Di Redazione.
La cantante trentenne Dori Ghezzi fu rapita insieme al marito nonché collega Fabrizio De André (NELLA FOTO IN ALTO I DUE ALL'EPOCA DEI FATTI). I due furono rilasciati dopo cento diciotto giorni di prigionia ed il pagamento di un riscatto pari a seicento milioni di lire.
I banditi, prima di entrare in azione, rimasero nascosti per alcuni giorni fra i cespugli a ridosso della tenuta dell'Agnata, controllando con un binocolo i movimenti delle vittime. Il 27 agosto era stata una giornata durante la quale nella casa erano presenti molte persone: Fabrizio e Dori, i genitori di lei, la sorella ed il cognato con i figli ed altri amici. Alla sera tutti lasciarono la casa; i genitori di Dori portarono via anche Luvi, figlia della coppia nata due anni prima, per farle trascorrere qualche giornata al mare nella loro casa di Porto San Paolo. Attorno alle venti, così, Fabrizio e Dori rimasero soli in casa. Dopo cena, attorno alle ventitré, la coppia si preparava ad andare a dormire quando Dori sentì qualcuno salire velocemente e rumorosamente le scale del piano superiore. Sapendo che Fabrizio era scalzo, quindi non poteva fare tale rumore, si affacciò al ballatoio per capire cosa stesse succedendo e venne aggredita da due uomini armati e col volto coperto da un cappuccio con due fori all'altezza degli occhi, mentre un terzo uomo puntava un fucile contro Fabrizio. Raccontarono i due in seguito "Fummo presi e fatti scendere al piano terra, dopo averci fatto calzare scarpe chiuse e portato con noi alcune paia di calze. Ci fecero uscire dal retro della casa e fatti sedere sulla nostra macchina, una Citroen Diane 6, targata Milano. Prima di chiudere la porta chiesero a Fabrizio dove fosse l’interruttore per spegnere le luci del giardino". Dalla casa venne portato via anche il fucile Winchester che Fabrizio teneva nella sua camera da letto ed una confezione di munizioni.
Dori e Fabrizio vennero fatti salire sui sedili posteriori della Citroen con due banditi a fianco, mentre il terzo guidò la vettura viaggiando verso la statale Tempio-Oschiri. Tra Monti ed Alà dei Sardi vennero fatti scendere dall'auto e consegnati ad un quarto malvivente che, nonostante gli accordi prevedessero un trasferimento ad Orune, li condusse a Sa Linna Sicca, nelle montagne di Pattada, dopo ore di marcia forzata. La Ghezzi ricorderà: "Scendemmo definitivamente dalla macchina ed iniziammo il tragitto a piedi per la campagna che alternava tratti scoscesi a tratti pianeggianti e poi ripidi, tra cespugli e rovi, con la testa incappucciata. Camminammo per circa due ore. Dopo una sosta di riposo, riprendemmo il trasferimento in percorsi ancora più accidentati, camminando per qualche ora ancora. Dopo di che, sfiniti, ci fermammo, trascorrendo la notte all’addiaccio. Il cammino riprese il giorno successivo, percorrendo un tragitto interamente in salita, fino all’imbrunire. Raggiunta la destinazione, per la prima volta ci tolsero le maschere e alla nostra vista si presenta la sagoma di un bandito incappucciato. Apprendemmo che si trattava di uno dei nostri custodi, che ci accompagnerà per tutta la prigionia e che Fabrizio battezzerà col nome “il rospo” per via della sua voce gracchiante". Il 29 agosto l'auto di De André venne ritrovata dalla polizia sul molo di Olbia.
I prigionieri rimasero nel primo nascondiglio per circa una settimana, dormendo all'aperto. Quando ai prigionieri furono levate le bende, poterono vedere che i due custodi rimasero sempre incappucciati. Ogni sera arrivava un terzo componente della banda che portava viveri e indumenti. Le parole d'ordine erano "San Pietro" per il vivandiere e "San Giovanni" per i custodi. La coppia venne spostata in un nuovo rifugio, dove rimarrà per qualche mese. Racconterà la Ghezzi: "Quando è iniziata la stagione fredda ci hanno dotato di una piccola tenda per ripararci dalle intemperie. Abbiamo sostato in quel luogo fino alla interruzione delle trattative condotte dai secondi emissari. Le informazioni che ci davano erano che il padre di Fabrizio non volesse pagare il riscatto. Ci proponevano di liberare Fabrizio per pagare il mio riscatto o, viceversa, di liberare me affinché Fabrizio convincesse il padre a pagare la mia liberazione. Alla supplica di Fabrizio di alleviarci dalla torture delle bende i banditi acconsentirono, legandoci però con delle catene perché non scappassimo. Uno dei banditi, che di tanto in tanto veniva per accertarsi delle nostre condizioni, raccomandando ai custodi di trattarci bene, comunicava in italiano corretto e forbito, si esprimeva in modo calmo e gentile, che Fabrizio chiamava "l’avvocato". Dopo il 5 novembre siamo stati nuovamente spostati su un altro versante della montagna. In quel rifugio le tende erano due, una per noi ed una per i custodi; ci dotarono anche di un fornello da campo e di una bombola di gas per preparare cibi caldi. Fino ad allora ci nutrivano con pane e formaggio, salsiccia e scatolame”. Nei monti di Pattada il clima è piuttosto rigido nei mesi autunnali ed invernali e De André dichiarerà: "Ci sono stati giorni che pensavamo di non riuscire a sopravvivere a quelle condizioni estreme. Conservai il tappo di una scatoletta, non si sa mai che avessi potuto usarlo qualora le forze non mi avessero sorretto".
Fin dalle prime fasi delle indagini, coordinate dal capitano Vincenzo Rosati del Comando dei Carabinieri di Tempio, gli inquirenti ritennero che il sequestro fosse maturato in ambiente orunese. Una volta individuate quelle che potevano essere persone chiave nella vicenda, gli investigatori fecero mettere sotto controllo gli apparati telefonici dei sospettati. Il nucleo originario della banda risultò essere composto proprio da due orunesi e da un veterinario di Radicofani (Siena) vicino all'ambiente degli allevatori di ovini sardi in Toscana. I tre, nei mesi precedenti il rapimento, si erano recati spesso a Tempio per cercare i contatti che consentissero di avere informazioni a sufficienza per portare a compimento il progetto criminale. Vennero contattate diverse persone residenti in Gallura di origine barbaricina; una volta individuato il basista, era necessario completare la banda con gli elementi che avrebbero dovuto prelevare le vittime, trattare con la famiglia e portare a termine altri compiti minori. Vennero così coinvolti alcuni componenti di Pattada ed alcuni latitanti che avrebbero potuto sorvegliare la coppia durante la prigionia. Venne proposto di collaborare all'azione anche ad un uomo di Tempio che, dopo aver rifiutato, fece circolare la notizia del progetto di un sequestro di persona da due tre miliardi di lire. Da subito alcuni testimoni raccontarono di incontri frequenti nel distributore Agip di Tempio fra il basista ed i due orunesi del nucleo organizzativo. Fu lo stesso basista a commettere il passo falso di proporre di collaborare ad un amico, che poi si lasciò sfuggire qualche parola di troppo in un bar della cittadina. Gli inquirenti capiscono anche che, all'interno della banda, stanno maturando due diverse correnti che vedono l'anima orunese a tratti contrapposta a quella pattadese, contrasti che causeranno ritardi nelle trattative e nella liberazione degli ostaggi. Persino il Generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, amico del padre di Fabrizio, si recò in Sardegna per favorire un buon avvio delle indagini.
Dalle indagini emerse come le vittime avessero indirizzato una lettera al padre di Fabrizio, nella quale gli riferivano che i rapitori avevano richiesto, per rilasciarli, un riscatto di due miliardi di lire. La famiglia De André incaricò l'avvocato Pinna di Sassari di seguire la vicenda e prese contatti con il parroco del Sacro Cuore di Tempio, Don Salvatore Vico, al quale fu chiesto di fungere da emissario. Don Vico, assieme ad una Guardia forestale di Tempio, prese contatto con i rapitori e li incontrò nelle campagne di Orune, dove essi gli consegnarono un ritaglio di giornale con le firme dei prigionieri che dimostrava la loro buona salute. Il sacerdote tentò di convincere i banditi a ridimensionare le pretese, poiché la famiglia De André non era in grado di recuperare una simile somma di denaro, ma il tentativo di mediazione fallì. Ad inizio novembre, dopo un lungo e preoccupante silenzio, vi fu un nuovo contatto fra sequestratori e famiglia. Emissari della famiglia, in quel caso, furono Gesuino Dessì e Francesco Giuseppe Pala, che risultò poi essere il basista del sequestro. Gli emissari incontrarono per due volte i rapitori nella valle di Marreri, a Orune, ed i banditi minacciarono di uccidere gli ostaggi se la famiglia non avesse pagato al più presto trecento milioni di lire come anticipo del riscatto. Seguirono altri incontri, ma le linee divergenti all'interno della banda stessa resero infruttuosi tutti i contatti. Una terza fase vide nuovamente nel ruolo di intermediari Don Salvatore Vico e Giulio Carta, facoltoso commerciante di Orune, e fu la volta buona: il parroco del Sacro Cuore di Tempio riuscì a portare a compimento le trattative, con il riscatto che venne fissato a cinquecento cinquanta milioni di lire e pagato, portando alla liberazione degli ostaggi. Altri cinquanta milioni sarebbero dovuti essere consegnati dopo la liberazione, impegno che venne onorato da De André. Si scoprì poi che Giulio Carta, che avrebbe dovuto consegnare i soldi ai banditi, tenne per sé cinquanta milioni di lire.
Alle ventitré del 20 dicembre, a pochi chilometri da Alà dei Sardi, venne rilasciata Dori Ghezzi, che fu soccorsa da Don Vico. Poco meno di ventiquattro ore dopo, alle ventuno del 21 dicembre, nei pressi di Buddusò, venne liberato anche Fabrizio. Erano passati cento diciassette giorni dal sequestro. Raccontò ancora la Ghezzi: "Il 20 dicembre il mio guardiano mi disse che avevano deciso di liberarci. Verso le quindici, dopo aver mangiato pane e formaggio, ci incamminammo a piedi percorrendo un tratto di terreno molto scosceso, col viso incappucciato. Mi accompagnano due banditi, di cui il mio guardiano ed un altro che non avevamo mai sentito, né visto. Camminammo per almeno tre ore. Passammo vicino ad una cascata d’acqua, poi attraversammo un fiume. Sentivo l’abbaiare di cani, presumo vicino ad un casolare o forse un ovile; lo intuisco da alcuni rumori. Aspettammo tante, tantissime ore vicino ad una strada nascosti tra i cespugli fino a notte inoltrata. Sono circa le ventitré quando finalmente arriva una macchina, una Citroen Pallas, che ci carica a bordo. Io ero sempre con le mani legate e mascherata, sorvegliata dai due banditi. Dopo un po’ di strada, forse mezz’ora, mi fecero scendere lasciandomi sul ciglio della strada in attesa che gli emissari venissero a prendermi". De André, nel frattempo, era rimasto nella tenda con il suo carceriere. L'indomani, dopo aver ripulito il nascondiglio, si allontanarono anche loro. "Dopo alcune ore di marcia in compagnia del mio guardiano raggiungemmo una strada asfaltata. Mi disse di aspettare che sarebbero venuti a prendermi per accompagnarmi a casa. Dopo qualche ora di attesa mi raggiunge l’emissario; ora apprendo si trattava di Giulio Carta, il quale mi fa salire sui sedili posteriori dell’auto. Mi porterà fino all’abitazione di Portobello, dove mi attendono i miei familiari".
Alle venti del 25 dicembre, la sera di Natale, i carabinieri di Tempio e del Reparto operativo di Sassari arrestarono Francesco Pala, ritenuto essere il basista del sequestro, e suo fratello (poi scagionato dal giudice istruttore del Tribunale di Tempio Luigi Lombardini). Nei mesi successivi, incassato il riscatto, la componente orunese della banda si rivolse al veterinario toscano perché ripulisse il denaro, mentre la componente pattadese chiese invece aiuto ad un commerciante di San Teodoro perché reinvestisse i soldi nella sua attività. L'11 marzo del 1980 i carabinieri di Radicofani arrestarono il veterinario Marco Cesari, che aveva versato presso uno sportello della Banca Popolare di Chiusi tredici milioni di lire provenienti dalla somma pagata dal padre di De André. Inizialmente Cesari negò un suo coinvolgimento nel sequestro, ma in seguito, davanti alle evidenti prove, confessò e collaborò con le indagini, consentendo l'identificazione degli altri componenti della banda.
La banda risultò essere composta da sei orunesi, un toscano e tre pattadesi. Ai dieci imputati accusati di sequestro di persona se ne aggiunsero altri due accusati uno di riciclaggio ed uno di truffa, avendo trattenuto per sé un'importante parte del riscatto mentre agiva in veste di emissario. Fabrizio De André e Dori Ghezzi si costituirono parte civile contro i mandanti (Graziano Pietro Porcu, Pietro Ghera, Salvatore Marras, Pietro Delogu e Marco Cesari), perdonando invece i carcerieri e la manovalanza. De André dichiarò in una fase del processo: "Capiamo i banditi e le ragioni per cui agiscono in quel modo, sebbene il reato di sequestro di persona sia tra i delitti più odiosi che si possano commettere”. Il 20 marzo del 1983 il giudice del Tribunale di Tempio Pausania Mario Cabella pronunciò la condanna a nove anni per Marco Cesari e Salvatore Marras, assessore comunale di Orune, ed a nove anni e dieci mesi per il macellaio di Pattada Pietro Delogu. Questi beneficiarono di importanti sconti di pena per la loro collaborazione con la giustizia. Gli orunesi Giovanni Mangia e Graziano Pietro Porcu, uno facente parte del primo del gruppo di prelievo e l'altro custode degli ostaggi, vennero condannati a venticinque anni ed otto mesi. Martino Moreddu venne condannato a venti anni e due mesi. Per Francesco Giuseppe Pala la pena fu di diciotto anni e sei mesi, ridotta in secondo grado a dieci anni e dieci mesi. Il pattadese Salvatore Vargiu, vivandiere della banda, fu condannato a venticinque anni e quattro mesi. L'orunese Pietro Ghera, cassiere del gruppo, venne condannato a sedici anni e dieci mesi così come Carmelo Mangia. Il commerciante di Sennori Salvatore Cherchi venne condannato a quattro anni per riciclaggio, mentre per l'emissario Giulio Carta la pena fu di cinque anni di reclusione (ridotta poi in secondo grado a tre anni). Nel novembre del 1985 Dori Ghezzi e Fabrizio De André firmarono la domanda di grazia, presentata all'allora Presidente della Repubblica il sardo Francesco Cossiga, da Salvatore Vargiu.
La vicenda del sequestro ispirò la produzione artistica successiva del cantautore genovese, il quale riprese l'attività musicale nei mesi successivi alla liberazione. Al sequestro De André dedicò il brano Hotel Supramonte, incluso nell'album L'indiano pubblicato nel 1981.
Sebbene il massiccio del Supramonte sia effettivamente stato usato come nascondiglio da molti famosi criminali sardi, De André e la Ghezzi (che si sposarono poi nel 1989, dopo quindici anni di fidanzamento) non furono mai tenuti prigionieri in tale luogo.
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