare il calcio, si dedicò appunto alla sua altra grande passione, il giornalismo. Venne stroncato dal male a soli ventiquattro anni. Ad otto anni dalla sua scomparsa, il 22 febbraio 2003, gli venne intitolato il campo sportivo di via Cina nella zona del Torrino.Il padre Franco ha scritto un toccante libro sull'agonia e la morte di Maci, intitolato “Nel nome del figlio” che nel 1996 divenne pure uno spettacolo teatrale interpretato dall’attore Ugo De Vita.

IL VOLO DI MACI:CI VUOLE CORAGGIO ANCHE PER SOGNARE 

Di Cristiano Ditta.

“Mi mancano più di ogni altra cosa i giusti odori e sapori. L’odore del bucato per le maglie che usa la moglie di Pelè, giù a Tor di Quinto, l’odore del lucido nero da scarpe, che da tempo ricopre i miei Adidas. Mi manca l’odore dell’erba umida di prima mattina. Il fango del campo invernale, il bruciore della calce sulle gambe dopo un intervento scivolato, l’odore della canfora che prepara le gambe prima della gara, le raccomandazioni dell’arbitro per un gioco corretto, l’appello (Maurizio 3 grazie, rispondevo mentre mi giravo per far vedere i tacchetti e il numero). Mi manca il nervosismo prima di ogni gara, e la speranza che quella partita sia quella giusta per spiccare il volo. Mi manca lo scricchiolare dei tacchetti di acciaio sulle mattonelle appena fuori dallo spogliatoio, lungo il corridoio per accedere al campo. Il rimorso di un calcio di troppo dato/ la rabbia di uno di troppo preso/ i consigli del Mister prima e durante la gara e la sua grinta/ gli incoraggiamenti dei compagni/ il gusto di un numero ben riuscito/ la soddisfazione di un anticipo giusto/ e di un cross o un tiro con un buon esito. Adesso ho solo un grande dubbio: potrò ancora sudare con un’aquila sul petto e quel numero dietro la schiena? Io spero mirando il cielo, lui sì, che sarà sempre biancazzurro.” Una poesia apre la nostra storia. Non è il ricordo di un ex campione che vive malinconicamente la sua vita senza calcio. Questo è un momento di vita, riflessioni di un ragazzone, aggrappato alla sua esistenza, fatta di sogni, messa a dura prova dal male che sta minando il suo sogno. Un male che vincerà la sua sfida, portandoci via Maurizio a soli 24 anni. Con noi è rimasto il suo ricordo, attraverso il racconto della sua famiglia, attraverso le sue pagine colme di pensieri rivolte ai propri cari e a tutte le sue passioni che disperava di non vivere più. Ma in questi e in altri versetti c’era il tutto il suo mondo, i suoi affetti, i suoi sogni. E tra i tanti uno, quello di diventare calciatore indossando la maglia della sua squadra del cuore. Tutti noi viviamo i nostri sogni per poi, una volta riaperti gli occhi, perderne contorni , colori, sapori, odori. Quelli di Maurizio, in quel momento erano ancora intatti e avevano una forma sferica, magari come la punta della penna che utilizzava per scrivere le sue poesie oppure i suoi primi articoli della sua precoce carriera giornalistica, o come quel pallone che già quando era piccolino calciava istintivamente con il piede sinistro ogni qual volta il papà glielo avvicinasse per giocare assieme. Per Maurizio Melli quel gioco con papà Franco racchiudeva tutte le prime emozioni di bimbo, alla scoperta di una passione infinita. La passione del piccolo di casa ben presto prese colore e si tinse di bianco e d’azzurro. A Roma questi colori hanno un solo nome, Lazio. E in questa storia d’amore che inizia c’è una sola data: 9 gennaio, giorno della fondazione della società più antica della Capitale ma anche, nel 1972, della nascita di Maurizio, primogenito di Franco e Viviana. In casa Melli il calcio (e la Lazio) sono già entrati nella quotidianità della famiglia perché Franco è firma sportiva prestigiosa del Corriere della Sera e le gesta dei campioni dell’epoca riempiranno le conversazioni tra padre e figlio: fatica ancora a svanire l’eco delle gesta degli uomini di Maestrelli, anche se Tommaso se n’è andato da poco e con lui Luciano Re Cecconi; anche se Chinaglia veste la maglia dei Cosmos e la numero nove è passata sulle spalle del trasteverino Bruno Giordano, Maurizio vive nel mito di Long John e della sua Lazio e sogna, un giorno di vestire la maglia biancoceleste. Cresce presto Maurizio: fisicamente sviluppa precocemente un fisico ben strutturato, forte, che porterà la mamma e tutti i suoi cari a chiamarlo Maci, diminuitivo di Maciste…Nonostante questo, il piccolo calciatore mostra di possedere una buonissima tecnica, espressa subito in quel sinistro che sfoderava già in tenerissima età. Da piccolo seguiva Antonio Cabrini, ben presto, indossati gli scarpini, Maurizio troverà in Paolo Maldini il modello da seguire. I primi passi di calciatore li percorre nel Nag del Foro Italico, sotto la guida del mister Romolo Alzani, ex centro mediano della Lazio di tanti anni prima. Durante un ritiro nella località di San Terenziano, siamo nei primi anni 80 e in pieno scandalo calcioscommesse, mister Giancarlo Morrone nota questo talento mancino e suggerisce al papà Franco di portare Maurizio ad un provino in casa Lazio… Il provino è positivo e Maurizio realizza il sogno di difendere i colori amati e di portare sul petto l’aquila che ammirava allo stadio o nei vessilli custoditi nella sua cameretta. Il calcio allora credeva fortemente nella crescita dei vivai. I talenti crescevano in casa e, come la tradizione dell’epoca dimostrava, la Lazio coltivava i nuovi Giordano e Manfredonia, confidando in questi ragazzi per ricostruire da zero il suo futuro calcistico, volendo cancellare le ferite di retrocessioni e condanne. Franco conosce il calcio e sa che non bisogna alimentare facili illusioni, ma Maci cresce bene e continua ad ottenere parecchie soddisfazioni in squadra, guidato prima da Alberto Procario e poi da Volfango Patarca nei giovanissimi. In quella squadra ci sono tanti ragazzini di belle speranze e qualcuno lo ritroveremo tra A e B qualche anno più tardi, come il portiere Flavio Roma o Alessandro Manetti e poi ancora l’amico più stretto di Maurizio, Monari, ma anche Giacomo Galli, Milana e tanti altri. Maci studia da terzino di fascia mancina, maglia numero 3, all’epoca ancora si usava il termine fluidificante, potendo sfruttare a pieno il fisico possente e la sua capacità di calcio per partecipare attivamente alla fase di spinta: “I mancini slanciati vanno lontano…” rassicuravano così papà Franco uomini di calcio come Niels Liedholm, mentre Paulo Roberto Falcao, durante un ritiro estivo giallorosso, consigliava a Maurizio di allenare costantemente anche il piede debole, visto che non poteva correggere la sua fede calcistica… Maurizio è volenteroso di farsi spazio e la concorrenza non manca, ma come tutti i ragazzi va sollecitato spesso, anche perché la scuola merita lo stesso spazio. Anche tra i libri Maurizio si trova a suo agio: comincia il liceo classico( poi si sposterà allo scientifico per poter gestire più agevolmente la carriera da calciatore con quella di studente), sviluppa una grande capacità di scrittura che ama coltivare spontaneamente. Anche in questo il papà ritrova tracce di sé (“Mi somigliava in bello, era più bello dell’originale”). Il ragazzo è scanzonato, ama ridere e, anche quando dovrà affrontare la lunga battaglia contro la sua malattia, non perderà mai modo di scherzare di sé e dello zio Gianni (altra indimenticata penna del giornalismo), come scriverà in uno dei suoi scritti dolci-amari, raccolti in un libro a lui dedicato dal papà (“Nel Nome del Figlio”). Stringe amicizie speciali come con il compagno di squadra Luca Monari: si sfottono dopo ogni gara, scambiano pensieri sulle prime ragazze che subiscono il fascino del giovane e bel calciatore. Maurizio si gode la vita come ogni ragazzo dovrebbe fare: impegno, sudore e allegria riempiono le sue giornate di giovane e di calciatore in erba. Papà Franco lo osserva con discrezione e come spesso capita senza ostentare, anzi , quasi nascondendo il suo motivo di orgoglio. La cosa riesce facile anche perché è spesso assente per i suoi viaggi da inviato per il giornale. Ma il piccolo Maciste sta diventando grande davvero: passa dalle mani di Vignoli, Graziani e Ghedin, fino a Santececca e Catuzzi . E’ bravo, bravo davvero: si fa spazio in campo fronteggiando talenti come Muzzi, Tacchinardi, Pirri, Favalli e Marcolin, Conte… Dalle tribune però mamma Viviana, sempre presente alle partite del primogenito, ascolta sempre costantemente cattivi messaggi rivolti al figlio: “Raccomandato, cocco de papà!” oppure “Maci è intoccabile, bravo il papà…Eh certo, tra giornale e tv sai che agganci!”. Dal campo di Monte Mario allo “Stefanino” o ai campi dell’Acqua Acetosa, i minuti in campo di Maurizio sono cadenzati da avversari, fischi arbitrali e, a volte, da cori di scherno dalla tribuna. Nessuno può farci nulla, è il prezzo da pagare. Gli allenatori credono che ce la possa fare, il giovanotto dimostra di meritarsi la fiducia e dovrà imparare a gestire la rabbia contro l’etichetta del raccomandato. Papà Franco resterà sempre un giornalista in prima linea, noto, visto e letto dal paese con il più alto numero di allenatori mancati. Ma resterà soprattutto il suo papà, con i suoi rimbrotti e le poche licenze d’affetto, i suoi ritardi e le sue assenze, ma, come per tutti, il primo compagno di giochi, il primo con cui condividere le prime passioni e la prima di tutte: il calcio. Poi di colpo, una partita. Una partita come tante altre, di quelle destinate precocemente all’oblio, perché tante più importanti se ne sono giocate e chissà quante ne verranno fino alla realizzazione del sogno di Maci. Martellago, si gioca Padova-Lazio, mister Graziani non può credere che Maurizio Melli, maglia numero 3 della sua Lazio, dopo un quarto d’ora di gioco chieda il cambio: Maci è stanco, non ce la fa a continuare la gara. Ma non è colpa di qualche bravata notturna dei suoi ragazzi, non c’è pigrizia nella partita del suo terzino titolare. E’ in affanno, debole, le gambe non rispondono e la testa è andata in tilt, a corto di ossigeno…E’ il massaggiatore a prendersi cura del ragazzo. La famiglia, che assiste alla scena, non ci vede chiaro: con il consiglio dello staff medico si decide di sottoporre Maci ad emocromo. L’esame non mente e tradisce Maurizio: leucemia! Di colpo iniziano altre partite: la partita dei perché. Perché ad un ragazzo così giovane e pieno di vita? Perché ad uno così forte, ad uno sportivo? Perché proprio ora che il sogno si stava realizzando? La domanda di Maci è una sola: tornerò a giocare? Quando potrò riprendere gli allenamenti? Poi c’è la partita contro di lei, quella che Maurizio chiamerà la Medusa, nei suoi dialoghi in famiglia, con gli amici e poi così anche nelle sue poesie…Come questa per il suo diciannovesimo compleanno. Domani ho 19 anni, non so se devo ridere o piangere. Non so se gioire per lo scampato pericolo mortale o se implorare la malattia infernale. Che è restato di quell'incosciente che pensava solo a ridere e a tirar di mancino. Poco, niente, molto, tutto, non lo so. Solo il tempo me lo dirà. Ora punto ambizioso il futuro e vivo il presente meglio che posso. Mi accontento per adesso, ma so già che non mi basta. Voglio di più. Vivo covando la speranza di riscattare un giorno il mio ruolo. Potrei anche essere un pazzo o un povero illuso, ma la vita in fondo è fatta di illusioni, e poi sono convinto di quello che faccio e in cui credo. Credo in Dio e nell'amore, credo nella mia forza e nella mia volontà, credo nel sacrifico e nel dolore. Buon Compleanno. Per quanto in un attimo si possano perdere molte certezze, il campo delle probabilità lascia qualche spiraglio: la diagnosi è stata tempestiva, il programma farmacologico è chiaro, affidato al Prof. Mandelli. Il resto lo fa Maci: per 28 mesi, tra febbre e infezioni, debolezza fisica e tanto riposo obbligato, il ragazzone resiste, cambia il suo aspetto ma tira fuori gli artigli e si libera della gabbia. Siamo nel 1992 e Maurizio torna a pensarsi calciatore, nuovamente, inaspettatamente pronto per scaldare i muscoli e non mollare più un centimetro a rivali in campo, avversari, maldicenze e invidie. In coincidenza con il ritorno alla sua vita di sempre arriva una busta con una lettera ufficiale: “Caro Maurizio, mi pregio di informarti che la Lazio t’ha vincolato ad un precontratto di formazione professionale: percepirai un milione (di lire) mensile lordo, auguri…” firmato dal responsabile del settore giovanile Mario Santececca. Il tunnel è alle spalle. Arriva anche la convocazione della Primavera in vista del Viareggio. Già aggregarsi al gruppo, essere tra le riserve, è un sogno nel sogno. Sembra un nuovo inizio. Poco dopo però un imprevisto, che assesta un colpo che Maurizio non può schivare. Il match contro la Medusa è stato vinto, rassicurano. La bastarda, però, ha lasciato un segno: la chemio ha creato un’anomalia al cuore…Il prezzo da pagare è alto, altissimo per Maci: non c’è più idoneità agonistica. Convinto di vincere e di poter vivere quasi inevitabilmente, la sua battaglia era stata affrontata per indossare nuovamente la maglia della Lazio, la sua numero 3, sentirsi nuovamente calciatore! Lo stop impietoso è duro da digerire, quasi da far dimenticare invece il responso più importante per tutti i suoi cari: poter vedere ancora vicino a sé, con una vita davanti da condividere con tutti e che può riservargli nuovi successi, anche senza il pallone. La Lazio, il suo amore per quei colori potrà sempre viverli, come un qualsiasi ragazzo sfuggito alla carriera di calciatore. Né più nè meno. La normalità è fatta di università, facoltà lettere e filosofia (con media voto molto alta di fronte a cattedre del calibro di Asor Rosa), un nuovo amore, l’ultimo, dal nome Chiara e una nuova strada da percorrere: il giornalismo. Il giornalismo non come riscatto ma come un luogo dover poter incominciare a vedere la vita (e il calcio) sotto un’altra ottica. Con gli occhi del cronista, il mestiere di papà. Quello stesso mestiere che costringeva Franco Melli a stare più lontano da casa, al seguito di trasferte lunghissime, tanto da non poter seguire la giovane carriera calcistica del figlio, ora può riavvicinarli emotivamente e dare a Maurizio una nuova pietra su cui ricostruire la propria vita. Comincia nell’emittenza privata romana, arriva poi un contratto a termine con la Tgs della Rai. Conduce un programma radiofonico di riepilogo dei fatti del campionato di calcio ed entra poi nella redazione di Teleroma 56, con Cuore di Calcio. Ironia del destino… Ma conta poco pensare a ciò che poteva essere, ora Maurizio guarda avanti e sa che anche qui ha qualità da vendere…Tutti ne apprezzano le doti umane e di scrittore, ma in Rai quando cambiano le direzioni, le scelte possono cambiare di colpo e allora bisogna saper controllare gli entusiasmi e pazientare per far decollare i nuovi sogni. Ormai il calcio per Maurizio è qualche partitella con gli amici o in vacanza: si riaccende sempre un fuoco speciale in lui, ma Chiara e la famiglia lo devono tenere un po’ a bada; la tentazione di strafare è alta, ma queste piccole partitelle sono un piccolo viaggio indietro nel tempo e nulla più. Una nuova chance per la sua nuova carriera arriva dal giornale “L’Informazione”, che promette di essere un carro armato devastante, ma che non ingrana proprio secondo le aspettative e non garantisce al giovane cronista una certezza. In uno dei suoi servizi, si ritrova a commentare la notizia della tragica fine di Andrea Fortunato, giovane terzino sinistro juventino, coetaneo morto di leucemia nel 1994: Pensa, Andrea: il mio ricovero d’atleta è datato 24 maggio 1990; il tuo 20 maggio 1994. Io inseguivo le lucciole, mentre tu toccavi già le stelle... Solo Maurizio può descrivere stati d’animo e sentimenti di fronte ad una storia tremendamente ingiusta come quella di Andrea. Solo Maci può dialogare direttamente con un altro ragazzo dal sogno infranto. Nessuno ancora sa che da lì a breve i due saranno destinati ad unirsi, rincorrendo un pallone lungo la fascia sinistra di un campo di calcio per noi solo immaginabile. Dopo una trentina di mesi di tregua, nel 1995 un controllo di prassi si trasforma in un pozzo nero profondo: c’è una ricaduta, non c’è nient’altro da fare che ricominciare la trafila di cure e sofferenze. Ritrovare le stesse motivazioni è difficile per tutti stavolta. Vengono alla mente i consulti degli specialisti, gli scontri tra la medicina ufficiale e quella alternativa (Maurizio ricorrerà al metodo del prof.Luigi Di Bella che sarà il primo e l’unico a mettere in discussione l’efficacia della chemioterapia, basando la sua cura su forti dosi di melatonina e vitamine …Nei primi anni Novanta la polemica divamperà su tutti gli organi di informazione, squarcierà l’apparente armonia della medicina tradizionale, creando una nuova coscienza basata sulla libertà di cura). Nuove domande, nuovi tormenti e il fantasma della morte stavolta fa paura a tutti. Una paura difficile da nascondere, ma anche da condividere. Gli amici veri diminuiscono, la solitudine di Maurizio con la sua Medusa è “disturbata” solo dall’amore di papà Franco e mamma Viviana, il fratello Marco, la sorellina Martina, la sua Chiara, zio Gianni e il resto della famiglia. Resta anche nel suo cuore la Lazio, che ora vede in campo protagonisti come Signori, Marchegiani, Fuser, Casiraghi, Boksic guidati dal boemo Zeman. Il fischio finale arriverà il 22 febbraio del 1996, pochi giorni dopo un derby, l’ultimo visto davanti alla tv. Derby deciso da Beppe Signori su rigore, l’ultimo regalo della sua squadra del cuore. La squadra in cui sognava di giocare da professionista, sin dai suoi primi calci a Villa Pamphili, a Monteverde, il suo quartiere. La squadra di cui scrisse i trionfi papà Franco. Una storia senza precedenti, come ricordava Bob Lovati spesso a Tor di Quinto: la carriera di un calciatore raccontata dal papà giornalista…Purtroppo resterà una storia incompiuta, per uno scherzo del destino, ma dietro a tutte le lacerazioni di una grande tragedia familiare, è rimasta la sua allegria, giovialità e spensieratezza che ha lasciato in ognuno dei suoi cari. Oggi un grande impianto sportivo al Torrino porta il suo nome, inaugurato dal sindaco Veltroni nel 2003 proprio per trasmettere questi valori espressi da Maurizio, giovane uomo e promettente calciatore. I colori che imperversavano nella sua cameretta lo circondano ancora oggi, in quel cielo che mirava per sentirsi ancora felice.

LA MALATTIA HA STRONCATO MAURIZIO MELLI

Il football era la sua passione, la sua felicita' . E al calcio aveva dedicato i giorni migliori della fanciullezza e della gioventu' . Poi una brutta malattia, inesorabile, non gli ha permesso piu' di inseguire il sogno della vita. Anzi, lo ha stroncato nel fiore degli anni, quando, abbandonato il pallone, aveva voluto dedicarsi ad un' altra passione: il giornalismo. Maurizio Melli, 24 anni, figlio primogenito del nostro Franco, non c' e' piu' . Lascia nella disperazione il padre, la mamma Viviana, i fratelli Mauro e Martina, lo zio Gianni, la sua ragazza, Chiara, che gli e' stata accanto fino all' ultimo. I funerali si svolgeranno oggi a mezzogiorno nella Chiesa di Nostra Signora di Coromoto, Largo dei Colli Portuensi 2. Tutta la redazione del "Corriere della Sera" si stringe attorno a Franco.

(Da "Il Corriere della sera" del 24/02/1996)

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